D’accordo con Michela Murgia: non chiamatela maternità surrogata

Gravidanza

Solo ieri ho letto su L’Espresso – non avevo seguito i post su Facebook – quanto Michela Murgia ha scritto sulla cosiddetta “maternità surrogata”: è la riflessione più intelligente, articolata, ponderata che io fin qui abbia letto su questo argomento. Concordo con ogni sua parola, incertezze incluse. Trovo inoltre profondamente umano e rispettoso, da parte sua, ribadire «questo è un tema su cui non ho certezze». D’ora in poi, con lei, parlerò solo di gravidanza surrogata, mai più di “maternità surrogata”. Assieme a lei, infatti, trovo profondamente sbagliato «l’uso dell’espressione “maternità surrogata”, collegata all’insistenza su una sorta di naturalità cogente insita nel legame di gestazione, definito con una certa enfasi “percorso di vita” e “avventura umana straordinaria”». Nelle parole di Murgia (i grassetti sono miei):

Prima di cominciare a discutere di maternità surrogata penso che andrebbe definito meglio cosa dobbiamo intendere per maternità nel 2016. Se con essa ci riferiamo alla dimensione fisica e/o spirituale che unisce al desiderio procreativo la disposizione ad assumersi la responsabilità genitoriale su una vita altrui, è escluso che essa si possa surrogare, giacché è un atto di volontà e consapevolezza personale non alienabile.

È fin troppo ovvio dire che non basti restare incinte per parlare di maternità, ma forse non è altrettanto ovvio ricordare che questa affermazione è una conquista civile piuttosto recente. Per secoli siamo state infatti madri per forza, impossibilitate a sottrarci al percorso del sangue e alle funzioni collegate, se non a prezzo di una fortissima condanna sociale. Sono state le lotte del femminismo del secolo scorso a costringere la società a ripensare la maternità fino a definire madre solo quella che accetta di esserlo, trasformando in scelta individuale ciò che era un destino collettivo.

Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della semplice gravidanza, che in sé – e lo sappiamo tutte – può escludere sia il desiderio procreativo sia la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura del nascituro. Di conseguenza è improprio discutere anche di maternità surrogata. Si può discutere invece di gravidanza surrogata, purché resti chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente diverso. Operare questa distinzione è tutt’altro che ozioso, perché la legge italiana – entro i limiti che conosciamo – permette già ora a una donna che resta incinta di scindere i due processi e agire per rifiutare il ruolo indesiderato di madre, sia attraverso l’interruzione di gravidanza, sia attraverso la rinuncia permanente a curarsi del neonato.

Chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola “maternità” e adducendo come motivazione l’unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri.

Reintroducendo nel dibattito la mistica deterministica del “sangue del sangue” non si sta quindi mettendo in discussione solo l’ipotesi della surrogazione gestazionale, ma anche alcuni comportamenti che sono già normati come diritti nel nostro sistema giuridico, cioè l’aborto e la possibilità di rinunciare alla potestà genitoriale, per tacere dell’adozione, legame di pura volontà che in questo modo – non originandosi “dall’avventura umana straordinaria” della gravidanza – tornerebbe nell’alveo delle maternità di serie B. Sbalordisce dunque che a utilizzare la categoria del legame naturale siano donne che si richiamano al percorso femminista.

L’approfondimento di Michela Murgia continua a lungo – acuto e sempre rispettoso – su tutti gli aspetti del fenomeno, da quello economico, che è assolutamente cruciale per capirlo (“Il prezzo di dare la vita: quanto costa la libertà di sceglierci madri”, “Pagate non vuol dire vendute: nessun prezzo trasforma il dono in merce”, “Dove si ferma il denaro: senza legge vince il mercato”), fino a dire che una legge dovrebbe anche prevedere che la gestante possa cambiare idea:

«La motivazione è evidente: proprio perché un essere umano non è una merce, in nessun caso il denaro versato alla donna gestante può essere considerato un corrispettivo per il bambino, ma sempre e soltanto una remunerazione della sua gestazione. Si paga il tempo, si paga il rischio, si pagano le assistenze, ma non si compra il nascituro, la cui cessione avviene per pura volontà da parte di colei che ne è a tutti gli effetti la madre fisica. Non importa di chi sono gli ovociti e lo sperma: anche la gestante ci mette del suo, non è un mero corpo attraversato. Non importa nemmeno quanto è costato il processo: il risultato sarà comunque un dono, che può restare in mano alla sola persona che ha il diritto di considerarlo proprio fino a quando non rinunci spontaneamente a farlo.»

Splendida, poi, è la conclusione, che Michela Murgia trae da credente, ma è indipendente dal fatto che una sia credente o meno, cristiana o meno:

La discriminante in un ragionamento da credenti non può dunque essere “quanto voglio il figlio”, che è un desiderio legittimo sia sul piano emotivo che sul piano simbolico, ma “quanto sono disposta a usare il corpo di un’altra per ottenerlo”. Che lei me lo conceda è relativo: il bisogno economico potrebbe spingerla a farsi mia schiava come Bila lo fu di Rachele e in questo non c’è autodeterminazione. La mia a prezzo della sua… è accettabile? Ed è autodeterminazione il pensiero che mi impedisce di percepirmi pienamente donna se non divento anche madre? Non lo so, perché questa spinta a riprodurmi non l’ho mai avvertita dentro di me al punto da considerare un’ipotesi del genere. So però che davanti al desiderio di un’amica, di una sorella del cuore, quello che non ho chiesto mai a un’altra per me stessa, lo farei io liberamente per lei. E non vorrei che esistesse una legge che mi dicesse che non posso farlo.

Prenditi un po’ di tempo, segui questo link e leggi tutto l’articolo. Rileggilo almeno due volte. Più una terza. Respira. Pensaci. Torna a riflettere con calma. Siamo nel 2016. Oggi. Nel mondo. Non nella piccola, asfittica, provincia italiana.

 

 

 

3 risposte a “D’accordo con Michela Murgia: non chiamatela maternità surrogata

  1. “e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri”.

    Questo è vero ma per un certo verso forse ancora meno accettabile oggi del passato, visto che ora ci sono molti metodi per prevenire la gravidanza.

    Aggiungerei anche che la sovrapposizione tra maternità e gravidanza non solo non possa essere usata contro le donne, ma neppure DA donne che per motivi svariati usino le proprie gravidanze in modo strumentale per fini diversi, economici o psicologici che siano, da quello di essere davvero buone madri.

  2. Anche secondo me quanto scrive la Murgia sull’argomento è frutto di una riflessione “intelligente, articolata, ponderata”, indipendentemente dalle incertezze però: personalmente ho trovato altrettante considerazioni profonde e intelligenti, umane e rispettose anche da parte di chi le certezze le ha.
    Cioè voglio dire: in questo così come in tutti gli argomenti, soprattutto quelli “sensibili” non è che l’incertezza sia più rispettosa della certezza.
    Ma al di là della mia posizione sull’argomento che mi vede contrarissima all’utero in affitto (o surrogacy o gpa se la prima espressione pare volgare …), che considero un’aberrazione totale, mi pare che l’operazione di Murgia, per quanto intelligente, sia la solita tendenza a spaccare il capello in quattro quando non si vuole arrivare a una presa di posizione chiara, e se fosse così ci sarebbe da chiedersi il perchè.

  3. Non avevo letto bene la conclusione, che non mi convince, anzi, non mi piace…..: siamo nel 2016, quindi? Nel 2016 (e anche molto prima) le piazze sono vuote quando i diritti da rivendicare sono quelli sociali, di tutti e fondamentali, nel senso che senza lavoro non si campa, e anche col lavoro precario e schiavizzante allo stesso modo non si campa.
    Meglio comunque accantonare incertezze e prudenze e dire (in questo caso) sì alla gravidanza surrogata (e anche se dovesse scappare “maternità” pazienza no?… la sostanza è un’altra).

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