Com’è cambiata la comunicazione del Gay Pride dal 2007 a oggi, in Italia e nel mondo

Gay_flag

A distanza di qualche giorno dall’annullamento, a colpi di lacrimogeni e arresti, del Gay Pride a Istanbul, pubblico lo studio che Giulia Nieddu ha condotto per l’esame di Semiotica dei consumi della laurea magistrale in Semiotica sugli spot che, dal 2007 a oggi, hanno comunicato il Gay Pride negli Stati Uniti, in America Latina, in alcune capitali europee e in Italia. Il lavoro è molto interessante perché mette in evidenza come la stessa comunicazione degli attivisti LGBT sia stata intrisa e condizionata, negli ultimi dieci anni, da stereotipi non sempre rispettosi delle differenze e della parità dei generi e degli orientamenti sessuali. L’analisi si è concentrata in particolare «sulla rappresentazione dei corpi: come sono offerti, costruiti, interpretati; quali effetti di senso produce la rappresentazione della dimensione relazionale in cui sono immersi; come sono rappresentati socialmente gli eventi in sé e i soggetti che vi partecipano» (dall’abstract della tesina).

Queste alcune conclusioni di Giulia:

«L’analisi del corpus ha permesso di mettere in evidenza quale sia stata l’evoluzione degli spot del Gay Pride: se, da una parte, gli spot internazionali hanno dimostrato una maggiore attenzione verso l’idea del Gay Pride come evento da condividere che appartiene a tutti, dall’altra è emersa nel gruppo degli spot italiani la tendenza a narcotizzare questa isotopia a favore di un impegno in campo sociale e in materia di diritti. Questa evoluzione, per lo meno in Italia, riflette la progressiva importanza che la questione ha acquisito col tempo.[…]

Mettere in scena il variegato mondo degli orientamenti sessuali e delle differenze di genere implica […] coinvolgere il destinatario e guidarlo nella comprensione di ciò che è rappresentato: la costruzione del significato avviene a livello sociale, per mezzo di molteplici negoziazioni tra chi produce e chi riceve il messaggio, in questo caso gli spot. Una rappresentazione scorretta, stereotipata e costruita su categorie distinte non fa altro che contribuire ad alimentare i pregiudizi e l’abitudine a etichettare la società in gruppi sociali diversi dal proprio e, in quanto tali, a considerarli subordinati e inferiori.

La capacità della pubblicità di modificare la realtà e non solamente di esserne specchio può costituire un’utile risorsa al fine di trasformare i modelli culturali rigidi e stereotipati costruiti col tempo attorno a queste tematiche, in modo da diffondere invece l’idea che certi orientamenti, certe preferenze sessuali o di genere non sono anormali, non sono da accettare in quanto diversi dal canone eterosessuale, bensì sono comune espressione di sé, una componente fondamentale della propria identità. […]

Le tematiche LGBT e la rappresentazione dei corpi e dei soggetti che si riconoscono in questa comunità dovrebbero quindi conquistare spazio al di fuori del semplice evento annuale del Gay Pride, diffondersi in più ambiti mediali e reali, entrare ufficialmente a far parte della società in nome dell’uguaglianza e non come eccezioni alla norma.»

Scarica da qui la tesina di Giulia Nieddu: “Effetti di senso. Comunicare l’uguaglianza attraverso la differenza”.

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