Esiste un lavoro che non ti costringa a rinunciare ai tuoi sogni?

Occhi ragazza manga

Dopo la lettera di “Paolo” ho ricevuto decine di mail, a cui ho risposto in privato. Ne pubblico solo una (con l’autorizzazione dell’autrice e qualche cambiamento per non farla riconoscere), perché ben rappresenta l’atmosfera e il tono di molti degli scritti che ho ricevuto. Scrive Anna (nome di fantasia):

«Gentile Professoressa, seguo il suo blog con assiduità da circa un anno, erano giorni che meditavo di scriverle senza trovare il coraggio per farlo, finché la pubblicazione della lettera di “Paolo” mi ha dato la giusta spinta. Ho 34 anni (guarda caso, la stessa età di “Paolo”) e a suo tempo mi sono laureata in corso e a pieni voti a Milano. Dopo la laurea mi sono data subito da fare per ottenere il finanziamento per un Master alla Bocconi, che mi ha fruttato qualche colloquio e uno stage, ma niente di più. Mi sono rimboccata le maniche, ho cercato e ottenuto un secondo stage presso un’agenzia pubblicitaria internazionale. Ennesima delusione, che però almeno ha prodotto un contatto con un cliente, diventato poi il mio datore di lavoro: una multinazionale nel settore xy. Lo stage si è protratto ed è sfociato, dopo numerose vicissitudini, in un contratto a termine.

Correva il 2008, annus horribilis dal punto di vista economico e lavorativo a causa della crisi. Durante quell’anno mi sono sposata e, dopo un paio di mesi, sono stata fatta fuori perché tra un uomo e una donna appena sposata è stato più saggio assumere a tempo indeterminato un uomo. Non mi sono data per vinta e ho trovato lavoro in una piccola impresa familiare. Mi occupavo dello sviluppo di piani marketing e comunicazione a livello internazionale. Sulla carta, un sogno. In realtà, se non fosse stato per i legami con i colleghi, alcuni dei quali diventati veri amici, lo definirei un incubo durato due anni, sia dal punto di vista professionale che personale. Non esistevano sabati e domeniche, non c’era sera libera né momento di pace. I viaggi, la reperibilità continua e le vessazioni del “padre-padrone” hanno messo a dura prova la mia vita personale e la mia stabilità emotiva.

Ma il lavoro a volte paga. L’azienda che due anni prima mi aveva fatta fuori mi ha richiamata per affidarmi il ruolo di product manager. Non era esattamente quello che avrei desiderato fare da grande, ma con la promessa di un’evoluzione futura e la necessità di ritrovare un po’ di equilibrio personale mi sono lanciata. Mi ritrovo in “Paolo” quando afferma che da fuori le multinazionali sembrano oro che luccica, un mondo fatto di meritocrazia, efficienza e dinamismo. La verità è che è tutto un mondo di opportunismo e il valore delle persone a tutto tondo raramente gioca un peso rilevante. Ricopro la posizione di product manager ormai da quattro anni, faccio bene il mio lavoro, ho ottenuto avanzamenti di carriera e ho una buona retribuzione.

Qualcuno dei suoi studenti potrebbe chiedermi aspramente: “E cosa vuoi di più?” Ebbene, vorrei sapere se è possibile ancora sognare. In università ti chiedono di pensare cosa vorresti fare da grande. Lo pensi, ti adoperi, ma poi ti ritrovi a fare tutt’altro e non sei soddisfatta. Allora chiedi in azienda di cambiare (ruolo, mansioni, posizione), ma accampano tutte le scuse possibili pur di tenerti ancorata a una posizione che a loro fa comodo. Mi ritrovo in “Paolo” quando dice che esiste un momento della tua vita in cui ti chiedi se tutto questo sia valso la pena, se diventare cattivi, se costruire un personaggio duro per ricoprire un posto che non convince fino in fondo valga davvero la pena. Se non riconoscersi la mattina, se forzarsi a fare quello che non ti appartiene per 10-12 ore al giorno sia la soluzione per la vita. Se parlo con i miei genitori di queste cose, sminuiscono: “È lavoro, quello che c’è si fa!”, ma mi chiedo spesso se sono l’unica persona a desiderare un lavoro per cui alzarsi la mattina e sentir battere il cuore, se sono l’unica a desiderare un lavoro da amare, un lavoro in cui usare il cervello in modo che vada oltre automatismi o vincoli prestabiliti.

Da qualche tempo mi sono lanciata, a tempo perso, nell’avventura di tenere un blog in cui parlo di pubblicità, la mia vera passione. E sono in attesa di diventare “cultrice della materia” presso l’Università XY. Ma faccio tutto questo in segreto, al weekend o di notte. I miei capi lo sanno e fanno finta di non sapere, fanno finta di non capire quale sia il mio interesse e mi hanno addirittura suggerito di fare una seria riflessione su cosa voglia fare da grande. Così, fra alti e bassi, continuo a chiedermi e le chiedo, prof: è possibile trovare un’azienda in cui si possa combinare il lavoro alla propria passione?»

La mia risposta in sintesi: «Cara Anna, non solo credo, ma so che, nonostante tutto, nonostante la tua esperienza e nonostante quella di “Paolo”, esistano ancora posti di lavoro – persino in Italia – in cui una giovane donna possa realizzare (anche) qualche sogno. Non smettere mai di crederci.»

Credits: il disegno è tratto da QUI.

9 risposte a “Esiste un lavoro che non ti costringa a rinunciare ai tuoi sogni?

  1. Di solito quelli che si pongono questo problema lavorano in proprio, oppure costruiscono l’azienda come desiderano.
    Ma probabilmente non vi siete posti mai il quesito poiché la mentalità del dipendente è appunto: dipendente.

    Quindi nella vita occorre decidere se fare la strada o seguirla.
    Detto da uno che ha provato entrambi i metodi soltanto per il gusto di capire quale dei due scegliere.

  2. Fare una riflessione su cosa voglia fare da grande?! Quindi, in pratica, “diventare grandi” (maturi/responsabili/impegnati, l’isotopia può essere compilata all’infinito), significa accordarsi alle loro aspettative? “Anna”, la prego, non diventi grande. C’è tanto grigiore al mondo, tanta poco creatività, fin troppo spesso, e penso che non poca sia dovuta a persone che non amano quello che fanno. L’ho sentito sulla pelle fin troppo spesso anche io, e fa un male assurdo.

  3. La mia storia ha qualche punto in comune con quella di “Anna”. La crisi c’è da quando ho iniziato a lavorare e per ora non si intravedono spiragli. Dopo diversi contratti precari nell’editoria, dove tanta passione si è trasformata in delusione, ho trovato un lavoro nel marketing operativo con un contratto serio. Ormai sono alcuni anni che sono in questa azienda, ma già dopo i primi mesi sapevo che non è il posto in cui posso “realizzare i sogni”. Anzi.
    In realtà, mediare tra i sogni e la realtà non è mai banale e forse non lo è soprattutto per la mia generazione, a cui è stato detto che avremmo potuto scegliere cosa fare nella vita – e invece forse non è proprio così. Tra l’altro io sono una di quelle che non è proprio capace (o forse non ha voglia) di fingere di essere il “personaggio duro” per far carriera – e infatti non la faccio.
    Che fare dunque? Mi sono messa a studiare tutt’altro, qualcosa che non so ancora se e come sarà possibile trasformare in un lavoro – e se sì, sarà comunque un lavoro autonomo. Avrei potuto fare un master, forse, specializzarmi in qualcosa di più facile da “vendere”, ma il cuore mi ha portato altrove. Vedremo cosa riuscirò a farne, quello che è certo è che non ho voglia di spegnermi o di diventare qualcuno che non sono solo per il lavoro.

  4. Nel mio pensiero, a volte si sbaglia sapendo di (ri)sbagliare, poi cerchiamo solo negli eventi esterni la causa dei nostri mali. Anna, come ha potuto scendere a compromessi tornando e rimanendo a lavorare in un’azienda che non solo non mantiene le sue aspettative professionali, ma oltretutto ha leso di fatto degli elementari diritti civili, quale quello alla maternità della quale mi sembra la sua azienda avesse paura? Non ha pensato che la sua attuale azienda potrebbe averla richiamata anche perché altre persone non erano disposte ad accettare le stesse condizioni? Io posso capire i compromessi per chi ha bisogno di mangiare o al limite come fermata temporanea di un tragitto più lungo, ma non per chi ”ha bisogno” di far carriera. No, mi manca qualcosa nel racconto, Anna. Non usi il suo blog come mero palliativo, almeno così spero che non sia🙂

  5. Mah, beata incoscienza. Una che studia per arrivare in un’azienda a fare marketing e poi si butta a parlare di pubblicità e poi chiede se sia possibile sognare… Non so se essere più contento che ti sei trovata male o più triste di quanto nessuno ti abbia fatto ogni tanto capire qualcosa a proposito di quello che hai studiato. Gia il fatto che la tua passione sia la pubblicità dovrebbe farti suonare qualche campanello d’allarme. Si consiglia di cominciare con qualche farmaco a base di Marxoren, una pagina a caso prima, dopo o durante i pasti. Buona fortuna

  6. quello che non potrò mai accettare, nonostante sia diventata quasi una regola, è la convinzione per cui si debba diventare duri quando si ricopra un ruolo dirigenziale e si abbiano quindi persone sottoposte alle proprie direttive”. Evidentemente il (vero) carattere, l’autorevolezza, sono merce rara, dunque è più facile (non per tutti per fortuna) fare i duri, gli stronzi insomma.
    Quel che a me infastidisce è il piagnucolamento, anche questa volta e che anche questa volta alla fine mi suona falso.
    Mi ricorda (non so se ci azzecchi più di tanto) le lacrime della Fornero, spiazzanti è vero, ma insopportabili: della serie, fai quel che ti han chiesto, l’aguzzino, però non predere per i fondelli noi, le vittime, non piagnucolare sulla nostre triste sorte!

  7. Buongiorno a tutti,
    sono Luca e mi occupo di orientamento professionale e scolastico.
    Quando facciamo interventi nelle scuole e/o con disoccupati ed inoccupati esce spesso la frase “cosa vuoi fare da grande?”.
    Penso sia un diritto riflettere su questa domanda e un dovere provare a dare una risposta. La storia di Anna, a mio avviso, insegna che forse non abbiamo solo bisogno di un lavoro ma di più lavori che assolvono a funzioni diverse nella nostra vita. Almeno uno di questi deve essere “quello che vogliamo fare da grandi”.
    Luca

  8. Il problema non è il lavoro ma chi ti comanda o crede di poterti comandare. Non bisogna mai permettere a nessuno di decidere la tua vita.

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