Da Scienze della comunicazione (Italia) a San Francisco (California): com’è andata a finire

Foto_San_Francisco

Nel dicembre 2013 pubblicai – come spesso faccio – la testimonianza di Federico, all’epoca un neolaureato in Scienze della comunicazione all’Università “La Sapienza” di Roma che “ce l’aveva fatta”. Non era un mio ex studente, ma ci teneva a raccontare la sua storia per incoraggiare tanti/e giovani che tutti i giorni soffrono i pregiudizi negativi che accompagnano Scienze della comunicazione (conosciamo le battutacce che girano su “scienze delle merendine”). Poi mi scrisse ancora, per raccontarmi che si era trasferito a San Francisco, California. L’altro giorno, infine, mi ha scritto per condividere un’altra puntata del suo percorso – grintoso e ambizioso, va detto – una sorta di happy end. Sempre per incoraggiare e stimolare altri/e a non perdersi mai d’animo e fare come lui:

Gentile professoressa Cosenza, sono ancora io, Federico Sbandi.  Negli ultimi anni ho invaso il suo blog due volte. La prima, come entusiasta neolaureato in Scienze della comunicazione. La seconda, come giovane professionista in partenza per la California. Nell’ultima mail le raccontavo come avevo rinunciato a un contratto a tempo indeterminato per inseguire la mia ambizione all’estero. Pur soddisfatto dalle mie esperienze in Italia, il 10 gennaio 2016 decollavo per San Francisco alla ricerca di un lavoro da sogno in quello che avevo scelto come mio settore, la comunicazione digitale. Avevo promesso di farle sapere come sarebbe andata a finire. Oggi lo faccio.

Cerco di riassumere qual era il mio piano iniziale, giusto per ricordare da dove partivo. Nelle mie intenzioni dovevo risiedere negli States almeno sei mesi, il tempo necessario per conoscere e conquistare un’azienda californiana. Per vivere legalmente un semestre a San Francisco dovevo procurarmi un visto da studente. Ho dunque pagato una scuola di inglese, che mi è costata i risparmi di due anni di lavoro. Quando alla scuola di inglese ho spiegato il mio progetto mi hanno preso per matto. Sulla carta, senza lingua e senza contatti professionali, secondo loro avevo perso ancora prima di cominciare nel mercato digitale più competitivo del mondo. Eppure sapevo che ce l’avrei fatta.

Si dice che a San Francisco sia più facile inventare il lavoro che trovarlo. Ho preso questo concetto come un mantra sin dall’inizio. Ho capito subito che inviare il mio curriculum a destra e manca non sarebbe servito a nulla. Senza esperienza internazionale, qualunque azienda rilevante mi avrebbe scartato a prescindere. Avevo studiato la cultura della Silicon Valley per anni. Sapevo che per fare breccia dentro una startup digitale avrei dovuto tirare fuori dal cilindro qualcosa di anticonvenzionale.

Decido allora di farmi guidare dalla serendipità e, dopo due mesi passati a imparare la lingua e guardarmi intorno, arriva l’input che stavo aspettando. Il cartellone pubblicitario di un’azienda competitor di WhatsApp colpisce la mia attenzione. A mio avviso l’azienda ha speso milioni di dollari per una campagna di marketing sbagliata. Passando poi dalla carta al digitale, osservo che anche sul sito e sui social media la campagna di marketing di quell’azienda presenta lacune clamorose. Bingo. Mi impunto che all’azienda manca qualcosa. E quel qualcosa è il mio lavoro.

Spendo quattro giorni a studiare l’azienda, i suoi prodotti, i suoi dirigenti e le sue uscite su tutte le riviste di tecnologia. Fatti i compiti per casa, passo all’azione. Spendo altri due giorni a impacchettare un PowerPoint di 30 slide in cui illustro graficamente cosa l’azienda sta sbagliando e quali soluzioni io posso portare sul tavolo. Trovo su LinkedIn l’indirizzo email della persona giusta e gli invio il mio PowerPoint. Completo l’azzardo decidendo di non allegare il mio CV all’email. Mando un messaggio chiaro: sto cercando di aiutare loro, non di promuovere me stesso.

Dopo una settimana l’azienda mi risponde via email: sono stati colpiti positivamente dal mio lavoro. Mi offrono subito un’intervista su Skype per valutare il mio inglese. Superato il test di lingua, guadagno l’intervista dal vivo. Faccio bella figura e porto a casa quello che volevo. Un periodo di quattro mesi di prova, non pagati, per dimostrare in ufficio se valessi davvero. Senza neanche essere presentato ai colleghi, vengo gettato nella vasca degli squali con un’unica indicazione che ricorderò per sempre: “Do something”. Fa’ qualcosa. D’altronde, se bussi alla porta di una startup proponendoti in un ruolo che l’azienda non sta cercando, non puoi aspettarti nessuna guida. Il lavoro, appunto, te lo devi inventare. E io non ho mollato un secondo.

Dopo quattro mesi ho sbattuto sul tavolo dei capi risultati tangibili, frutto della mia competenza e della mia perseveranza. Il primo giugno del 2016 l’azienda californiana mi ha proposto un contratto stellare, più tutti gli agi di un lavoratore americano della tech industry (assicurazione sanitaria, trasporti gratis, stock options, ecc.). Grazie al mio stipendio avrò una bella vita in California e potrò anche aiutare i miei genitori in Italia, che da tempo avevano bisogno di un sostegno economico. Inoltre, la scuola di inglese, favorevolmente colpita da tutto ciò che ho fatto in soli sei mesi, mi ha offerto un posto da docente di marketing digitale in un corso per giovani professionisti.

Ora passerò due mesi in Italia, per festeggiare la vittoria e sbrigare le pratiche del visto lavorativo. Da settembre inizierò ufficialmente la mia nuova avventura californiana, come professionista e docente. Fine.

Questa è l’ultima mail che le mando, Professoressa Cosenza. Grazie per avermi ospitato nella sua casa digitale, per ben tre volte. La prossima volta sento che ci vedremo dal vivo. Avrei piacere di parlare ai suoi studenti e alle sue studentesse. In realtà vorrei parlare a tutti gli studenti universitari in Italia: vorrei guardare in faccia i miei coetanei, raccontargli la mia storia e fargli sapere che uno di loro, senza soldi, senza alcun talento innato, senza spinte né amici potenti, uno qualunque insomma, è volato in California, da solo, per ricordare agli americani che il talento e la tenacia degli italiani non ha eguali del mondo. Per troppo tempo alla mia generazione è stata tolta la speranza. È tempo di cambiare il finale della storia. Abbiamo vinto, Prof. Un abbraccio, Federico.

 PS: la foto sopra di San Francisco è stata scattata da Federico.

 

 

 

11 risposte a “Da Scienze della comunicazione (Italia) a San Francisco (California): com’è andata a finire

  1. bellissima storia che dà speranza e motiva a non lasciarsi sopraffare da come vanno le cose qui.

  2. Abbiamo bisogno di questi racconti. Sono una aspirante studentessa di Comunicazione e ho deciso di non ascoltare più le voci di chi critica senza conoscere e non ha il coraggio di realizzare i propri sogni. Grandissimo, in bocca al lupo per tutto!

  3. Non vorrei rovinare il lieto fine ma l’affitto di questi sei mesi in una delle città più costose al mondo chi te lo ha pagato? Si parla di più di mille dollari al mese per una stanza!! …Se hai qualche dritta da darmi parto anche io, la mia famiglia non può davvero permettermi di fare questo!!

  4. Pingback: Il frutto dell’ambizione – Confessions

  5. il sogno americano è sempre quello, emigra, fai grana, manda i soldi a casa. Non è il mio sogno. Dopo scienze della comunicazione e alcuni anni di gavetta sono diventato socio di un’azienda italiana, do lavoro ad alcune persone e ho una mission che tiene conto dell’ambiente e della cultura locali. E’ possibile anche qui. Magari guadagno meno, ma ridò indietro alla cultura che mi ha formato connotandola più a misura d’uomo che di macchina. Ah, senza amici potenti, nè capitale iniziale.

  6. Non posso dire altro che… bravo!
    (e chiedermi se qui possa essere possibile lo stesso senza farsi demoralizzare).
    Tutto il mio rispetto e… in bocca al lupo!

  7. In questo periodo di depressione lavorativa (la mia), fa piacere sapere che in un angolo di questo pianeta le cose girano per il verso giusto. Bravo Federico!

  8. Questi articoli mi fanno battere il cuore forte forte.
    Bravo il ragazzo… ma come si fa a vivere senza un lavoro a San Francisco, 2 mesi con scuola di inglese, + 4 mesi senza retribuzione + il volo… non diciamo cavolate dei “senza soldi”. Ci sono migliaia di menti brillanti che restano in sordina perché non possono permettersi di andare 6 mesi a San Francisco per tentare la fortuna. Lui ce l’ha fatta, ma aveva le basi economiche per farlo, basi economiche che molte persone, magari realmente geniali, non hanno.

    Bravo Federico! Ma come ti sei mantenuto 6 mesi a San Francisco senza soldi?

  9. Caro Paolo, caro Claudio,

    Rispondo al vostro dubbio. “Ma come ti sei mantenuto 6 mesi a San Francisco?”. Semplice. Ho lavorato per 3 anni in Italia e messo i soldi da parte. Ho vissuto in un residence di studenti, dormendo in una stanza 3×3 e condividendo la cucina con 50 ragazzi. Non esattamente un hotel a 5 stelle. Nessuno in famiglia poteva aiutarmi economicamente, quindi ho cominciato a risparmiare soldi anni fa. Arrivato alla quota che mi serviva per sopravvivere un semestre in California, sono decollato. Si tratta di investire in se stessi, stringere i denti sul breve termine e vincere sul lungo.

    Grazie per aver commentato. Un abbraccio, Federico.

  10. Bella storia di determinazione e perseveranza nell’inseguire i propri obiettivi. Le storie di successo di italiani all’estero sono tante. Personalmente trovo ancora più interessanti le storie di chi le soddisfazioni professionali le ha raggiunte o prova a inseguirle qui in Italia. Soprattutto in un periodo in cui siamo tornati ad essere un paese di emigranti.

  11. “Per troppo tempo alla mia generazione è stata tolta la speranza. È tempo di cambiare il finale della storia. Abbiamo vinto, Prof.”

    Bella storia, ma sarebbe ancora più bella se tali risultati, e le energie, gli sforzi per ottenerli, fossero realizzati nel proprio Paese – il nostro ultimamente ne ha tanto bisogno! -, nel contesto della cultura “più a misura d’uomo” che, in un modo o nell’altro, come scrive già qualcuno nei commenti, ti ha formato.
    Risultati magari più modesti, ma che avrebbero tutt’altro sapore (meno “individualista/materialista” a tutti i costi), anche a volerli riportare, davanti a una platea di coetanei, come esempio di “speranza nazionale” alle nuove generazioni.
    Spesso ci vuole davvero molto più coraggio a restare e a provare a far funzionare le cose.

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