Dall’Università di Bologna a Timbuktu, passando per la Silicon Valley

Reunion_Alma_Mater

Elena Favilli si laureò a Bologna ormai diversi anni fa. Ero giovane anch’io, muovevo i primi passi come ricercatrice universitaria e fui solo correlatrice della sua tesi di laurea (relatore era il collega Costantino Marmo). Da allora, siamo sempre rimaste in contatto su internet e sui social media: ho sempre seguito con interesse, stima e affetto i progressi della sua brillante carriera professionale, sentendomi nei suoi confronti più una sorella maggiore che una prof. È perciò con vero orgoglio di sorella che oggi pubblico il testo del discorso che Elena ha tenuto nel giugno scorso, in occasione del Primo Raduno Mondiale dei laureati dell’Università di Bologna. Credo possa essere di ispirazione per qualunque studentessa e studente di discipline umanistiche (e in particolare di Semiotica). Notevole la conclusione – amara ma incoraggiante, da donna forte oltre che brava a donne altrettanto forti e brave – sul gender divide che affligge il mondo del lavoro. Non solo in Italia, purtroppo. Nel mondo. E persino nella Silicon Valley.

«Grazie. Sono così felice di essere qui stasera a festeggiare con voi l’Università di Bologna e tutti i suoi studenti. È un onore per me condividere con voi la mia storia e spero che, almeno per qualcuno di voi, possa essere una fonte di ispirazione straordinaria, come vuole il titolo di questa sessione.

Mi ricordo la prima volta che entrai in piazza Santo Stefano. Ci arrivai seguendo la mappa contenuta in una guida che avevo comprato prima di partire. Arrivavo a Bologna da un piccolo paese in provincia di Arezzo, Loro Ciuffenna, ed ero venuta a Bologna per studiare Semiotica. Sognavo di diventare una famosa studiosa di questa disciplina. Una mappa di Bologna mi sembrò la cosa migliore da cui partire.

Iniziai a studiare con passione, con slancio, e oggi posso dire senza ombra di dubbio che non sarei mai arrivata a Timbuktu, se non fossi passata da Bologna.

Ma questa è già la fine della storia. Andiamo con ordine.

Le persone che ho incontrato e le esperienze che ho vissuto in questa università, sono una parte fondamentale della persona che sono oggi. Tra i banchi dell’Università di Bologna trovai il mio primo vero gruppo di amici, i miei migliori amici, con cui – ancora oggi – condivido incredibili avventure da una parte all’altra del mondo. Da loro ho imparato il valore dell’amicizia come motore inarrestabile di scoperta del mondo.

Nelle aule dell’Università di Bologna trovai professori eccezionali, che non solo mi hanno ispirato con le loro lezioni, ma che mi hanno incoraggiato a perseguire i miei progetti, sempre con enorme fiducia. Due su tutti: i miei carissimi professori Giovanna Cosenza e Costantino Marmo. Da loro ho imparato quella rarissima combinazione di pensiero critico, onestà e coraggio che ispira ogni giorno il mio lavoro da amministratrice delegata.

Da studentessa a Bologna partecipai anche alla campagna elettorale di Sergio Cofferati. Ok: lo so che poi il resto della storia di Cofferati a Bologna non è andato proprio benissimo. Ma quella campagna elettorale del 2004 fu per noi una cosa incredibile, un momento in cui ci sentivamo tutti protagonisti del futuro di questa città, la nostra città. Da quella esperienza imparai la vertigine del dare al proprio lavoro, qualunque esso sia, una dimensione politica, in grado di creare valore per la collettività, oltre che per l’individuo.

Grazie a una borsa di studio dell’Università di Bologna, studiai per un anno intero all’Università di Berkeley, in California. Perché, ancora non lo sapevo, la strada per Timbuktu passava dalla baia di San Francisco. A Berkeley, imparai che quello che studiavo poteva avere un impatto concreto sulla realtà, che il mio lavoro poteva decidere che forma avrebbe avuto un pezzetto di futuro.

Ci sono poche cose che ti cambiano la vita come l’Università. E ci sono poche Università che ti permettono di crescere con la limpidezza e con la forza dell’Università di Bologna. Mi laureai sicura che lavorare sarebbe stato ancora più bello.

Riuscii a trovare da subito lavori molto interessanti e perfettamente in linea con il mio percorso di studi. Prima in un’agenzia di comunicazione a Milano, poi nella redazione di una rivista, e poi in quella di un giornale. Non potevo lamentarmi. Giusto? Eppure c’era qualcosa di profondo che non andava.

Il mio modo di essere sembrava improvvisamente sbagliato. Ero spessissimo l’unica donna in redazioni di soli uomini. Per i miei colleghi ero troppo ambiziosa, o troppo riservata. Le mie opinioni sembravano contare così poco che chiunque mi interrompeva senza farsi problemi. La mia dedizione al lavoro veniva continuamente messa in discussione. Iniziai a pensare che l’università fosse stata una specie di miraggio, e che nel mondo reale il posto che mi spettava fosse molto più angusto di quello che avevo immaginato.

Mi ricordo che un giorno il mio direttore mi prese da parte e mi disse che non era quello il momento di pensare alle mie ambizioni. Avevo ventotto anni. “Una vita ce l’avrai”, mi disse. Fu una doccia fredda. Non era questo, quello che avevo imparato all’Università. La mia vita era adesso, e dovevo riprendermela.

Non ero più una studentessa da qualche anno a quel punto, eppure, ancora una volta, fu Bologna a darmi una mano. La mia tesi di laurea, in semiotica, era stata selezionata da Working Capital, un concorso di Telecom Italia che premia idee imprenditoriali innovative. E quell’anno l’edizione si teneva proprio qui dietro, in piazza San Giovanni in Monte. Partecipai con un progetto per un iPad magazine per bambini, e vinsi. Ventimila euro per realizzare il primo prototipo della rivista.

Decisi di chiamarla Timbuktu, come un luogo che è così lontano da sembrare quasi immaginario. Ma che in realtà esiste. Perché quello era il mio sogno. Creare uno spazio nuovo, in cui i bambini potessero conoscere la realtà attraverso l’immaginazione.

L’iPad era appena uscito e Timbuktu fu riconosciuta dai giornali di tutto il mondo come la prima rivista su iPad per bambini. Da quel momento, le cose iniziarono ad andare molto in fretta.

Innanzitutto, non ero più da sola.

Francesca Cavallo, la straordinaria direttrice creativa di Timbuktu, aveva iniziato a lavorare con me e insieme, nei ritagli di tempo che ci lasciavano i nostri lavori di allora, avevamo cominciato a partecipare e a vincere una dopo l’altra tutte le competizioni per startup che iniziavano a nascere un po’ dappertutto anche in Italia. Vincevamo, ci facevano un sacco di complimenti, ma nessuno si decideva a investire.

Nel novembre 2011 vincemmo Mind the Bridge, un concorso che premiava le migliori startup italiane con un mese a San Francisco. Tornai in California. Arrivammo a fine gennaio con un visto turistico di 3 mesi, e dopo solo 1 mese avevamo trovato il primo investitore americano disposto a scommettere su Timbuktu. Tornammo in Italia per il tempo necessario a fare un nuovo visto e ripartimmo per gli Stati Uniti.

Timbuktu nacque ufficialmente come azienda il 29 aprile del 2012 e il primo investimento ufficiale nella società portava la firma di Dave McClure, uno degli investitori più famosi e stimati della Silicon Valley. In tre mesi, ero passata da lavorare dalla mia minuscola cucina di Milano, ad avere un’azienda nel cuore della Silicon Valley. Non sarei mai arrivata a Timbuktu, se non fossi passata da Bologna.

Non avevo mai pensato di fare l’imprenditrice fino allora. Volevo diventare una famosa studiosa di semiotica, ricordate? E invece, all’improvviso, mi rendevo conto che quello era esattamente il mondo in cui volevo stare. Timbuktu teneva magicamente insieme tutte le cose che cercavo in un lavoro: l’indipendenza, le sfide, l’anticipo sui tempi, la possibilità di lasciare un segno profondo nel mondo, l’opportunità di costruire un’azienda diversa da quelle in cui avevo lavorato. Teneva insieme tutte le cose che da sempre mi avevano più appassionato: il design, la comunicazione, l’editoria, la tecnologia, lo sguardo dei bambini, la semiotica.

Con Timbuktu avevo finalmente ritrovato quella sensazione di totale libertà che mi aveva accompagnato per tutti gli anni dell’Università a Bologna.

Oggi, Timbuktu è riconosciuta come una delle aziende più innovative nel settore della comunicazione digitale per bambini. Nel 2013 Timbuktu Magazine ha vinto il premio come Migliore Rivista per Bambini del mondo, battendo in finale National Geographic Kids. Nel 2014 un nostro progetto per un parco giochi interattivo ha vinto la Prima Menzione Speciale alla Biennale di Architettura di Bordeaux. E le nostre applicazioni per iPhone e iPad vengono regolarmente segnalate da Apple tra le migliori applicazioni per bambini al mondo.

Le nuove sfide su cui stiamo lavorando oggi hanno a che fare con la progettazione di un nuovo tipo di parchi giochi per bambini. Vogliamo che le cosiddette città intelligenti del futuro siano luoghi in cui crescono cittadini intelligenti, consapevoli di come funziona la città informatizzata verso cui stiamo andando. Immaginiamo che lo spazio pubblico possa avere nuove funzioni, legate anche allo sviluppo di competenze digitali. E per questo stiamo sviluppando un nuovo tipo di parchi giochi connessi, che consentono ai bambini di programmare alcuni pezzi della propria città.

È il lavoro perfetto per chi ama la semiotica, perché consiste nel tracciare dei segni, che in questo caso connettono gli spazi analogici e gli spazi digitali delle città, e nello studiare il modo in cui questi segni vengono interpretati e usati dalle persone che li attraversano.

Come inventare una nuova mappa.

È stato un viaggio lungo, quello da Bologna a Timbuktu. Ed è passato molte volte da rotte improbabili, spesso difficili da riconoscere. A volte così difficili da farmi credere di avere perso completamente la strada.

A chi studia oggi all’Università di Bologna, ho un solo consiglio da dare: cogliete ogni singola opportunità offerta in questo percorso, perché quella dell’università sarà l’esperienza più autenticamente democratica della vostra vita.

Democratica per la tutela del diritto allo studio. Democratica per la parità di accesso a tante opportunità incredibili come quelle capitate a me. In un contesto, unico al mondo, in cui conta solo il talento e la determinazione. In un contesto, l’unico al mondo, in cui – finché eri tra i banchi dell’Università – contava solo il nostro merito e non il nostro genere. Tante delle mie compagne più brillanti erano ragazze. Determinate, intelligenti, appassionate. Fuori dall’Università, tutto cambia. Vorrei che, almeno per un secondo, ognuno di voi si chiedesse stasera, dove sono quelle ragazze? Che cosa è successo? Perché siamo sempre così poche su questi palchi?

Permettetemi quindi di chiudere con un augurio particolare alle studentesse dell’Università di Bologna. Il mondo che vi aspetta è ancora molto lontano dall’uguaglianza che si sperimenta nelle aule dell’Università e avrete bisogno di molta più forza, di molto più coraggio, di molta più tenacia dei vostri compagni maschi per riuscire a realizzare i vostri sogni. Non lasciatevi spaventare da nessuno, e rivendicate sempre il diritto alla vostra diversità. Diventerete: invincibili. Elena Favilli»

3 risposte a “Dall’Università di Bologna a Timbuktu, passando per la Silicon Valley

  1. Che magnifico discorso e che straordinaria esperienza!
    Io ho perso la mia strada, ho 28 anni e mi sento davvero confusa e frustata. Spero sia fonte di ispirazione per trovare ancora quella bussola.
    Grazie per la condivisione

  2. anche io sono laureata in scienze della comunicazione e conosco le difficoltà della professione, se così oggi in italia si può chiamare. non fanno altro che rubarti idee e energie finchè non demordi. non so, magari continuiamo a tentare.

  3. Timbuktu e la grandissima Elena Favilii! Mi chiedevo se ne avrei letto, un giorno, su questo blog🙂 Ho “scoperto” Timbuktu questa estate, navigando alla deriva su LinkedIn, e ho sentito un moto di orgoglio nel vedere una dei “nostri” Semiotici come fondatrice di una casa editrice per bambini così innovativa. Queste bellissime parole mi hanno commossa; grazie per averle postate.

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