Lavoro e maternità: quando in azienda lo squalo è donna

Donna incinta al lavoro

Mi scrive Claudia, che si laureò con me una decina di anni fa e mi ha sempre tenuta aggiornata sulla sua vita: il primo stage, i primi contratti da precaria, l’assunzione a tempo indeterminato in una multinazionale della moda, il matrimonio e infine, da circa un mese, la maternità. Che purtroppo ha portato con sé anche un’amara delusione:

«Cara prof, mi scusi se ultimamente sono sparita, ma la nascita di Lea, l’assestamento dopo il parto, le notti insonni… tutte cose che, come può immaginare, mi hanno assorbita completamente. È da tempo che volevo raccontarle cosa mi è successo in azienda per la bambina. All’inizio – me ne rendo conto solo ora – ho assorbito il colpo standoci male senza capire bene cosa fosse successo e perché. Ora, a distanza di qualche mese, vedo più chiaro nello schifo che mi è capitato, e non dico che sono più lucida, perché la rabbia è tanta, ma almeno sono in grado di mettere assieme la calma necessaria per scriverle due parole in proposito.

Lei mi conosce, prof, perciò sa bene quanto impegno e quanta serietà metto nelle cose che faccio, specie se mi piacciono: lo studio prima, il lavoro, poi, sono sempre stati al primo posto nella mia vita, anche perché ho avuto la fortuna di fare sempre quello che davvero mi appassionava. Lavoro in XY dall’inizio del 2009 e da allora all’azienda – e alla mia capa, a cui devo l’assunzione e di cui sono subito diventata il braccio destro – ho dato tutta me stessa: sempre in prima linea, sempre a disposizione anche al weekend (a volte mi pareva di essere un medico con l’obbligo della reperibilità), giornate di dieci o dodici ore quando necessario, ma spesso, a ripensarci, anche quando non era necessario, ma serviva a tranquillizzare la capa, a sostenerla nei momenti di stress prima di questo o quell’evento, questa o quella sfilata o servizio fotografico.

Quando mi sono sposata, a ripensarci ora, avevo già notato qualcosa di strano in lei, ma non ci avevo fatto caso più di tanto: in fondo era venuta al matrimonio, ci aveva fatto un regalo gigante e sembrava sinceramente felice per me, anche se ogni tanto faceva battutine del tipo “Non mi abbandonerai, vero?” e cose del genere, cui avevo prontamente replicato rassicurandola, ma soprattutto lavorando come e più di prima proprio per dimostrare, a lei e all’azienda, che nulla era cambiato e nulla sarebbe cambiato nel mio impegno, nonostante il matrimonio.

I veri problemi sono cominciati quando sono rimasta incinta. Avrebbe dovuto vedere la faccia che ha fatto quando gliel’ho detto, prof! Sembrava che le avessi annunciato una grossa disgrazia o che ne so: un lutto, la distruzione di casa sua, il peggio del peggio. Per fortuna ho avuto una gravidanza tranquilla, per cui ho lavorato fino all’ultimo, tanto che quasi partorivo in azienda. Inutile dire che mi sono ammazzata di lavoro fino all’ultimo mese per dimostrare alla mia capa che nulla sarebbe cambiato dopo la nascita di Lea, per rassicurarla e dimostrarle che io ero sempre io, che il lavoro continuava a prendermi e sempre mi avrebbe preso, anche con la bambina. Niente da fare. Lei aveva cambiato atteggiamento nei miei confronti e, assieme a lei, anche altre colleghe (le donne in azienda sono la stragrande maggioranza): tutte hanno cominciato a trattarmi come una che c’è e non c’è, una su cui non si può contare più di tanto, una che fra poco se ne andrà, quasi una traditrice. E per quanto io mantenessi gli orari di sempre (dieci o dodici ore al giorno, ripeto), per quanto fossi disponibile al weekend e nascondessi le nausee nei primi mesi e la stanchezza quando il pancione era diventato grosso, non c’era niente da fare: per loro non ero più la stessa, l’avevano già deciso.

Fino al colpo più duro. Il giorno in cui ho comunicato alla mia capa che intendevo prendermi solo la maternità obbligatoria, non un solo giorno in più proprio per non togliere nulla all’azienda, mi sono sentita rispondere, con tanto di sorriso mellifluo e falso: «Ma no, Claudia, non ti preoccupare, prenditi pure tutti i mesi di maternità facoltativa che puoi, così tu ti godi la bambina e a me dai più tempo per addestrare la tua sostituta. D’altra parte, diciamoci la verità almeno io e te: non penserai che, una volta tornata, qui dentro farai le stesse cose di una volta! Non potremo più contare su di te, questo è chiaro a tutti, e dunque ho già pensato di cambiarti ruolo e mansioni. Ho fatto diversi colloqui per trovare la persona che ti sostituirà, non è stato facile, ma c’è una giovane che sembra promettente: viene dall’azienda YZ e non sarebbe male soffiarla alla concorrenza…»

Ecco cosa mi è successo, cara prof: sono stata eliminata, cancellata, spazzata via in un battibaleno, dalla stessa persona che per anni – a detta sua e di tutti, ma soprattutto, a guardare i fatti – non poteva lavorare (non poteva vivere!) senza di me. Per fortuna non perderò il lavoro e oggi, da quel che mi dicono, è già molto, ma in quale clima tornerò? Con quale voglia e soddisfazione potrò ancora lavorare? Che mansioni andrò a svolgere? Nulla mi è stato ancora detto in proposito. Mi metteranno nelle condizioni di dare le dimissioni? Per andare dove? Ma soprattutto le chiedo, prof: cosa spinge una donna forte, intelligente, autonoma e sedicente femminista come la mia capa a pensare che, solo perché sono diventata mamma, non posso più mettere impegno e passione nel lavoro? Cosa la spinge a non vedere, a non rispettare tutti i miei sforzi per dimostrarle il contrario? E ancora, è davvero passione, è davvero dedizione al lavoro stare tutte quelle ore in azienda? O non sarebbe meglio chiamarla nevrosi e ossessione? Che senso ha una vita fatta solo di azienda? Non si può immaginare un’organizzazione del lavoro efficace ed efficiente, in cui tutto ciò che c’è da fare si fa in otto ore e poi ci si dedica ad altro? All’estero è possibile, mi dicono amiche che vivono in Olanda, in Danimarca, in Francia. Perché in Italia no? Grazie per aver letto fin qui, prof. E mi scusi per lo sfogo: forse le mie domande non hanno risposta, perché in Italia il lavoro funziona così, chissà per quanto tempo funzionerà così e noi dobbiamo solo rassegnarci. Le mando un abbraccio, Claudia.»

A confermare i timori di Claudia, ci sono i dati dell’Osservatorio nazionale sul mobbing: sono quasi mille solo nella provincia di Bologna le lavoratrici colpite da mobbing dopo aver partorito. Leggi l’articolo su Repubblica Bologna: Quelle mille lavoratrici colpite da mobbing dopo il parto.

17 risposte a “Lavoro e maternità: quando in azienda lo squalo è donna

  1. Purtroppo non posso che confermare, sento tante storie come questa, troppe.

  2. Conosco persone che direbbero che la parola schifo, usata da Claudia, è esagerata. Invece io la trovo tristemente perfetta. Fa schifo. Non solo l’ancestrale preconcetto che la donna/mamma è meno produttiva, ma la … premeditazione? Se ne può parlare, in questo caso? Perché se ho capito bene, i colloqui per trovare una sostituta sono stati fatti prima ancora che la maternità iniziasse. E questo aggiunge beffa ed inganno al danno.

  3. Quante di queste storie ho sentito in questi anni 17 anni nei forum di mammeonline… davvero troppe e ancora oggi, ogni volta che ne sento una, mi sale una rabbia impotente. Perché è questa la cosa peggiore, sapere di non poter fare nulla. Sconfortante.
    E deprimente che siano le donne ad essere le più feroci verso le altre donne, quando arrivano in cima alla piramide. E dire che potrebbero fare moltissimo per contribuire a far cambiare mentalità a questo paese, dove una donna che figlia è vista come una perdita e non come una risorsa preziosa, non solo per l’azienda ma anche per la società tutta.
    E’ una visione perdente, non solo per la donna che subisce ma anche per l’azienda che permette che questo accada.
    E un/una dirigente come questa dovrebbe essere licenziata per danno aziendale.

  4. scusate, ma questa azienda, e la capa soprattutto, sono passabili di denuncia. Anzichè lamentarsene a vuoto, agire. Avvocato e via. E’ puro bossing e ci sono leggi apposta. La donna che ha avuto un bambino non si può demansionare, nè tanto meno sostituire con un’altra persona. Auguri.

  5. Debora@ Infatti penso che non si dovrebbe arrivare “in cima alla piramide” se ci si arriva (in moltissimi casi) significa che si accetta la gerarchia patriarcale e di conseguenza(anche se sei donna) la testa funziona come quella di una uoma, quindi perchè sorprendersi? Sapere di non poter fare nulla (non è così..io ho agito rischiando il licenziamento che però non è avvenuto, non solo ma è aumentata la stima e la fiducia nei miei confronti ) ed essere sconfortate non serve , dobbiamo fidarci l’una dell’altra , noi donne abbiamo una capacità speciale di fare rete ovviamente tenendo presente che la strada per la nostra liberta’ (non solo dell’emancipazione) è faticosa veramente e tante volte si preferisce ricalcare quella gia’ fatta dagli uomini..

  6. Nell’azienda dove attualmente lavoro, l’età media è 32 anni. Sebbene la maggior parte dei dipendenti siano ragazzi, la quota rosa si fa sempre più sentire (e meno male). Si lavora molto, l’estrema dedizione al lavoro e la disponibilità di tempo “extra” restano sempre fattori apprezzati e “funzionali” alla carriera, ma il clima in azienda è tutto sommato sereno e piacevole. Questa mattina al rituale caffè antecedente il meeting della settimana, il mio capo, persona alla mano e di grande esperienza, si è lasciato sfuggire con leggerezza una battuta piuttosto eloquente riguardo l’impennata di matrimoni di giovani colleghe e colleghi: “Non è il problema che si sposano, il problema è che poi fanno figli e qui non resta a lavorare nessuno”.
    Che dire…

  7. Va bene, questa storia sarà anche l’esempio di mille altre, ma è solo una faccia di mille altre facce.
    Da un lato c’è una Claudia, che racconta la sua storia ed emotivamente siamo tutte con lei, stacanovista e dedita al lavoro come tanti e tante di noi, come fosse un medico che viene chiamato di domenica per salvare delle vite, o come uno psicologo che aiuta la capa sorreggendo così il vertice della piramide produttiva, e ora si è vista mandata in secondo ruolo in ufficio a causa del naturale ruolo di mamma, per di più senza nessuna gratitudine o sensibilità, da una capa cinica e volta al rubare i lavoratori che già sa esser bravi di altre imprese.

    Ma se leggessimo la stessa storia da parte della neo assunta? Eccola, è Emma, risorsa “strappata alla concorrenza” come dice la capa di Claudia, che ha firmato un bel contratto da sei mesi più rinnovo ad un buon compenso. Emma ci racconta con altrettanto patos di aver lasciato un contratto sicuro della vecchia azienda, nonostante si trovasse comunque bene, per motivi x (per mettersi alla prova dopo un periodo buio, o magari perché le offre uno stipendio più alto di cui nEcessita da quando il marito ha perso il lavoro…insomma, deve tentare.). Dopo qualche mese sa di esser stata davvero brava e dedita al lavoro nella nuova azienda come (o di più…?) Claudia e, dopo la prova di sei mesi con la promessa di rinnovo di cui la capa era certa, le tocca setire dalla capa frasi come “ah scusa, è tornata per davvero l’altra…capisci, eticamente non posso non renderle il ruolo che era suo, l altro ruolo non le andrebbe tanto bene, grazie ciao”. Eccola Emma, che viene proprio lasciata a casa, senza nessun 80%, senza altro ruolo alternativo e senza posto nella vecchia azienda.

    E poi c’è la realtà della capa, si chiama Roberta. Imprenditrice che ha dato tutta l’anima nel portare avanti il lavoro dei suo genitori e dei suoi nonni prima. Niente hobbyes, niente aerobica, un marito che la ama e la aiuta nella stessa azienda, e il cane che li aspetta al rientro. La coppia sa che, se l’azienda chiude, (come è successo a 260 imprese al giorno lo scorso anno) rimangono a terra tutti i dipendenti con tutte le rispettive famiglie, loro due stessi e il cane di casa. Quella didi Roberta è un’azienda di famiglia danneggiata dal terremoto di tre anni fa, per il quale deve ancora ricevere gli aiuti promessi dallo Stato ma che, dal canto suo, ha comunque saldato i debiti con i fornitori e si sta rialzando a fatica con la banche al collo. Sa che aveva sempre chiesto tanto al suo braccio destro in questi anni di crisi ma il compenso era adeguato e le soddisfazioni rese altrettanto importanti.
    Roberta ritiene che con fatica passeranno lostesso i mesi senza il proprio braccio destro e Emma sembra altrettanto capace; per fortuna Claudia stará ottima anche in quell’altro ruolo che ha pensato per lei, ambito che va rinforzato da una persona competente come lei che già conosce i punti forti e quelli deboli della ditta: l’azienda andrà avanti e con essa tutti gli altri dipendenti. Gli utili sono minimi, è vero, ma Roberta tiene duro: le rate si sono dilungate (e gli interessi alzati), perché per fortuna le banche le hanno accordato un poco più di tempo, però in più ora si trova a pagare uno stipendio nuovo per intero a Emma, più l’80% di quello di Claudia, gli aiuti statali son stretti, e Roberta lo sa che la sua amica e instancabile braccio destro potrebbe chiederne altri sei di mesi…e se ci fossero altre news? La realtà è che Claudia conferma il suo rientro e rivuole subito il suo posto precedente, proprio ora che si preparano due eventi per l’autunno del prossimo anno, agosto/settembre2016, con dei clienti che portano una gran percentuale di fatturato… Così, dopo aver istruito Emma, ormai a metà lavoro, Roberta lascia secondo le norme vigenti tutto a Claudia che ê appena rientrata e che quindi non è propriamente “già sul pezzo”: in effetti è giustamente rientrata subito, da collega ligia al lavoro, ma di fatto le poppate notturne continuano come è altrettanto giusto e naturale che sia, alcune notti insonni persistono, il pediatra ogni tanto, gli ormoni sballati del post partum e lei non è al 100%…ma la capa capisce con empatia le fatiche di mamma. Sa che la situazione è delicata e non può e non vuole chieder di più alla sua collega e amica. L’evento di agosto/settembre 2016, preparato a metà da un braccio destro e metà dall’altro braccio destro, ha portato confusione, ha fatturato meno del dovuto, due grossi clienti sono stati persi, l’umore dell’intero staff é a terra e l’azienda si trova davanti ad una rateizzazione ancora più svantaggiosa, sempre se le banche gliela concederanno.

    Ovviamente sono piatti stereotipi queste mie idee che ho chiamato Roberta o Emma o “marito di Emma”, e io per prima condivido la rabbia di Claudia: lei ha faticato e sacrificato chissà quanto per quell’azienda, che di fatto l’ha fatta sentire uno scarto per esser diventata genitore, vedendo questo nuovo ruolo di mamma come un torto al mondo del lavoro e non come un naturale proseguo della vita e un accrescimento della personalità di Claudia, che ora con un bimbo imparerà addirittura ad affinare ancor di più le sue doti organizzative, da spender meglio anche nel lavoro…. ma cosa è ingiusto, e a seconda di chi, e per quale fine etico/economico, se conoscessimo tutte le facce della realtà di ciascuno?

  8. Riguardo al mobbing potrei scrivere un libro. Quindi, cara Claudia, hai tutta la mia solidarietà. Ti invito a tirare fuori le unghie e a combattere, a costo di litigare con la tua capa. Capirà che non sei tonta come pensava ma che ti fai rispettare. Non entrare in competizione con la nuova arrivata, che sarà una sua parente o una sua amica ma non permettere che niente e nessuno ti rubi il lavoro, qualsiasi mansione di verrà data. Le donne, quando ci si mettono, sanno essere più cattive degli uomini.

  9. “giornate di dieci o dodici ore quando necessario, ma spesso, a ripensarci, anche quando non era necessario” – ” lavorando come e più di prima”.

    Questo denota non un rapporto di lavoro remunerato, ma un rapporto personale e affettivo esclusivo. Ovvio che quando i bisogni personali cambiano, i colleghi, che vivono alla stesso modo quello che dovrebbe essere un lavoro remunerato, vivano la cosa come un tradimento. Se “i colleghi” è “la capa”, c’è un grosso problema.

    IMHO il parto e l’essere donna è solo incidentale. Un uomo chieda il congedo parentale e si ritroverà nella stessa situazione, se dimostra di essere disponibile oltre il suo orario di lavoro.

    Le leggi dovrebbero mitigare queste distorsioni e in parte lo fanno. Pardon: facevano, prima di Renzi.

  10. Un’azienda in cui il lavoro è così totalizzante da costituire l’unica vita possibile a dispetto delle altre. Una capa che vive in e per l’azienda che vive la gravidanza del braccio destro come un tradimento matrimoniale. La vendetta da moglie tradita pianificata lungamente e con anticipo. Forse l’invidia per chi ha una vita là fuori.
    Oltre che sindacale sembra questione psicanalitica.

    Solidarietà ovviamente con Claudia, ma attenzione quando si dà tutto, troppo al lavoro. Certe aziende non sono sane e le conseguenze prevedibili, ahimè.

  11. Tutti i giorni di fanno meeting aziendali sull’innovazione, sul miglioramento dei processi ecc. Io aumenterei gli incontri di manager e dirigenti per cambiare questo sistema. Nel weekend non si lavora, e se lavori recuperi durante la settimana. L’azienda organizzata non limita la maternità ma gestisce i team in modo che ci siano gruppi di lavoro che funzionano in 8 ore per tutti. La sera si fa altro, per avere una vita che sia sana e che, quindi, porti profitto mentre lavori (e non sclero). Se si organizzano turni e vite in ospedale dove “il valore della presenza” è a volte davvero importante, una azienda che produce beni e servizi può serenamente gestirsi. A volte viene questa ansia di arrivismo, vivi come se “se non lo fai non cresci, se non lo fai non vali, se non lo fai il capo poi…”, una triste lettura femminista, che fa tanto anni ’90, manifesta qualcosa di latente che va ogni sviluppo economico felice. Claudia ha ragione, e finalmente si parla di queste cose. Grazie Giovanna.

  12. completo accordo con la prima Laura e il Comizietto.

  13. Sinceramente non riesco ad essere completamente solidale con Claudia e ritengo che sia in parte corresponsabile dell’accaduto: lei per prima ha alimentato la morbosità del rapporto con “la capa” lavorando a tutte le ore e dando una connotazione “sentimentale” al rapporto lavorativo….quest’illusione faceva comodo ad entrambe…oltre a danneggiare chi, prima di Claudia, aveva compreso l’assurdità di tale approccio. “E ancora, è davvero passione, è davvero dedizione al lavoro stare tutte quelle ore in azienda? O non sarebbe meglio chiamarla nevrosi e ossessione? Che senso ha una vita fatta solo di azienda? Non si può immaginare un’organizzazione del lavoro efficace ed efficiente, in cui tutto ciò che c’è da fare si fa in otto ore e poi ci si dedica ad altro?”

  14. Non per fare il maschilista, ma lavoro da 35 anni ed ho sempre visto che le peggiori nemiche delle donne sono sempre state le donne…

  15. La fanatica religione del lavoro non è una virtù, anche se viene dipinta come tale dai media e da molte persone, ma è una rischiosa forma d’integralismo. Non è una virtù perché gli eccessi non sono mai virtuosi, ma generano risultati aberranti, come quello descritto dal post. Gli eccessi generano sempre stress psichico e fisico dannoso per se stessi e per gli altri, perché inevitabilmente ricade su chi abbiamo vicino.
    Occorre esseri seri, precisi e impegnati, svolgere bene le proprie mansioni cercando di dare il massimo, ma poi, al momento opportuno, occorre ‘staccare’. Bisogna avere una vita privata e bisogna anche fare le vacanze, dimenticando capi e capetti vari.

  16. Il sistema azienda è un sistema di rapporti interpersonali intermediati da un potere che in una sana società esterna sarebbe poco sopportato se non contrastato. Così la maternità, un elemento sociale di notevole importanza, quando irrompe, anche solo limitatamente, nel rapporto di lavoro, viene spesso considerata un costo, una avversità, un tradimento della lavoratrice. Chi paga è l’anello debole, la madre. Il prezzo ha tante facce: isolamento, blocco della carriera, se non mobbing fino nelle sue più sottili e financo sadiche sfumature. Chi ha il potere decisionale, capo o capa che sia, lo utilizzerà per quanto matura o immatura sia la propria personalità, per quanto sofferto sia o sia stato il proprio vissuto aziendale e, soprattutto se anziché essere un vero leader che sa valorizzare e amare i collaboratori, è solamente un povero capo. Aggiungo una valutazione sulla dedizione al lavoro o peggio, alla persona del capo/capa: se si fa, lo si faccia perché lo si desidera fare, ma non si pensi di essere ripagati col premio di fedeltà nel momento del bisogno. Il sistema aziendale è darwiniano.

  17. La maternità E’ un costo oggettivo, non una percezione soggettiva:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/23/maternita-quanto-costa-alle-imprese/1036468/
    Al di là dei casi di stronzaggine più o meno acuta dei capi e delle cape (nonchè di tutta quella casistica di dipendenti che danno anima e corpo e anche di più e anche quando non richiesti – vedi alla voce servilismo), fenomeno senz’altro NON marginale per la mia esperienza, in molti casi sono appunto i costi che spaventano i datori di lavoro.
    Sul fatto poi che lo squalo sia donna non vedo di cosa stupirsi.

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