Per favore, si dice “avallare” e “avallo”, non “avvallare” e “avvallo”. Grazie

Avallo

Scrivono avvallo e lo pronunciano avvvallo, no di più, avvvvallo con la v marcatissima, specie se sono di Roma. Scrivono avvallare e anche in questo caso pronunciano avvvallare, no peggio, avvvvallare. Nelle loro intenzioni, stanno parlando di garanzia, sostegno di persona autorevole che funge da garanzia, e dell’azione di garantire, confermare. Non sanno, invece, che le parole giuste per esprimere ciò che intendono sono avallo e avallare, con una povera v solitaria in entrambi i casi. Perché avvallare significa tutt’altro: significa far scendere a valle, accidenti, e dunque mandar giù, addirittura affondare. Una bella differenza rispetto al garantire. Sbagliano in questo modo decine di giornalisti, politici, intellettuali, e molte, moltissime persone che, leggendo e ascoltando i primi, si riempiono la bocca di avvallo e avvallare. E allora diciamoglielo tutti insieme forte e chiaro: si dice avallo e non avvallo, avallare e non avvallare. Smettetela per favore. Grazie.

Dalla Treccani:

avallare v. tr. [der. di avallo]. –

1. Garantire con avallo: a. una cambiale.

2. fig. Confermare, rendere credibile, dare credito: a. una promessa (di altri); avallò le parole dell’amico con la sua autorità. ◆ Part. pres. avallante, anche come sost., chi avalla, chi garantisce un obbligato cambiario (avallato), divenendo a sua volta obbligato nello stesso grado del soggetto a favore del quale presta la garanzia.

avallo s. m. [dal fr. aval, accorc. della formula delle cambiali à valoir]. – Garanzia personale per un obbligato cambiario, espressa mediante sottoscrizione dell’avallante sul titolo cambiario, preceduta dalle parole per avallo o da altra formula equivalente. Anche in senso fig., in frasi come con l’a. di …, dare il proprio a. a …, per indicare l’intervento di persona nota o autorevole in appoggio e a garanzia di un’iniziativa, di un progetto, di una politica, ecc.

avvallare v. tr. [der. di valle]. –

1. Propr., far scendere a valle, e per estens. mandare in giù, affondare. Quindi, nell’uso ant. o letter., abbassare, chinare: i baroni avvallarono i cappucci (M. Villani); E l’uno il capo sopra l’altro avvalla (Dante); o volgere verso terra: Gli occhi belli avvallando (Carducci); fig., umiliare, avvilire: sollevi e avvalli con le tue mani (Boccaccio, con riferimento alla Fortuna).

2. intr. pron.

a. Affondarsi, abbassarsi, detto del terreno per qualche cedimento del sottosuolo (meno com. di pavimenti e d’altre superfici); letter., con questo senso, l’uso senza la particella pron.: il terreno avvallò per largo tratto.

b. ant. Scendere a valle, al piano: Vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla (Dante); anche di persone.

c. fig., ant. Abbassarsi moralmente, avvilirsi: noi dietro all’appetito avvallandoci sozze fiere diveniamo (Bembo). ◆ Part. pass. avvallato, anche come agg., di terreno che presenti avvallamento, depresso; con altra accezione, situato, incassato in fondo a una valle: un paesino avvallato.

8 risposte a “Per favore, si dice “avallare” e “avallo”, non “avvallare” e “avvallo”. Grazie

  1. Bene, prof. Prossimo post lo facciamo sul PIUTTOSTO CHE utilizzato in modo errato?

  2. Giova’, campagna per campagna, ne fai una perché nelle pubblicità e nei telegiornali, quando dicono “natural” o “international” o “allure” o qualsiasi parola straniera, pronuncino correttamente?
    Io non è che conosco le lingue, ma sentire la pronuncia televisiva mi si strizza lo stomaco.
    E dico la pubblicità perché, al pari dei telegiornali e dei giornalisti in genere, secondo me ha un obbligo di precisione e correttezza (mo’ non la sto a fare lunga, i motivi ecc.).
    I politici, poi, … no, i politici niente. Sarebbe una causa persa.

    Ah! Non ti dimenticare di “accellerare”!

  3. il prossimo post sulla giusta pronuncia di “in tralice”? o sul giusto accento di “perché”?
    capisco la battaglia per far sì che istituzioni pubbliche e private pongano più attenzione alla comunicazione che fanno. Davvero, la capisco e la condivido.
    Una parte di me però non può fare a meno di pensare che sono i dizionari a inseguire le lingue e non viceversa.

  4. I cattivi esempi (di scrittura e pronuncia) ci sono anche laddove, per tradizione o per motivi istituzionali, non dovrebbero assolutamente annidarsi e propagarsi: la radio, la televisione, il cinema e, soprattutto, il parlamento e dintorni.
    Non è solo una questione di cultura, ma prima ancora di pigrizia: nessun può considerarsi certo di non sbagliare, ma nell’incertezza, si va a controllare. Per farlo, ci vuole al massimo qualche secondo. L’esattezza non è un pallino. Sull’argomento, qualche tempo fa, avevo pubblicato alcune considerazioni:

    “Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua”
    (Don Lorenzo Milani)

    Se scrivere Goethe oppure Göthe è la stessa cosa, allora vanno bene anche i fratelli di Carlo Marx, lo stile Coca Chanel e i panini al prosciutto di Prada.
    L’esattezza non è una mania. È il primo dovere per chi dice o scrive qualcosa rivolto a un altro cittadino. Che siano uno o milioni, non cambia. L’attenzione al dettaglio può essere determinante. Ovunque e per chiunque. L’estratto conto, l’orario dei treni, il codice fiscale, lo spelling di un sito, per non parlare di una crocetta che si appone su una scheda, possono cambiare il significato di tante cose.
    “Nel mezzo del camino” rischia di mandare in fumo persino Dante. Come lo spek senza c. Dove c’è casa o In caso di casa! parla di mutui, di spaghetti o di fai da te? La Chiquita è una banana 10, 30 o 110 e lode? Un diamante è per una vita o per sempre? L’acqua Levissima è freschissima, sanissima, altissima o solo buonissima, oppure non ha nessuna di queste qualità? Si seduce con No Campari, No party oppure con Martini Red passion – o viceversa? Fate l’amore e brindate col sapore vero o con il sapore tout court?
    Come demo che anche un dettaglio può spostare le percezioni personali,
    immaginate di veder storpiata una sola lettera del vostro nome. Se vi scrive
    un’azienda, un’istituzione o qualcuno che vi fa una proposta commerciale e, per esempio, leggete Maria al posto di Mariella, giustamente giudicate subito male il mittente. Lo stesso vale per la diffusa confusione (o adulazione) tra gli appellativi Dott., Avv., Rag., Prof. o il semplice Sig. Lo so, fin qui stiamo parlando di cose poco importanti. Ma quando un errore
    di scrittura s’insinua in un bilancio, in un atto giuridico o in un referto
    d’ospedale, le conseguenze possono cambiare la vita.
    Se Beethoven fosse austriaco o tedesco, sordo o sordomuto, più giovane o più anziano di Mozart, al soldo di un nobile o un ‘freelance’, se sapesse suonare il clavicembalo, il fortepiano o il pianoforte… sono tutti dettagli per capirlo meglio – o per tradirlo. Ma, sono anche dettagli per leggere la Vienna imperiale, le campagne di Napoleone, il nascente romanticismo. Come una partitura per tante voci e strumenti – non solo musicale.
    A volte deve essere preciso persino l’errore: i “Zero tituli” di Mourinho, le
    “Convergenze parallele” di Moro, gli strafalcioni parapunzipunzipa’ o
    “l’astrologa” Hack citata da Berlusconi, perderebbero ogni senso se venissero lasciati in balia dell’approssimazione o del controllo automatico di Office Word.
    Digitare sul telefonino “ke” al posto di “che”, fa risparmiare la ridicola frazione di un secondo. Evviva. Però, non sempre le scorciatoie accorciano le distanze. Molte volte concorrono ad aumentare gli stop, le multe, il consumo di carburante, gli incidenti. Non solo in senso traslato.
    Definire e rispettare delle regole, è uno dei fondamenti del gioco. Senza
    norme e disciplina, la creatività rischia di tramutarsi in caos. Scrivere e parlare senza errori è solo la base – sopra la quale può succedere di tutto. Ma, se già al pianterreno le targhe, i nomi, le indicazioni, i pulsanti e le frecce sono illeggibili o sbagliate, è difficile arrivare ai piani alti. Nei colloqui e nella scrittura, l’illeggibilità e gli sbagli non sono una metafora. È la materia prima di cattiva qualità che non consente di costruire nulla di solido, durevole, piacevole, importante.
    Ma, prima ancora del rispetto nei confronti della lingua, dell’ortografia, dello
    stile, della sintassi, dell’opera, del lettore, del mercato… c’è un elemento da
    rispettare infinitamente più vicino, più intenso, più importante.
    Tu.
    Tu, inteso come chi, dopo aver detto o scritto in modo rispettoso e corretto una qualsiasi cosa (un titolo, un aforisma, un’ordinanza, una battuta, un articolo, un sms, un romanzo), sa di aver fatto un’azione giusta, corretta, chiara, onesta.
    Un’azione che regala quiete, equilibrio e, perché no, anche una meno che discreta dose di soddisfazione.

  5. condivido e sottoscrivo l’idea di un prossimo post sull’abuso dell’espressione “piuttosto che”.
    E che dire di “anche no”??

  6. Questo errore l’ho trovato due volte nella stessa pagina di un romanzo finalista al premio Bancarella qualche anno fa. Ripeto: due volte nella stessa pagina. Quindi erano convintissimi sia l’autore sia l’editor.

  7. L’ha ribloggato su Depresso Gioiosoe ha commentato:
    un avallo golOso da parte mia.

  8. Usati in tv anche da giornalisti (anzi: sono loro che li diffondono!)
    non sopporto:

    PIUTTOSTO CHE (per collegare, anzichè distinguere, separare)
    PREZZO AL (chilo, barile, ecc)
    STA PIOVENDO (e lascia piovere!)

    Sempre brava, grazie.

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