Attentati di Parigi: emozioni comuni e riflessioni di buon senso (quando il buon senso spesso manca)

Sangue su Parigi, di Attilio Del Giudice

Non sono esperta di terrorismo internazionale, né tanto meno di integralismo islamico e Medio Oriente. Perciò mi limito a condividere – con tutta l’umiltà e il pudore del caso – alcune riflessioni, inevitabilmente intrise di emozioni negative, che ho vissuto in questi giorni dopo i sanguinosi fatti di Parigi, più come persona che come studiosa e docente universitaria:

  1. Ho provato, e continuo a provare, un grande fastidio nel sentire e leggere le reazioni dei politici italiani. Mi sembrano, quando va bene, pretesti per dare aria alla bocca, quando va male, strumentalizzazioni per agitare passioni negative contro migranti e stranieri, magari a caccia di voti futuri (che chissà quando arriveranno, fra l’altro). E la strumentalizzazione – si badi bene – c’è pure da parte di chi inveisce contro le strumentalizzazioni altrui. Eccome se c’è. In un crescendo di strumentalizzazioni l’una sopra l’altra. Bleah.
  2. Di basso – bassissimo – livello (con poche eccezioni) sono pure i commenti dei media italiani, sempre troppo concentrati, tanto per (non) cambiare, a fare da cassa di risonanza alle dichiarazioni, già in sé vacue, di questo o quel politico nostrano, più che ad approfondire, verificare, comprendere (e far comprendere) ciò che succede. Capisco che sia necessario dire e scrivere qualcosa immediatamente, a caldo, senza aver avuto il tempo di prepararsi e documentarsi in modo adeguato. Capisco che, in generale, tutti capiamo poco di terrorismo internazionale. Però.
  3. Mi ha turbata molto, e continua a turbarmi, il continuo appello al concetto di guerra, che fanno tutti, politici e giornalisti, in Italia come in Europa e nel mondo. Perché mi turba? Non tanto perché preferisco dimenticare anch’io, come molti, il fatto che – come dice papa Francesco – stiamo vivendo la terza guerra mondiale, una guerra assai diversa dalle due precedenti, ma pur sempre guerra, pur sempre sanguinosa, atroce e globale. Ma perché ricordo molto bene con quanta facilità e velocità George W. Bush, la sera stessa dell’11 settembre 2001, nelle sue prime dichiarazioni in mondovisione, parlò di guerra e attacchi contro lo stile di vita americano, simbolo di pace, libertà e opportunità, e con quanta facilità e velocità parlò di controattacchi da sferrare immediatamente, contro un nemico che, boh, non si sapeva bene chi fosse, ma subito venne identificato in Osama Bin Laden. E altrettanto nitidamente ricordo che bastarono pochi giorni affinché questi controattacchi fossero di fatto realizzati, in Afghanistan, come sappiamo. Senza efficacia, come sappiamo. Mentre il terrorismo internazionale, da allora, è ancora fra noi, non ci ha mai abbandonati.
  4. Mi ha turbata e mi turba molto sentire parlare di guerra anche perché mi sembra un concetto vecchio che non spiega affatto un fenomeno nuovo. Perché implica, da un lato, sopravvalutare i terroristi, come se fossero grandi strateghi super intelligenti, super organizzati e super attrezzati, dall’altro dimenticare che, per attrezzarsi e organizzarsi in modo sopraffino, oggi, basta anche poco, sia in termini di tecnologie sia in termini di soldi, anche se l’organizzazione comporta contatti a distanza con più paesi nel mondo. Per di più parlare troppo di guerra implica dimenticare che il prossimo terrorista efferato potrebbe pure essere quel ragazzetto taciturno e solitario che vive al piano di sotto e non è affatto straniero, no, ma italiano (o francese o inglese) e non ha nemmeno la faccia cattiva, no, ma ha trovato in quel certo fanatismo religioso, conosciuto magari per caso su internet, un modo per sentirsi meno solo, meno disadattato e disperato, un modo per incontrare altri simili a lui, un modo per darsi una ragione di vita. E di morte.
  5. Altro ho pensato e provato, ma mi fermo qui per ora. È solo buon senso? Forse. Ma di buon senso, in questi giorni, ne ho incontrato poco.

NB: L’immagine sopra è una “pittata”, come le chiama lui, di Attilio del Giudice.

13 risposte a “Attentati di Parigi: emozioni comuni e riflessioni di buon senso (quando il buon senso spesso manca)

  1. Un interessante elemento da aggiungere alla sua lista prof, sarebbe la serie di notizie false che macchinosamente sono uscite dai giornali.
    Questo è un articolo di Internazionale che allego:
    http://www.internazionale.it/notizie/2015/11/15/parigi-attentati-notizie-false

  2. ll buon senso spontaneo del commento di Giovanna dice molto di più degli articoli di improvvisati commentatori mediatici di situazioni complesse che non conoscono.
    Vorrei ora completare la sua citazione delle dichiarazioni di George Bush la sera dell11 settembre, con le sua ultime parole “And now go shopping!” . Un terrorismo che sfrutta delle -per quanto perversemente utilizzate- idealità giovanili non può essere vinto da società i cui valori si limitano al più sfrenato consumismo e dal dominio assoluto- anche sui governi- di una incontrollata speculazione finanziaria. La quale in questo caso include anche vendite di armi all’ISIS attraverso gli “amici” orridi regimi della penisola arabica(escluso il dimenticato Oman)..Angelo

  3. “E altrettanto nitidamente ricordo che bastarono pochi giorni affinché questi contro attacchi fossero di fatto realizzati, in Afghanistan, come sappiamo. Senza efficacia, come sappiamo.”

    senza efficacia dipende dai punti di vista: dopo l’11 settembre 2001 gli USA non hanno più avuto attentati terroristici sul loro territorio (a parte l’attentato alla maratona di Boston dell’aprile 2013: 3 morti) e comunque nulla di paragonabile all’11 settembre quindi dal punto di vista statunitense un’efficacia c’è stata.
    Da un punto di vista globale penso che ormai vada ammesso che rimuovere Saddam Hussein e Gheddafi senza nessuna idea decente per il dopo-guerra è stato un errore fatale

  4. Tutto perfetto ma non andiamo a finire che ce la prendiamo coi timidi eh? 🙂 C’è qualcosa di profondamente folle in quel che è accaduto, non riesco ad analizzare niente altro a caldo. Mi rimbomba in testa solo la parola Siria e la costante irresponsabilità della politica estera europea che non fa niente per prevenire, proprio da un punto di vista politico oltre, come già detto da tutti, militare o di sicurezza quel che accade. Politica estera scriteriata per me.

  5. L’ha ribloggato su nopenguinsincaliforniae ha commentato:
    Non c’è molto altro da dire sulla comunicazione in questi brutti giorni , giuste e condivisibili osservazioni , molto moderate, tra l’altro

  6. dopo l’11 settembre 2001 gli USA non hanno più avuto attentati terroristici sul loro territorio (a parte l’attentato alla maratona di Boston dell’aprile 2013: 3 morti) e comunque nulla di paragonabile all’11 settembre quindi dal punto di vista statunitense un’efficacia c’è stata.

    un attentato come quello dell’ 11/9 sarebbe stato irripetibile in ogni caso. E di certo non e’ per le guerre che hanno ingaggiato che gli attentati sono finiti ma piu’ probabilmente per gli accresciuti controlli di sicurezza agli aereoporti. Si e’ visto come hanno fatto saltare in aria l’aereo russo dove i controlli erano lassi. o in Europa che e’ piu’ vicina e raggiungibile degli stati uniti per ulteriori attachi. Non dimentichiamo che Parigi e’ stata attaccata due volte ma c’e’ stato ahce un terzo attentato in Francia

  7. Di certo non sono finiti grazie alla disastrosa guerra in Iraq ma credo si possa dire che nel complesso la strategia anti-terrorismo degli USA (fatta di accresciuti controlli agli aeroporti ma anche potenziamento dell’intelligence) non è stata un fallimento

  8. Anch’io detesto gli slogan dei politici, tipo Renzi. Io voglio solo sentir parlare di fatti.

  9. Altro punto critico: parlare di “guerra all’occidente” e la paura del terrorismo sono ottimi pretesti per farci accettare limitazioni alla nostra libertà e alla privacy, soprattutto oggi, che siamo tutti ingordi interattivi.
    Per il senso di sicurezza siamo disposti a rinunciare ai nostri diritti: Hollande ha già chiesto di modificare la costituzione.

  10. Se si guarda una cartina geopolitica dell’Africa tutta, e in particolare del Nord Africa e del Medio Oriente si comprende che le linee di demarcazione non sono confini ma spartizioni. Le cose vengono da lontano. Spartirsi i “possedimenti”, mettere, in nome della democrazia, a capo di Stati fatti su misura dei fantocci più o meno crudeli e all’inizio obbedienti, assoldare contractors assassini per gestire gli interessi dei petrolieri (eni compreso) non può essere privo di conseguenze. Favorire un “processo democratico” mi sembra una banalità fantasiosa. La forma Stato potrebbe anche non essere l’unica forma di aggregazione delle società, se non fosse conseguente e utile alla finanza peggiore.
 L’organizzazione tribale che aveva caratterizzato e dato un assetto a quei territori per millenni grazie a confini ecologici e variabili, adattati e disegnati dall’organizzazione sociale, probabilmente garantiva meglio delle linee tracciate nel nulla, diritte e lunghe cinquemila chilometri, la stabilità e la pace. I conflitti, che pure c’erano, erano limitati e un relativo benessere, seppure nomade, era possibile.
    Le spartizioni dei territori e delle risorse, i possedimenti coloniali e le loro involuzioni in Stati fantoccio e canaglia ma che siedono all’ONU, hanno portato al fanatismo religioso come ultima irrazionale forma di difesa, e ai tagliagole, figli dell’Europa e dell’America. Che bello avere gli stessi ciarlatani nostrani che da un lato predicano l’accoglienza senza sé e senza ma e dall’altra ordinano immediate rappresaglie o partecipano ai bombardamenti a tappeto (persiano) coi nuovi caccia acquistati preventivamente alla bisogna.

  11. Pingback: Parigi | Ilcomizietto

  12. La politica è più indietro della gente. Da almeno un decennio. Devono diventare caricature di sé stessi per adeguarsi al più basso dei loro elettori. E io mi vergogno di queste reazioni da parte di chi dovrebbe essere il migliore fra i cittadini ma non lo è affatto.

  13. E soprattutto impariamo da tanti scrittori (uno su tutti il Tolkien sbandierato dalla destra): reagiamo a muso duro ma senza diventare come loro, o loro avranno vinto. E’ una cosa dannatamente sottile

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