Storie di iene, di squali e l’effetto Forer (o effetto Barnum)

Squalo

L’effetto Forer (chiamato anche effetto Barnum) è il fenomeno per cui le persone, messe di fronte a un profilo psicologico (ma anche un racconto, un apologo, un aneddoto) che suppongono possa essere riferito a loro, tendono a immedesimersi in quel profilo (racconto, apologo, aneddoto), considerandolo molto più preciso di quel che è, senza accorgersi che invece è abbastanza vago e generico da adattarsi a un numero molto grande di persone. È su questa base che funzionano gli oroscopi, le previsioni di maghi e fattucchiere, e persino certi test della personalità. Accade pure con molte storie di studenti e ex studenti che racconto su questo blog. Ho già spiegato come le costruisco o ricostruisco: non metto mai in scena individui singoli, nemmeno quando riporto fedelmente le mail che qualcuno mi ha autorizzata a pubblicare, ma tipi umani ricorrenti, esempi che rappresentano ben oltre che se stessi (e lo so per osservazione diretta, confermata dal numero di storie simili che mi vengono scritte o raccontate ogni giorno). Niente di strano, quindi, che più persone possano identificarsi nelle mie storie: sono state confezionate proprio perché rendessero possibile una identificazione collettiva, con l’idea che potessero essere utili a stimolare riflessioni e discussioni, a dare coraggio a chi l’ha perso, ridare forza a chi la sta perdendo, indurre cambiamenti e, vedi mai, miglioramenti.

Curioso è invece, dal mio punto di vista, osservare quanto siano numerosi coloro che si identificano negli eroi negativi. È accaduto ogni volta che ho parlato di “piccole iene” ad esempio (vedi “Essere una piccola iena. A vent’anni. Di già” e “Piccole iene crescono”). Ed è accaduto qualche giorno fa, dopo che ho raccontato la storia dell’ex studente (anche qui: non un individuo ma un tipo, non uno solo, ma molti) che vive in un mondo di squali e teme di essere diventato come loro. Insomma, io racconto di iene e di squali, ovvero di cattivoni più o meno imbranati o efficaci, più o meno convinti o pentiti, e accadono cose come queste:

  1. Mi scrive lo studente Tizio Tizioni: “Sono venuto a trovarla l’altro giorno in studio, non credevo di aver fatto nulla di male e invece leggo che lei si è offesa. Mi scusi prof, non volevo, mi scusi davvero”.
  2. Mi scrive la ex studentessa Sempronia Sempronioni: “Prof, dopo il suo post dell’altro giorno, il mio amico Sempronietti è depresso: dice che sicuramente il racconto si riferiva a lui, che non sa come lei abbia potuto venire a conoscenza di certe cose su di lui, eccetera. Prof, la prego, mi dica come aiutarlo. Ma soprattutto: come ha fatto a sapere quelle cose di Sempronietti? Non è che Tizio Tizioni le ha detto qualcosa?”.
  3. Mi scrive l’ex studente Caio Caioni: “Cara Prof, sono molto arrabbiato per quello che ha scritto l’altro giorno sulla iena ridens. Non l’ho mai autorizzata a pubblicare la mia storia, non capisco che interesse lei possa avere nel fare una cosa così, sono molto deluso dal suo comportamento”.
  4. Mi scrive lo studente Rosso Malpelo: “Cara prof, ho riso come un pazzo a leggere il post che ha pubblicato l’altro giorno. Sicuramente aveva in mente il nostro collega Ciccio Ciccionis, a tutti noto per certi suoi comportamenti orribili. Un vero stronzo. Ahahahahah, ha fatto benissimo a pubblicare la sua storia, prof. Lei è una grande, continui così”.

Insomma, che io sia lodata o aggredita, che i miei racconti suscitino pentimento o irritazione, sta di fatto che dopo aver messo in scena personaggi per qualche verso “negativi”, puntualmente mi scrivono giovani che si sentono chiamati in causa, mentre io non ho la più pallida idea di chi siano e certo non avevo in mente loro scrivendo ciò che ho scritto  (incontro circa mille studenti nuovi ogni anno e ho una memoria ben allenata, ma è impossibile ricordare tanti nomi, tante facce, tante storie). Il che contraddice un corollario dell’effetto Forer (o Barnum), secondo il quale le persone tendono a identificarsi soprattutto nei profili psicologici positivi. Mah. Che si stiano invece moltiplicando, fra i nostri giovani, i casi di bassa autostima e tendenza all’autofustigazione?

5 risposte a “Storie di iene, di squali e l’effetto Forer (o effetto Barnum)

  1. Già che ci sono, no non credo che ci sia una tendenza all’auto-fustigazione: è solo che per chi la conosce lei non è uno scrittore e basta (che semplicemente non abbiamo mai incontrato, perché lontano o defunto o da molti immaginato sulla sua isola deserta con le sue meditazioni e ispirazioni, anche a me piace molto questo cliché), ma una prof. che appunto ne vede di tutte e di tutti, conoscono il suo metodo di ideazione dei personaggi e pensano che lei abbia fatto di questi tutti materiale da romanzo. Un po’ di egocentrismo, un po’ di vergogna, un po’ di autocoscienza, un po’ di paura delle nostre piccole meschinità o di quelle degli altri, un po’ di tutto insomma lo mette nei racconti anche chi le risponde oltre a chi l’ha ispirata.
    Se invece posso permettermi un appunto personale, per quel che ho letto, mi sembra che i racconti pur essendo ben scritti, manchino di descrivere, proprio con il mezzo di scrittura stesso, la personalità del personaggio. Voglio dire… sono troppo perfetti, se la perfezione può essere troppa. Se io dovessi immaginarmi a scrivere con le parole di un altro in un mezzo veloce come quello di una mail il lessico cambierebbe, si sa, ma inoltre non avrei sempre il medesimo uso (corretto) della punteggiatura – per dirne una – o dei fraseggi, userei le faccette in un altro modo o non le userei per niente. Forse non mi piace immaginarmi un campione di scrittura tra gli squali del marketing management anche se è appena caduto sulla via Damasco. Forse questo è un problema mio. Ma uno che sembra ancora quasi più preoccupato di scrivere bello lindo e iper-corretto alla sua ex-prof. che di rimediare a quello che ha combinato al povero Mario, forse lo rende antipatico a tutti. Credo che la psicologia del personaggio andrebbe ancor di più mostrata oltre che raccontata. Però capisco che questi sono piccolo esperimenti.

  2. Sì, di bassa autostima secondo me ce n’è in giro molta (mi sarò mica identificata?)

  3. Io la chiamerei “coda di paglia”, più che bassa autostima. Per i racconti, si capisce che sono costruiti come “casi esemplari” anche senza aver letto le dichiarazioni dell’autrice in proposito. Mannaggia queste/i studenti che scivolano sul loro stesso terreno di studio! So’ ggiovani.

  4. Che ognuno di noi ,che ogni nostra riflessione o azione siano delle “maschere” con cui ci facciamo conoscere dal mondo ,è un argomento risaputo.I grandi Totò e Pirandello erano magistrali nel descrivere la “maschera sociale” dei loro personaggi,se ricordo bene,che nonostante in realtà fossero diversi alla fine loro stessi ci credevano ed in quelle maschere si riconoscevano.Anzi direi che conosciamo il mondo attraverso i cliché che costruiamo assieme agli altri.Per mondo intendo anche me stesso oltre all’ambiente in cui mi trovo.Circa all’autostima si può parlare che sia inversamente proporzionale all’età nel senso che chi è giovane ne possiede meno dell’anziano integrato? Forse oggi i giovani hanno meno fiducia nelle loro possibilità,ma,secondo me, riflettono però un effetto Barnum ambientale.E’ la società circostante che non ha fiducia nel futuro e fugge dalle sue responsabilità di creare una nuova placenta culturale.Quindi non è solo il singolo che riconosce esclusivamente nei profili i suoi lati negativi ,e raramente i positivi…ma interpreta in parallelo quello che sente nella società in quell’istante.So che continuando sarei fuori tema,so che gli esempi riportati sono dei riferimenti più semplici,so che un individuo singolo dovrebbe interpretare qualcosa di sè leggendo un” profilo psicologico”,ma ritengo che le valutazioni dopo l’effetto Barnum di una situazione o di un racconto siano comunque la risposta psicologica ed intellettuale ad uno stimolo anche latamente sociale.Quello che per me è importante oggi è che ognuno non perda irrimediabilmente la propria identità,la propria sostanza soggettiva che è la vera ricchezza posseduta.Non so se essa è uguale o diversa dall’autostima,ma so che un giovane può benissimo ritenersi inadeguato a studiare o a fare qualcosa di utile,e forse in ciò può perdere in autostima,ma non per questo è privo di identità se ha ancora voglia di impegnarsi almeno in altre attività.Mentre scrivo ho di fronte un quadro concettuale(della corrente artistica)che finora non ho mai compreso.Letto l’articolo della prof. ed i commenti degli studenti,immagino,ora la tela “macchiata di colore” assume diversi significati:potrebbe essere una madre che delicatamente protegge un figlio e dialoga con un uomo di spalle;o una volpe rossa con una grande coda;un giovane che alza un velo e parla con uomo;un lupo terrificante che artiglia un giovane;un ufo tipo E.T.che sbuca fuori dagli inferi…Tanti effetti Barnum nell’arte come nella pubblicità,troppi direi,perciò spererei che nella realtà ce ne fossero di meno,ma più solidi per rassicurarmi.Scusatemi del mio fuori luogo …

  5. Non è detto che identificarsi con un profilo negativo significhi condividere il giudizio implicito sul medesimo. Magari si identificano nel cattivo e gli va benissimo. Saruman in fondo era piuttosto figo, no?

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