«Cerchi di capire, prof». E il dialogo continua

Giovedì è uscito il mio libro Cerchi di capire, prof. Un dialogo tra generazioni, in cui ho raccolto e commentato le storie, le relazioni, le testimonianze più rappresentative di vent’anni di docenza universitaria, mescolando finzione e realtà in modo da mettere in scena tipi umani e non individui, fenomeni sociali e non situazioni particolari. Come tante volte mi è accaduto negli anni, mi sono arrivati subito altri spunti, da parte di ex studenti e studentesse che desiderano contribuire al dialogo fra generazioni che da sempre cerco di stimolare. Mi scrive Lodovica (nome fittizio):

«Sono una sua ex studentessa e mi sono laureata con lei alla triennale. Prima di tutto, questa mail non è una richiesta di aiuto né di informazioni: la mia vita sta per fortuna procedendo lungo un sentiero abbastanza stabile. Le scrivo perché ho acquistato da poco il suo ultimo libro e, già leggendo le prime pagine, mi è venuta l’ispirazione di contattarla per raccontare la mia esperienza da sua ex studentessa alle prese con il mondo del lavoro, oggi, all’epoca del Covid.

La mia aspirazione è lavorare in editoria, in particolare quella libraria, un settore che è più in crisi di altri, come lei stessa dice nel libro. Fin da piccola ho sempre amato leggere e ascoltare storie. Sono sempre stata una lettrice avida e curiosa, ma al liceo ero una studentessa mediocre, più che altro per scarsi stimoli e poca, pochissima voglia di studiare. Forse compensavo le mie lacune scolastiche con una fame nervosa di narrativa. Da adolescente volevo diventare giornalista, anzi reporter per l’esattezza – sì, un altro settore in crisi – ed ero ossessionata dall’importanza che ritenevo avesse questa professione. Sono sempre stata prima una bambina, poi una ragazzina e oggi una giovane donna testarda e puntigliosa, ho sempre associato alla mia idea di giornalismo un’idea di verità nuda e cruda, assoluta, senza contaminazioni. La verità era ciò che guidava la mia testardaggine.

All’università però ho capito tre cose: studiare mi piaceva (mi piace tuttora), non sapevo un bel niente di cosa è vero o falso, e il giornalismo non avrebbe soddisfatto la mia cocciutaggine. Ho capito che fare informazione nell’era dei social è difficile e controverso, e che forse io non ne avevo proprio i mezzi (ma chissà se qualcuno li ha). La mia tesi triennale, sulle fake news, voleva appunto segnare la fine del mio amore per il giornalismo, con non poco dolore.

Studiare semiotica, incontrare molti compagni di studio, conoscere professori come lei e pochi altri (purtroppo), tutto ciò mi ha fatto capire che la semiotica è davvero complessa – alla faccia vostra, ingegneri! – ma vale la pena studiarla perché è fondamentale per lavorare con le parole. Inoltre all’università ho capito che io, ex bambina divoratrice di libri ed ex adolescente che credeva  nella verità assoluta, avrei davvero potuto fare per lavoro ciò che più amavo: aver a che fare con le parole.

È proprio vero, come dice nel libro, che siamo portati a sentirci vecchi, vecchissimi, fin da ragazzini. Ho 25 anni e fino a qualche tempo fa mi sentivo ormai andata, condannata a un invecchiamento precoce, solo perché mi ero laureata a luglio invece che in marzo. 

Oggi per fortuna lavoro con il web e con la piccola editoria e uso strumenti di cui non mi sarei mai appropriata senza la semiotica. Perciò cerco di dare il mio contributo a un mondo che amo, e lo faccio anche per pochissimi soldi. Questo a volte mi fa svegliare frustrata e infelice, ma nella maggior parte dei casi in realtà io mi sento soddisfatta per fare un lavoro, a soli 25 anni, che mi fa sentire giovane, giovanissima, nel fiore dei miei anni, semplicemente perché amo quel che faccio. Sicuramente la crisi nel mondo editoriale non la risolverò io, ma almeno faccio parte di chi crede che una crisi si può superare guardando all’innvazione ed evitando stasi e ristagnamento.

La ringrazio per l’attenzione e mi auguro che stia bene in questo periodo difficile. Spero che continui a ispirare i suoi studenti come ha fatto con me. Lodovica»

 

2 risposte a “«Cerchi di capire, prof». E il dialogo continua

  1. Intrigante il titolo del libro il titolo
    Frizzante la copertina
    Brava Lodovica .
    Adesso non mi resta che leggere il libro !… che magari è nato nella prima fase del Covid . O no ?

  2. Prof.,ho titubato a commentare la sua proposta dopo il bello ed esauriente articolo di Lodovica ,che ha illustrato sia il profilo di un” tipo sia di un fenomeno sociale” oggi assai rilevante.Ogni biografia è unica,ognuno si porta il fardello o le gioe della propria vita,soprattutto quella successiva alla laurea.Dopo le ” medie” si dice che chiunque scelga la propria prigione o la propria avventura,quest’ultima vista come rischio mentre la prima ubbidisce ad un curriculum,forse meno brillante ,si,ma rassicurante dal punto di vista economico e contributivo,per esempio nella burocrazia statale anche come docente ,come suggerivano i vecchi genitori conl’intercalare”studia che ti sistemi”.
    Avevo dubbi se rispondere o no alla sua sollecitazione per alcuni motivi rilevanti, supposto che su un blog pubblico , che tutti possono leggere, qualsiasi, responsabilmente, potrebbe scrivere una lettera al Direttore.La mia esitazione era di ordine pratico. Primo, perchè non ho letto il libro,anche se succosamente sintetizzato.Secondo, perchè come ovvio il contesto culturale e sociale in cui mi muovevo alla ricerca di opportunità era enormemente distante da quello in cui si trova a “nuotare” la nostra simpatica,fiduciosa e determinata Lodovica.Ai miei tempi,e parlo degli adolescenti degli anni 1963/4,il curriculum scolastico era obbligato già dopo la quinta elementare, con la fequenza delle medie o delle avviamento;successivamente la tua biografia era condizionata dagli Istituti statali o privati reperibili nel territorio di residenza e che tu sceglievi in base agli interessi o al reddito familiare.In genere allora chi si diplomava si inseriva subito nel mondo del lavoro mentre per i liceali c’era la Università o qualche mansione da impiegato.Forse maggiori opportunità c’erano anche per chi voleva fare il gionalista ,ma,preferibilmente,ritengo dovesse trovarsi in una città o nelle vicinanze di un quotidiano o di un centro editoriale rilevanti.Io appartengo ad una di queste leve scolastiche “fortunate”,in un ambiente sociale-economico in cui la mobilità ascensionale era vistosa soprattutto nelle carriere statali.Meno nelle altre professioni.Infatti anche allora purtroppo si notavano professioni e lavori quasi proibitivi per un giovane laureato in giurisprudenza proveniente da una classe sociale inferiore:un mio amico, assai bravo, lavorò tutta la vita come aiuto notaio e fu fortunato di ereditare lo studio solo perchè per cause fortuite il vecchio notaio non aveva congiunti da sistemare.Analogamente avveniva per i dentisti e i medici:di solito erano i figli a sostituire in quei laboratori i genitori.
    Per concludere, un pò frettolosamente perchè non riesco a riassumere le mie interpretazioni sulle attuali condizioni sociali in cui si muove e si è mossa la nostra forte amica,credo che i giovani odierni siano penalizzati in modo grave nella scelta di un lavoro o professione per la saturazione del mercato di accesso e perchè anche la via dell’occupazione statale non è con facilità percorribile.Alcuni,e non è strano, entrano ad esempio nei ruoli della scuola pochi anni prima della pensione…e immaginate quale competenza possano aver acquisito, sballottati come supplenti qua e la per una Regione,solo quando sono fortunati,pero.La Lodovica è eroica,avrà frequentato la scuola che desiderava,ma per il lavoro è limitata da questa crisi endemica che imbavaglia la crescita economica e che potrebbe rivelarsi anche una radicale crisi di tenuta culturale del nostro Paese.Un Paese costruito con faciloneria, come lo osserviamo,con tante debolezze strutturali e indeciso sul suo futuro, forse difficile da cambiare.L’unica nota buona di Lodovica è che fa e svolge,sebbene con fatica e poche certezze ,ciò che la appaga e ha sempre desiderato fare.Tanto rispetto quindi ,per il coraggio della nostra Bravissima Lodovica.
    P.S.In realtà sia la prima parte sia la conclusione del mio umile pensiero ,benchè non analitiche,offrirebbero generosi spunti per comprendere le nostre odierne condizioni.

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