Alcune conseguenze dell’università di massa (per le lauree umanistiche)

Laurea

Mi scrive Stefania (nome di fantasia), che nei giorni scorsi ha assistito alla proclamazione di laurea di sua cugina. Ho intitolato il post “Alcune conseguenze dell’università di massa (per le lauree umanistiche)”, perché è la risposta generalissima che mi sento di dare a Stefania: ciò che lei ha sperimentato, anche con fastidio, durante quella cerimonia, nasce dal fatto che oggi si laureano molte più ragazze e ragazzi di anni fa (ma siamo ancora molto sotto la media europea, attenzione). Perciò, per i corsi di laurea senza numero chiuso come quelli umanistici, queste sono alcune conseguenze. Rispondo con più dettaglio in coda alla mail di Stefania (che mi ha autorizzata a pubblicarla):

«Gentile professoressa, non sono una sua studentessa ma seguo il suo blog con interesse. Le scrivo per condividere una mia riflessione e alcuni dubbi. Venerdì scorso ero a Bologna per assistere alla proclamazione di laurea di mia cugina. Si è laureata presso la Scuola di Scienze Politiche (io ero rimasta che si chiamavano Facoltà). L’emozione e la felicità sono state grandi: si laureava la più piccola della famiglia e la sua laurea era attesa (e molto voluta dai genitori). Rientrare dopo un paio d’anni in un’aula universitaria mi ha fatto un certo effetto: da una parte incute ancora un certo timore reverenziale, dall’altra mi ha fatto venir voglia di tornare a studiare (un tarlo che ogni tanto mi torna). Ma non è certo questo che mi ha fatto pensare.

Alcuni particolari, logistici e organizzativi, mi hanno lasciata perplessa: gli 11 inviti per laureando per far entrare amici e parenti (mi sembrava di essere in coda per una discoteca); la mancata discussione, che non condivido in quanto considero la discussione un passaggio importante per la vita adulta e lavorativa dei ragazzi che si laureano (ma so che sempre più spesso non si discutono le lauree triennali, succede anche a Milano, dove mi sono laureata).

Ma quello che più mi ha lasciato stupita è la media dei voti con cui i laureati hanno chiuso il loro percorso di studi: un 105, un 102, un paio di 99 e poi un vuoto fino all’89 (per un totale di 30-40 laureandi). Lungi da me  essere una bacchettona che considera il voto di laurea fondamentale per una piena soddisfazione personale, ma lo ammetto: un 73 come voto finale non l’avevo mai visto! Non ho una domanda specifica da farle e sono cosciente che quanto successo non riguarda il suo dipartimento né il corso di laurea che presiede. È solo una mia riflessione libera e forse lei può aiutarmi a capire meglio. La ringrazio del tempo che ha dedicato a leggere quest’email. Cordiali saluti, Stefania»

Cara Stefania, i colleghi di Scienze Politiche hanno deciso di limitare il numero dei parenti e degli amici che accompagnano ogni laureanda/o, per le ragioni di sicurezza che ho spiegato, qualche giorno fa, nel post Dottore, dottore, dottore del buco del cul, vaffancul vaffancul (again): le aule che abbiamo a disposizione per queste cerimonie non possono ospitare più di un certo numero di persone, pena gravi rischi per la sicurezza di tutti. Se un giovane, un genitore, un nonno o un bisnonno ha un mancamento per il caldo o l’emozione (in quest’Italia anagraficamente sempre più anziana molti bisnonni accompagnano i nipoti alla laurea), occorre che ci sia lo spazio necessario per soccorrerlo. 30-40 laureande/i, dice lei. Fortunati a Scienze Politiche, dico io: da me qualche giorno fa ne abbiamo laureati 120. E nelle altre sessioni non scendiamo mai sotto i 50-60. Non discutono le tesi di laurea, dice lei. Da noi a Comunicazione ancora la facciamo, dico io, in sedute e commissioni separate, distribuendole in diversi giorni alcune settimane prima della proclamazione finale. Non le dico quanto i ragazzi e le loro famiglie si lamentino per questo sdoppiamento. Ma lei si immagina discutere nello stesso giorno 120-150 tesi di laurea di fronte a 2 o 3 mila parenti e amici in un’aula che può contenere al massimo 200 persone?

Quanto ai voti di laurea bassi, le propongo questa riflessione: nei corsi di laurea cosiddetti scientifici (ingegneria, medicina, informatica, ecc.), le medie dei voti sono altrettanto basse (si guardi i dati di Almalaurea), ma tutti tendono a pensare: per forza, sono lauree difficili, buona grazia che mio figlio (nipote, cugino ecc.) sia uscito con 80 su 110 o giù di lì. Nei corsi di laurea umanistici, invece, tutti tendono a pensare che il/la giovane che ha preso 90 su 110 sia svogliato/a o zuccone/a. In realtà i voti non regalati, gli esami più difficili, i giudizi più severi sono l’unico modo che noi docenti abbiamo per arginare il deprezzamento di cui le lauree umanistiche soffrono da anni. Dai tempi in cui, pensi un po’, dopo il ’68 si cominciò a dare 30 a tutti (era il “voto politico”, come si chiamava allora). Da allora, abbiamo in testa che laurearsi in Scienze Politiche sia “più facile” che laurearsi, che ne so, in Ingegneria o in Medicina. Non è così, cara Stefania, non deve essere così e, nei casi in cui lo è ancora, è profondamente sbagliato che sia così. Sempre guardando i dati di Almalaurea: la media di voti con cui oggi in Italia si laureano le ragazze e i ragazzi al triennio in Comunicazione, ad esempio, è circa 99 su 110. La media con cui si laureano al triennio in Ingegneria informatica è circa 98 su 110. Ma perché continuiamo a dare un valore qualitativo diverso a questi voti? Il discorso è più complesso, ma per ora mi fermo qui.

12 risposte a “Alcune conseguenze dell’università di massa (per le lauree umanistiche)

  1. Sinceramente i problemi sono nati da quando è stata fatta la riforma 3+2, perché alla triennale arrivano tutti, anche con voti bassissimi. Non voglio dire che è un proseguimento della scuola superiore, però sinceramente non mi sento nemmeno di dire che il metodo di studio degli studenti e didattico dei professori sia uguale a quello adottato alle magistrali.

    Per i voti bassi, il motivo è semplice: bene o male a tutti fa comodo dopo 3 anni dire di essere Dottore. Ma a cosa serve questa laurea triennale, per me non è nemmeno una vera laurea e sinceramente credo che andrebbe anche abolita la tesi triennale. A cosa servono 30 paginette con interlinea 2 e bordo 3cm? Si diventa specializzati nella materia analizzata? Non credo proprio.

    Alla mia triennale non feci nemmeno salire i miei familiari, c’erano giusto tre/quattro colleghi di corso e la mia ragazza.
    Sinceramente se il voto di laurea fosse arrivato via posta o – meglio ancora -fosse stato detto a voce con consegna di un attestato nello studio del mio professore (l’amatissimo prof. Aldo Di Virgilio che purtroppo è venuto a mancare) sarei stato ugualmente contento se non di più della “buffonata” della proclamazione senza discussione.

    Non so a Sc. Comunicazione ma a Sc. Pol. alla magistrale il numero di laureandi si era ridotto a tal punto che alle volte mi trovavo da solo o quasi a ricevere lezioni da Gualmini, Campus, Ignazi e tanti altri bravissimi professori, che guarda caso, riuscivano a tirare fuori il meglio di se e a fornire lezioni incredibilmente interessanti in Magistrale, se paragonate a quelle della triennale.

  2. Come al solito, ho scritto di getto pubblicando e rileggendomi noto più e più strafalcioni, mi scuso🙂

  3. io invece sono molto scettica quando vedo voti sempre alti. ricordo quando ero io all’università, vecchio ordinamento, corso di laurea in fisica, molti colleghi passavano anche 1 anno a preparare 1 solo esame per essere sicuri di avere 30. poi si sono laureati con 110 e lode, ma a passati 30 anni. io la lode non gliel’avrei messa, la lode è un’eccellenza e non è eccellente una persona che ci mette 15 anni a laurearsi. inoltre, fra un neolaureato 25-enne con un voto basso e uno 30-enne con 110 sinceramente ho molta più stima del 25-enne. certo non so cosa sia cambiato in questi ultimi anni e con il nuovo ordinamento, dico per esperienza personale che il voto di laurea non è affatto indicativo delle capacità e delle prospettive lavorative di una persona, e che quando i 110 sono troppi l’impressione che siano “regalati” è forte.
    per quanto riguarda l’affollamento delle lauree, questo non era certo un grosso problema a Fisica, ma mi ricorda il problema del sovraffollamento delle recite scolastiche a fine anno. in effetti la scuola materna di mio figlio nel caso in cui il tempo fosse brutto e non si potesse usare il giardino è costretta a rinviare la recita perchè alla sala interna i vigili del fuoco hanno tassativamente vietato l’ingresso a più di 100 persone.

  4. In passato – ordinamento quadriennale – i voti erano più alti perché, in media, chi usciva dai licei e si iscriveva a una facoltà umanistica, spesso puntava proprio a prendere voti alti: si trattava di una mentalità, di un modo diverso di concepire lo studio, unito alla consapevolezza che, non trattandosi di discipline immediatamente spendibili in azienda, occorresse almeno raggiungere un buon livello di preparazione culturale.
    Poi c’erano esami che oggettivamente richiedevano mesi di preparazione. Non lo dico io, ma è un dato di fatto. Nessun docente universitario sano di mente o serio avrebbe mai preteso o pensato che determinati esami (penso a letteratura italiana, a latino e a storia della filosofia all’unibo) potessero essere superati decentemente con un mesetto scarso di studio. Si sapeva eccome che, in certi casi, occorreva studiare anche tre o quattro mesi. E prendere parecchi voti molto bassi al solo scopo di acchiappare il titolo – cosa che oggi capita con discreta frequenza – era considerato un demerito.

    Adesso, alle triennali gli esami sono molto più snelli. Si studia assai meno, insomma. D’altra parte, anche le facoltà umanistiche si sono allineate alle esigenze del ‘mercato’ del lavoro, che non richiede persone colte. Il che spiega varie cose, compresi i tanti voti bassi.
    Per gli studi umanistici classici, tipo lettere e filosofia, non è stata una gran vittoria.

  5. vinicio giuseppin

    Io mi sono laureato negli anni ’70 e già lavoravo.Mi ricordo che studiavo molto,soprattutto per acquisire il linguaggio tecnico delle discipline o per penetrare “nell’armonia della frase e del pensiero dell’autore”.Anzi,nello studio era mia principale regola quella di adattarmi al modo di pensare e di esporre dell’autore e questo metodo mi ha aiutato molto perché ogni studioso ha una propria retorica,banalmente un suo stile.Non so se nelle formule e negli algoritmi matematici ci sia altrettanto uno “stile personale” differente fra matematici o fra ingegneri ,probabilmente no perché il loro fraseggio è neutrale parlando evidentemente di misure e di operazioni già depurate di ogni personalismo.
    Non ho mai ritenuto che le discipline umanistiche fossero inferiori o superiori alle scienze quantitative ,ma ho sempre avvertito che in linguistica le parole hanno un senso relativamente ad un contesto e,quindi, il significato ordinario di una parola potrebbe anche cambiare.Ho sempre ammirato i miei amici di ragioneria o di economia che eseguivano i compiti di matematuca attuariale ripetendo e replicando meccanicamente una sequenza algoritmica.A me questo non capitava perché per elaborare un testo dovevo organizzarlo e riorganizzarlo più volte e la scelta delle parole,soprattutto degli aggettivi e delle modalità espressive, era un dubbio continuo.
    Oggi noto che anche nelle discipline umanistiche questo aspetto di scrupolo lessicale viene magistralmente aggirato perché i testi,suddivisi per settori e tematiche specifiche, già utilizzano dei canoni e dei lessici preordinati.Cioè le parole , le modalità delle frasi , delle argomentazioni e delle paragrafazioni sono studiati prima non durante la scrittura.Non so se sia un bene o un male:certamente c’è una maggiore chiarezza e comprensione.Forse siamo in un’epoca di generale insicurezza e per questo esigiamo proteggerci entro schemi e modelli prefissati anche quando parliamo di emozioni o di sentimenti o di atmosfere…Ma questo volere essere sicuri ed oggettivi probabilmente ci fa perdere di vista anche lo sforzo di comunicare e di interpretare un evento o la fatica di una laurea ed è per questo motivo,secondo me,che alla fine i voti delle prestazioni sono in media più bassi di quelli di un tempo.E’ vero che nei primi anni ’70 in diverse università c’erano i voti di gruppo,io non ho mai esperimentato questi esami,ma almeno credo che c’era anche una robusta tensione a rompere dei canoni ossificati e,allora, tale circostanza,era salutare.Tanto che oso azzardare che se non avessimo avuto la ventata del sessantotto,oggi i laureati sarebbero ancora meno di quanti ne sforni ora la triennale. Secondo me sia alle superiori sia all’università siamo ancora dentro ad un grande laboratorio sperimentale,ci vorrà ancora del tempo per imboccare la via giusta.

  6. vinicio giuseppin

    Ovviamente concordo anch’io circa le obiezioni del giovane sul fatto che oggi è meglio un voto basso per affacciarsi al lavoro piuttosto che faticare un anno in più per meritarsi un voto più alto.Un lavoro soddisfacente comunque non si trova o solo raramente,perciò è meglio accelerare la fine della fase degli studi. Siamo nell’epoca della fretta e non sempre i propri desideri trovano corrispondenza con ciò che offre il mercato là fuori,tuttavia è meglio fare tutto in velocità ed ingorgarsi nel mondo quotidiano per imparare presto a nuotare ed a vivere.I giovani questo lo sanno e lo percepiscono assai bene.Quanto ai sovraffollamenti ben vengano,significa che gli studi universitari sono ancora apprezzati.Nonostante comportino ansie organizzative per la sicurezza,da non trascurare,ma comunque risolvibili.

  7. Vinicio Giuseppin: “Ho sempre ammirato i miei amici di ragioneria o di economia che eseguivano i compiti di matematuca attuariale ripetendo e replicando meccanicamente una sequenza algoritmica.”
    Mi scusi, ma ci in verità in matematica ci sono degli algoritmi che non sono affatto tutti meccanicamente ripetibili: già impostare un algoritmo per risolvere un problema non è, appunto, un problema scontato. Anche fare l’analisi logica o periodica di una frase è “meccanicamente ripetibile”, ma impostare un tema da un nuovo punto di vista argomentativo non è sempre banale, nonché, eventualmente, essere oggetto di tesi di laurea umanistiche, come mi sembra lei abbia ben sappia.
    Saluti e mi scuso per il fuori tema.

  8. vinicio giuseppin

    In effetti ha ragione anche Lucia,soprattutto quando si parla di “risolvere problemi” e non solo di esercitazioni ripetitive : la sua riflessione vale sia per le scienze quantitative sia per gli argomenti qualitativi.So benissimo che risolvere dei problemi ex novo è impegnativo e bisogna ricorrere a delle risorse creative.Tuttavia è mia opinione che una volta svolto l’analisi di una situazione – problema ,tramite l’aspetto matematico,impostato l’algoritmo di base,tutta l’operazione proceda fino in fondo secondo le regole ed i principi stabiliti nello sforzo iniziale.Le correzioni o le radicali cancellazioni di solito avvengono quando il risultato non è soddisfacente o non è congruo al problema e bisogna ricominciare daccapo.Mi perdoni l’ingenuità,questo procedimento di lavoro e di pensiero l’ho notato nei film(!?),ma anche scavando nei miei ricordi delle superiori:nel senso che l’errore eventuale ti era indicato da un amico o te ne accorgevi alla fine del processo.Per contro,mi sembra che la scelta di un termine piuttosto di un altro oppure di alcuni “tagli” argomentativi siano evidenti anche in itinere e non solo alla fine del lavoro.
    Concordo però con Lucia che l’attenzione iniziale di un atteggiamento di problem solving sia in matematica sia in letteratura sia ugualmente faticoso e gratificante. Mi dispiace se non ho fatto capire che mi riferivo agli aspetti esercitativi della matematica
    piuttosto che a quelli creativi di risoluzione.

  9. Anche svolgere esercizi algoritmici può essere molto complesso. Al mio esame di maturità scientifica, per fare un esempio basilare, fu richiesto lo svolgimento di una funzione talmente complessa, proprio dal punto di vista del calcolo, che solo una persona su novanta riuscì a completarla e a dare il risultato corretto. Molti rinunciarono, soprattutto per limiti di tempo, nel rischio di non terminare neppure uno degli esercizi per impostare quello. Altri semplicemente non riuscirono. Però dire che tutto è semplice perché è matematico è restrittivo. Certo, mettiamo tutti i dati in una macchina e il calcolo è fatto. Mentre se mettiamo nella macchina molteplici frasi complesse non tirerà mai fuori la Divina Commedia. Ma questa è talmente complessa che forse si potrebbe determinare un’equazione probabilistica che mi dica con certezza le possibilità con cui la macchina la scriva🙂 Saluti.

  10. È la prima volta che mi sento di condividere totalmente le parole di un docente sul sistema dei voti. Il 110 deve esserr il traguardo massimo raggiunto da pochissime persone, non la norma.
    Se veramente si vuole riformare l’Università si deve far capire agli studenti che l’uguaglianza deve essere alla base del percorso (pari possibilità di accesso a tutti, anche attraverso test, nessuna discriminazione o raccomandazione), ma alla fine deve emergere il merito.
    Far uscire tutti con 110 o con 66 è il modo migliore per delegittimare questa sacra Istituzione.

  11. Siamo nel 2015 e ci sono ancora persone che mettono in discussione il sistema universitario 3+2. Sistema che oltretutto e’ presente nella stragrande maggioranza dei paesi avanzati. A mio avviso il problema va ricercato non tanto nel formato della laurea (triennale o magistrale che sia), quanto piuttosto nella qualita dell offerta didattica offerta dagli atenei italiani. La qualita dei corsi universitari in italia e molto bassa, e si lascia che anche studenti non particolarmente dotati riescano a finire secondo i tempi legali il loro percorso di studio. Non si puo pensare di mettere i giovani nelle condizioni di affrontare con successo le sfide del mercato del lavoro, se si trasformano le universita in semplici istuti tecnici.o meglio in scuole tecniche (termine quello di scuola che ormai ha preso il posto della parola facolta) . Ci sono facolta in italia dove la laurea triennale vale meno di un buon istituto tecnico mentre quella magistrale solo un po’di piu (a patto pero di dare importanza al valore legale .ai fini pratici spesso non cé differenza). Ci si preoccupa del calo degli iscritti alluniversita e dei fuori corso mentre il vero problema e la facilita imbarazzante con la quale i titoli triennali e magistrali sono assegnati. L universita non deve essere una sorta di grande scuola dellóbbligo. Dovrebbe essere invece un centro di formazione superiore per giovani talenti dove selezione e meritocrazia vanno di pari passo con il concetto di pari opportunita

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