Lavoro: ma in Italia i giovani quanti sacrifici sono disposti a fare?

giovane pigro

È frequente, per molti studenti e studentesse, e anche per molti/e neolaureati/e, fare lavori che non hanno nulla a che vedere con il loro percorso di studi, prima di trovare un’occupazione che sia coerente con ciò che hanno studiato: il/la barista, il/la commesso/a, il/la cameriere/a ai tavoli, e così via. Lo feci anch’io, a suo tempo, sia mentre studiavo sia dopo la laurea, come ho raccontato tempo fa. Frequente? Per la verità in Italia accade assai meno che negli Stati Uniti. Rileggi ad esempio “Lavorare mentre si studia: non solo è possibile, ma consigliabile”. A questo proposito mi arriva la testimonianza di Paola, che da qualche mese vive a New York e, dopo la laurea in Lingue, ha fatto per quasi due anni diversi lavori e lavoretti (anche lei come Federico) per mettere da parte i soldi che le permettessero di trasferirsi in USA. La sua impressione è che in Italia i giovani non abbiano, in generale, tanta voglia di fare sacrifici. Leggi qua:

Cara Prof, spero di non essere inopportuna, ma avevo piacere di farle sapere come vanno qui le cose. [qui Paola mi racconta alcune cose sulla sua vita] […]

Un’ultima cosa vorrei dirle da tempo, che riguarda i lavoratori. Durante i vari lavoretti che ho fatto in Italia prima di partire, ma soprattutto mentre lavoravo in negozio, ho avuto alcuni colleghi “temporanei”: qualche mese di tempo e il contratto non era loro rinnovato. Ora, io non è che fossi chissà quale cavaliere del lavoro, intendiamoci, il negozio in cui lavoravo oggi va avanti benissimo anche senza di me, e se c’è una cosa che ho imparato è che siamo tutti necessari ma nessuno indispensabile.

Mi sento però di dire che, come si dice in gergo, ho visto poca voglia di “sbattersi”. Conosco persone alla ricerca di un lavoro da anni che appena parli di outlet o centri commerciali inorridiscono dicendo “Nooo, si lavora il sabato e la domenica… e… i festivi!!!”. Nessuno di coloro che lavora nel commercio è felice di non riuscire a farsi un Natale in famiglia o un weekend al mare d’estate, sia chiaro. Però lo fanno. Perché ne hanno bisogno o semplicemente perché lo hanno scelto. Ho avuto colleghi con contratti a tempo determinato, che potevano tranquillamente trasformarsi in contratti a tempo indeterminato, aspettare davanti al marcatempo che scattasse l’ora per timbrare già vestiti per andare via.

I casi a mio avviso sono due. Si lavora per passione, quindi si cerca di dare il proprio meglio, oppure si lavora perchè si “deve” lavorare, anche se il lavoro scelto o “capitato” non piace. Nella seconda ipotesi, che purtroppo temo sia la più diffusa, ci sono coloro che lavorano per portare a casa lo stipendio e coloro che lavorano, a mio avviso, con un po’ di coscienza. Nonostante il lavoro non sia proprio quello dei loro sogni, si impegnano comunque per essere professionali, o come si dice in gergo, “sul pezzo”. Fin qui nulla di strano, se non fosse che ho visto persone lamentarsi della loro mancata crescita in azienda quando non hanno mai accettato di fare uno straordinario, o non sono mai andati via un po’ dopo dall’orario di lavoro per finire ciò che avevano iniziato e non terminato. Poi, è chiaro che ci sono molte variabili di cui tenere conto, però ecco, questo è ciò che penso: lamentarsi che non c’è lavoro o non si cresce in azienda senza sbattersi neanche un po’ non funziona.

Se poi confrontiamo questo atteggiamento con quello dei giovani qui negli States, lo sa anche lei, Prof: qui è tutta un’altra musica e i ragazzi lavorano fin dal college per mantenersi agli studi. Perdoni la lunga mail ma avevo davvero piacere di scriverle. Buona serata! Paola.

12 risposte a “Lavoro: ma in Italia i giovani quanti sacrifici sono disposti a fare?

  1. Purtroppo però qui nei centri commerciali ti pagano circa 2,50 euro l’ora… vogliamo parlare di scarsa propensione al sacrificio o del fatto che dopo tanti sacrifici si sviluppa una scarsa propensione alla schiavitù? Perché è fare sacrifici anche fare l’università avendo rispetto per i soldi dei nostri genitori che ci finanziano e impegnarsi per uscire dall’università nei tempi giusti e con buoni risultati.. perché con l’università paghiamo tasse, affitti, compriamo libri, biglietti dei trasporti, facciamo la spesa.. oggi siamo un motore per l’economia più durante i nostri studi che dopo, perché DOPO, appunto, veniamo chiamati snob se non accettiamo una paga da 2,50 l’ora, con l’obbligo di stare in piedi in turni dalle 8-13 15-20; dove un giorno di febbre ci viene detratto dallo stipendio (parliamo sempre di 2,50 l’ora) e se un capo viene rubato o sporcato viene detratto alle commesse. Parlo di amici plurilaureati che condiscono i panini per i liceali, amiche con 3 lauree a fare le receptionist in palestra a 3 euro l’ora, psicologi non pagati per 3 anni e usati come “volontari”, infermieri a casa perché il mercato ha deciso che la moda delle professioni sanitarie è finita quindi se ti va bene ti rivendi come badante. SBATTERSI IN AZIENDA? A Roma veniamo pagati intorno ai 350 euro (mai più di 500) e inseriti in continui contratti da “stage” e non di rado subiamo mobbing (una studentessa di architettura veniva pagata 300 euro ma a fine mese le avevano calcolato i minuti passati in bagno e le erano stati detratti) . Dobbiamo dire grazie per 450 euro di stipendio come amministrativo in azienda in una città dove solo una stanza singola costa 500 senza spese? Se dopo due anni, in cui hai fatto l’1 di notte in agenzia a trastevere e vivi a tiburtina, arrivi finalmente a una paga di 800 euro ti ricordano tutti i giorni che sei necessaria ma non indispensabile. Parlo di persone con triennale e specialistica nei tempi, massimo dei voti, due anni di esperienza e 3 lingue.
    Per inciso, nei “fantastici US” anche se ti licenziano a 50 anni ci sono milioni di possibilità di rialzarti, la flessibilità esiste anche perché esistono posti che ti licenziano e posti che ti assumono…
    No, qui non sono gli Stati Uniti d’America, e aver importato il loro sistema economico e lavorativo in un sistema culturale non adatto a recepirlo ha prodotto questi risultati…
    scusate lo sfogo.

  2. Beh, io vengo da tutt’altro tipo di esperienza.
    Sono di certo d’accordo che lavorare durante gli studi non è certo una cosa negativa, anzi.
    Quello che non capisco è come, dopo aver completato gli studi, si possa far passare il fare un lavoro che nulla centra con il proprio titolo sia da definire un sacrificio e non una fregatura.
    Sarebbe un sacrificio se lo facessi per un paio di mesi, in attesa che i colloqui che sto facendo si concretizzino in una vera opportunità di crescita.
    è invece una fregatura se il cameriere sei costretto a farlo per qualche mese, poi vai a fare il commesso per qualche altro mese, poi vai a sostituire qualcuno in fabbrica e poi vai a fare il promoter.
    E così è già passato un anno. un anno in cui hai sopravvissuto, senza mettere a frutto nessuna delle tue conoscenze.
    e intanto dimentichi, il cervello imbrutisce e i maroni vorticano.
    I tuoi colloqui fanno sempre più ridere (eh si, ci devi ridere sopra, perchè quando il responsabile marketing di un’azienda ti dice che suo cugggino gestisce contemporaneamente 20 pagine facebook di importanti brand nazionali, e quando qualcun altro ti chiede come referenza SEO se “conosci URL?”, se non ci ridi sopra allora ti vien voglia di spararti in bocca) e i tuoi datori di lavoro temporaneo ti chiedono di fare gli straordinari senza essere retribuito, non ti danno nessuna garanzia, e fanno i gradassi con il frutto del tuo lavoro (perchè diciamolo, a fare gli imprenditori siam bravi tutti se teniamo la gente a nero e gli diamo 500 euro al mese) allora sai che c’è? io vengo a lavorare solo per lo stipendio, e se c’è da lavorare la domenica allora fai venire tuo cugggino, visto che è cosi bravo.

    Poi sono scappato all’estero: ora guadagno il giusto, in proporzione alle mie competenze ed al mio impegno.
    Il mio datore di lavoro la prima settimana veniva ogni mattina nel mio ufficio a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa.
    Un pomeriggio ho avuto dei problemi a casa e si è offerto di accompagnarmi in macchina, chiedendomi poi se avessi dei contanti in tasca, per qualsiasi evenienza.
    Adesso, dopo tutte queste attenzioni, se mi chiede di rimanere fino a notte fonda, rinuncerei anche a percepire gli straordinari.
    Peccato che me li paghino lo stesso.

  3. Scusate se mi dilungo, ma un post scriptum è dovuto, visto che il tema principale del post di Giovanna erano i sacrifici:
    Scappare all’estero è, di fatto, un sacrificio.
    si è costretti a lasciare la propria città, i propri amici.
    ci si ritrova al bancone di un bar a bere una birra da soli, sperando di fare amicizia con qualcuno; si cambiano le proprie abitudini alimentari, si vede la propria fidanzata uno o due weekend al mese e si litiga perchè la raianair ha cambiato l’orario dei voli, con il risultato di passare una notte in bianco e con i sensi di colpa, perchè sei stato tu a “scappare” e a mettere l’altro in questa situazione.
    a causa della lingua, almeno per i primi mesi, non riesci a esprimere esattamente tutto quello che ti passa per la testa e riesci a fare solo discorsi base, altro che filosofia e massimi sistemi.
    Insomma: credo che i sacrifici si facciano, e nonostante le difficoltà si continuino a fare perchè aiutano a crescere.
    Ma guai a confondere i sacrifici con le fregature.

  4. Che dire, Paola ha ragione ma… ci sono tanti “ma”:
    Personalmente capisco Lisa a Roma: per la mia esperienza (giovane, 27 anni), con laurea + specialistica (con 110), ormai 5 stage semestrali (di cui 2 all’estero), altre attività (pony express, volontariato…) e 3 lingue C1, ahimè sono acora qui a tirare con stage da 500€ che a mala pena mi permettono di pagarmi l’affito (Bologna).
    E’ vero che si cresce facendo sacrifici e l’ho sempre visto, ma solo a 27 anni mi sto già stancando anch’io di fare tutti ‘sti sacrifici per avere poco-niente in cambio – e se prima, durante gli studi, lavoravo anche fuori orario (per passione, dovere o altro) ora mi sto rompendo di essere sfruttato e sto iniziando “non vedere messaggi/mail” fuori dal mio orario, sentendomi schiavo della tecnologia che mi ha sempre appassionato …e mi sento pure criticato con conseguente frustrazione!!
    Sò solo che a 27 anni dipendo ancora da quelle persone che alla mia età già avevano casa, famiglia e attività propria, e me ne vergogno.

  5. Salve a tutti,

    pienamente d’accordo con Francesco, lo dico da immigrato in Svizzera dal 2010.
    In Italia ho lavorato per molti anni, con risultati sempre migliori al crescere delle mie competenze e sopratutto della mia determinazione.
    In generale e specie nel Belpaese, voglia di sbattersi ce n’è poca, ma il mercato del lavoro è davvero asfittico, con poche prospettive di crescita e condizioni sfavorevoli.
    Ho vissuto e lavorato in diverse parti d’Europa e, tralasciando le inevitabili difficoltà d’adattamento, ho sempre trovato praticamente ovunque maggiori possibilità con orizzonzi più incoraggianti.
    Da quando ho deciso di stabilirmi in terra elvetica, ho girato diversi cantoni delle 3 maggiori culture autoctone, con grandi soddisfazioni sino ad ora.
    Spero che la mia esperienza possa aiutare, come quelle di altri qui come il sig. Francesco, i cui interventi sposo in pieno.
    Detto questo, purtroppo da qualche anno in Italia c’è una retorica aberrante sul lavoro, partendo dalle massime autorità, che purtroppo soffoca qualunque discussione seria che porterebbe a definire i problemi reali e dunque le possibili soluzioni.
    “Meno male che Silvio c’è! Clap and jump per Renzi”
    Cè un’espressione che amo, bon courage, saluto così che ne abbiamo tutti bisogno.

    Valerio P.

  6. Caro Valerio,
    la retorica è anche quella de “i ristoranti sono pieni”, gli italiani sono “choosy” e lamentosi. Siamo contenti che qualcuno come te e Francesco ce l’abbia fatta, per fortuna ci siete voi ed è perché ci siete voi che quelli come noi accettano ancora condizioni orribili pensando che PRIMA o POI la fortuna passerà anche dalle nostre parti. Purtroppo però esistiamo, abbiamo studiato, ci siamo sacrificati alle condizioni del mercato, e ancora siamo nelle stesse condizioni… Attenzione a confondere la realtà con lo stereotipo della realtà! Anche io ho un amico che potrei portare come esempio di uno che “ce l’ha fatta”, ma uno, a discapito di 20/30 storie di sacrifici e delusioni. Poi si, ho anche i lamentosi per amore della lamentela, ma quelli, al contrario di quanto si pensi sono sempre esistiti e il loro numero è più o meno costante. Quelli in aumento sono quelli come noi, che hanno studiato, girato, pagato, accettato 2 euro l’ora, lavoretti, mobbing, e non riescono a uscire da questo pantano. Ma essere ignorati e amalgamati nella massa degli choosy e lamentosi, per favore NO! Solo questo.

  7. Come le altre persone che hanno commentato prima di me, anche io mi ritrovo a non avere esperienza diretta o indiretta di persone che rifiutano un lavoro perché “oh no che orrore lavorare in CC il sabato e la domenica, meglio andare al mare”. Sarà che una persona gli amici se li sceglie…
    Io personalmente mi sono ritrovata a fare il percorso inverso di molte e molti: sono tornata a studiare per la disperazione dopo aver passato 3 anni a cambiare lavoro ogni 3 mesi, dopo che la ditta che mi aveva assunta a t.indet. ha chiuso. Ho lavorato a Roma, Milano, e in Piemonte, e gli scenari erano solo leggermente meglio nel nord Italia. Se a Roma di contratti non ne ho praticamente mai visti, le paghe erano da fame o non venivo proprio pagata e i periodi di inoccupazione erano molto lunghi, al nord i contratti venivano fatti con anche buone paghe orarie, ma i datori di lavoro erano dei meschini che ti rendevano insopportabile anche un lavoro che ti piaceva. Per dirne una, durante un impiego come commessa (dove non avevo problemi a fare anche due ore di straordinario al giorno pur sapendo che non mi venivano corrisposti non essendoci cartellini) sono stata molestata da un cliente in negozio, e quando l’ho riferito al principale questi non solo ha preso le parti del cliente ma mi ha anche pesantemente criticata per averlo raccontato non solo a lui, ma anche alle altre commesse per metterle in guardia. Nota bene, lo stesso principale una decina di giorni prima mi aveva consigliato di vestirmi più “da troia” (cit.) per aumentare le vendite. Chiedo scusa a tutte le Paole del mondo se ho scelto la mia dignità andandomene dopo pochi giorni dall’episodio della molestia.
    So di non essere un caso isolato perché anche a molti dei miei amici, soprattutto amiche ça va sans dire, sono capitati lavori ed episodi simili e a volte anche peggiori. E tra di loro nessuno si permetterebbe mai di dire “non lavoro il sabato e la domenica perché preferisco andare al mare”.

    Ci si sbatte se c’è un rientro, in termini di riconoscimento professionale, umano o economico, non per la gloria.

  8. Gentile Lisa,
    onestamente non comprendo del tutto il commento, riprendo comunque dalla conclusione, precisando che sono d’accordo sul non etichettare chi ha difficoltà come choosy, lamentoso od altre idiozie assortite della misera classe politica e dirigente che ci ritroviamo. Il mio percorso fin qui è stato travagliato per diverse ragioni ma da quando son riuscito a trovare una quadra delle mie istanze spirituali ed esistenziali, riesco ad ottenere ottimi risultati in ogni ambito. Quindi la cosa migliore che possa sperare per i miei concittadini è quella di acquistare piena consapevolezza della propria vita e delle circostanze in sui si vive e, se non soddisfatti, di guardarsi bene attorno ed anche fuori dal proprio Paese che di possibilità ce ne possono essere, eccome.

  9. Credo che sia vero che mediamente i giovani italiani siano meno disposti a sacrifici, nel senso del post di Giovanna e della lettera di Paola, rispetto a giovani di altri paesi.
    Una ragione principale è che molti possono contare economicamente, chi molto di più e chi molto di meno, su nonni e genitori, e la cultura della famiglia così forte in italia asseconda questa possibilità.
    C’è una sorta di giustizia in questo. Da alcuni decenni (dalla metà degli anni settanta) nonni e genitori sono stati arricchiti, chi molto di più e chi molto di meno, da un enorme debito pubblico le cui conseguenze ricadono adesso sui giovani: meno lavoro, stipendi molto più bassi, e in futuro pensioni molto più magre.
    Secondo me sarebbe meglio che lo Stato rimediasse al mal fatto trasferendo risorse dagli anziani (come me) ai giovani — ad esempio riducendo le pensioni medio-alte (come la mia) e tagliando le imposte sul lavoro in modo da favorire l’occupazione. Sarebbe una restituzione.
    Purtroppo ben pochi in Italia sono favorevoli a politiche di questo genere: gli anziani per non perdere i privilegi, piccoli o grandi, ricevuti, a scapito dei giovani, per così tanti anni da ritenerli “diritti acquisiti”; i giovani perché preferiscono, magari confusamente, le uova di oggi (l’aiuto economico famigliare) alla gallina di domani (più crescita economica e più lavoro).

  10. Io sono un libero professionista. L’immagine che la signora Cosenza ha utilizzato (credo e temo in modo lecitamente gratuito) proviene dal mio mercato. Ma ho lavorato come dipendente per quasi 20 anni in un’azienda e per meno anni in svariate altre.

    Quella degli straordinari è una enorme boiata e partiremo da un dilbertismo per questo: se hai bisogno di fare degli straordinari significa che non sei in grado di smaltire il lavoro in tempo. E’ la stessa regola dei lavori urgenti: sono richieste fatte in ritardo. In entrambi i casi stiamo parlando di organizzazione del lavoro fatta in modo schifoso.

    Ovviamente NON si parla dell’esempio in questione (quello con il contatto col pubblico: so da me che in quel caso se hai il pieno di gente non ci sono pianificazioni che tengano).

    Le aziende che permettono o che fanno crescere le persone non si basano su queste sciocchezze. Il mio tempo ha un valore preciso: se non sono in grado di gestirmelo ed ho bisogno di un extra, ho sbagliato qualcosa.

    Quell’extra non me lo paga nessuno: sono indietro perché non ho mosso il culo. Lo “stare sul pezzo” (che viene dal gergo militare) non ha nulla a che fare con gli straordinari, ma con l’essere impegnati nell’ordinario.

    Ma sono d’accordo sul poco impegno dei giovani e sul non comprendere che gli esercizi commerciali presso i quali loro si recano nel week end, in quel momento stanno appunto… lavorando. Per loro quello non è straordinario affatto: è ordinario.

    Io lavoro sempre e non lavoro mai. Ma sta a me: se non lavoro non guadagno, very simple. Se non lavoro ABBASTANZA non guadagno abbastanza. Proprio non ho i soldi per pagarmi da mangiare, per essere chiaro. Questi ragazzi, praticamente sempre, hanno il culo parato. E le aziende che li assumono lo sanno: infatti gli stipendi che propongono, molto spesso, non permetterebbero a nessuno di mantenersi.

    Per cui il vizio c’è sia da un lato che dall’altro.

    Ed ora per favore: basta con il dire che bisogna avere passione per il lavoro. Il lavoro in genere. Perché dobbiamo vergognarci di dire che lavorare è un obbligo e preferiremmo fare solo cose non obbligatorie? Questo non significa che non dobbiamo avere il senso della realtà, ma non vedo perché un’assistente alla poltrona dovrebbe avere passione per gli aliti di merda dei vecchietti con le carie del ’32. Tanto per fare un esempio. O perché una ragazza che ha fatto architettura e deve sbarcare il lunario comunque dovrebbe avere PASSIONE per le pulizie notturne in autogrill. Essere professionali significa, molte volte, fare il proprio dovere per bene, con coscienza, con etica del lavoro. Questa etica non comprende mai il “mi piace”. Proprio se ti piace non gliene sbatte una fava a nessuno.

    Per questo dobbiamo cercare noi di lavorare con qualcosa che ci piace. Ci sono persone che svolgono lavori estremamente pragmatici e molto poco creativi: queste persone spesso amano comunque avere un metodo, un ordine, un loro modo per rendere meno palloso qualcosa che di certo non è nato per sollazzarsi ma per rendere le cose che vanno fatte – fatte. Ad esempio pulire culi. Ad esempio costruire staffe metalliche. Ad esempio installare serramenti. Ad esempio trasportare mobili.

    Avere la fortuna di poter lavorare con passione (e che quelli che lo intendono in senso etimologico si tacciano subito: non è nel senso di patire-assieme) è un dono straordinario che noi, assieme alla fortuna, ci facciamo.

    Ma tante volte il corso stesso della vita di un “giovanedoggi” porta le cose che lo appassionano ad essere totalmente inutili nel futuro. E’ raro, ad esempio, che l’abilità manuale con il joypad risulti infine utile nel pilotare droni da combattimento nell’USAF. Non sarà impossibile, ma è raro.
    E allo stesso modo molte delle abiltà sociali ottenute nel corrispettivo femminile risultano essere poco utili negli sbocchi lavorativi. La connessione tra passione e lavoro, così, è ancora più difficile.

    Io una ragioniera appassionata l’ho trovata. Ma vi giuro che la vedo proprio dura pensare ad un contabile o un ragioniere che non vedono l’ora di tornare a fare il proprio lavoro. Lo fanno perché sono pagati. La loro passione la comprano con la fatica nel fare qualcosa di cui qualcun altro ha bisogno.

    Io stesso svolgo il mio mestiere, che amo, con questo atteggiamento mentale: risolvere problemi di qualcun altro. Ovvio che la mia libertà d’azione è diversa. Ma il suo limite è sempre l’utilità per terzi.

  11. Non posso che aggiungere un utilissimo: “e di chi pensate sia colpa?” e rispondere da bravo anziano: è solo ed unicamente nostra. Vorrei dire che è colpa dei genitori … ma alla mia età i genitori di questi ragazzi sono miei coetanei. Quindi mi addosso la responsabilità sociale collettiva e mi prendo il mio pezzo. Li abbiamo resi pigri. Non gli abbiamo rotto le palle quando era ora. Gli abbiamo permesso tutto, gli abbiamo fatto sempre avere tutto subito, permesso che un semplice capriccio diventasse per noi un ricordo di quanto avremmo voluto avere noi qualcosa da piccoli … e nel mio caso era già un vizio. Nel caso delle generazioni precedenti aveva anche un senso… ma l’equivoco è nato li. Chi ha avuto poco voleva rendere la vita meno dura ai figli. E fino ad un certo punto è giusto. Ma non puoi creare l’illusione che tutto sia dovuto, scontato, automatico e che se non c’è qualcuno di odia.

  12. Pingback: Giovani e lavoro… | Pietroalviti's Weblog

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