Treccani contro la povertà lessicale: #carino. Ma è anche analfabetismo emotivo

Treccani carino

Osservo da anni la povertà lessicale che manifestano molti, specie i più giovani, quando si chiede loro di esprimere cosa provano in un certo momento o rispetto a qualcosa o qualcuno: una vera e propria afasia, connessa alla difficoltà di trovare parole che non siano le solite – una o due al massimo – per esprimere le loro emozioni, i loro sentimenti. È un esercizio che faccio fare spesso in aula, per introdurre una serie di lezioni in cui spiego quanto al contrario sia fondamentale la capacità di mettere in gioco, indurre, stimolare emozioni negli altri per qualunque comunicazione si voglia efficace (in qualunque ambito) e quanto sia dunque fondamentale essere consapevoli di ciò che si prova, saperlo riconoscere, dire e caratterizzare, non solo per diventare, un domani, comunicatori e comunicatrici esperte, ma per difendersi, oggi, come consumatori e consumatrici (ma anche elettrici, cittadini/e).

È uscita in questi giorni la campagna della Treccani “Le parole valgono”, trainata da uno spot che ci fa riflettere sull’uso passepartout della parola carino: è “carino” un bel ragazzo, un cucciolo, un comportamento gentile, un film, un paesaggio, qualunque cosa susciti un coinvolgimento emotivo positivo minimo, ma anche forte e molto forte (in questi casi si esclama “carinissimo!”). “Senza parole? La lingua italiana ne comprende oltre 250.000. Usiamole”. E lo spot comincia col proporne qualcuna: magnifico, emozionante, sconvolgente, eccezionale, splendido, grandioso, fantastico, bellissimo…

Dal mio punto di vista non è in questione solo una diffusa incapacità di trovare le parole giuste in generale, in qualunque ambito, ma c’è un problema più specifico e grave per quel che riguarda l’espressione e la descrizione delle emozioni e dei sentimenti, propri e altrui. Qualcosa che ho chiamato analfabetismo emotivo. D’altra parte, quali e quante sono le parole che la comunicazione di massa usa per parlare di emozioni? Poche, pochissime, sempre meno. La più usata è “passione”. In pubblicità, per esempio, da Campari “Red Passion” a “la passione si sente!” di Radio 24, è tutto un gran parlare di passione. Ma è plausibile che si provi lo stesso sentimento per una radio che tratta di economia e finanza e per un drink? Certo che no, ma la parola è sempre la stessa e a furia di usarla, si svuota. Come quando i bambini giocano a ripetere velocemente una parola ad alta voce, fino a farle perdere significato e non riconoscerla più.

Radio 24 La passione si sente

Spetterebbe alla letteratura e alla poesia, a un certo cinema e un certo teatro, arricchire il nostro lessico emotivo. Ma quanti, oggi, hanno tempo, capacità e voglia da dedicare a letture e visioni che non siano semplici e veloci? E quante volte, nelle nostre vite concitate, troviamo l’occasione per parlare di emozioni in modo non sommario e banalizzante? Sempre meno direi.

11 risposte a “Treccani contro la povertà lessicale: #carino. Ma è anche analfabetismo emotivo

  1. Leggo: “Ma quanti, oggi, hanno tempo, capacità e voglia da dedicare a letture e visioni che non siano semplici e veloci?”.
    Dire che non si ha tempo è una scusa. È fondamentalmente una questione di voglia — la capacità ne consegue.

  2. Purtroppo, almeno quando si parla di giovani, adolescenti per la precisione, il problema non è l’analfabetismo emotivo, quanto l’apatia, forse causata da mancanza di fiducia e di considerazione da parte dei genitori. Pochi si riconoscono un valore tale da dare valore alle proprie emozioni. E così tutto è indifferente: “e vabbe’… è uguale… e che ho detto io?”. Carino, quindi, poco impegnativo e universalmente valido.

  3. Il lessico emotivo non serve solo per fare comunicazione. Serve proprio per vivere. Dare un nome alle proprie emozioni, sapere da dove vengono e a cosa servono è fondamentale per vivere meglio.

  4. Sono abbastanza d’accordo. Vorrei dire “totalmente”. Ma non è sempre una questione di voglia. Lo è tantissime volte. E questo vale in mille casi: voglia di trovarsi, voglia di disdire appuntamenti e riposizionarli nell’agenda, voglia di vedere una persona e quindi fare qualcosa per non lasciare “che accada” ma farlo e basta, a dispetto di qualsiasi “possibile” altra alternativa. E lo steso vale per gli impegni culturali. Se hai DECISO, fai. Sei tu che regoli la tua vita e decidi come impegnare il tuo tempo. A volte riuscire in questo significa cambiare totalmente la propria vita.

  5. Io ripeto sempre che la complessità di linguaggio riflette la complessità di pensiero. Immagino che valga anche per le emozioni🙂
    Spesso chiedo a qualcuno se dopo aver detto che ogni cosa di un certo valore o semplicemente degna di interesse è “straordinaria” … cosa faremo quando sarà davvero stra-ordinaria? Un po’ come l’abitudine alla standing ovation per una semplice buona esecuzione. Quali mani ti scorticherai quando ci sarà una meraviglia?

  6. Pingback: #carino: lo spot Treccani tra povertà lessicale e analfabetismo emotivo | il rumore delle cose

  7. L’ha ribloggato su Parla Come Mangi!e ha commentato:
    Questo è il video che la Treccani ha messo in circolazione per parlare di povertà di linguaggio, ma per la Dott.ssa Giovanna Cosenza questo nasconde anche un analfabetismo emotivo.

  8. carino questo articolo, è scritto con passione

  9. Ribalto la questione: nella comunicazione quotidiana che bisogno abbiamo di 100 parole se con due riusciamo a capirci uguale? Anche nell’Inglese è un proliferare di “nice” e “kind” ma nessuno se ne fa una questione. Non a caso è la lingua più parlata al mondo. Forse l’Italiano è una lingua diseconomica che nel registro informale si è infatti sempre cercato di semplificare. D’altronde l’Italia è il paese delle diseconomie in generale…

  10. E’ uno spot pubblicitario per vendere Il Treccani, ossia un nuovo (ennesimo) vocabolario della lingua italiana, in un solo volume (di solito la signora treccani te ne appioppa minimo sei); mi pare alquanto anacronistico, vendere costosi volumi a una giovane ragazza (presa a modello della povertà lessicale)…

    A me pare ridicolo, a voi no?

    L’apatia dei giovani, il disinteresse e il conseguente stallo emotivo ed eventuale incapacità di esprimersi (lessico) vengono usati nello spot a fini commerciali (chiamarla “campagna” mi pare eccessivo). Un giovane sarà apatico ma da lì a diventare stupido ce ne corre. Se fossi un giovane mi girerebbero le palle a mille; se fossi una ragazza diventerei una furia, a vedermi rappresentata come una bambina, a letto, con un volumone da sfogliare: leggere il vocabolario??? lo fai sotto i dodici anni per curiosità; se lo fai a venti sei autistico.

    Leggere libri, guardare film, ascoltare musica, avere rapporti umani, affettivi e sessuali. Non si diceva fossero queste le cose che arricchivano? Adesso i giovani vanno a letto con un volume treccani…

    E non mi si dica che è la stessa cosa vedere la biblioteca di Eco, che nei mesi scorsi è stata riproposta in tutte le salse. Vivere in una casa piena di libri (e film e dischi) quello si ti fa sentire meno apatico.

    E la roba liquida, quella è un altro bel problema…

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