#Remember – Comunicare il Covid-19, fra paura, speranza e coraggio

Da mesi dico e ripeto che riprenderò il blog e poi non lo faccio. Nel frattempo, ho cominciato a usare Instagram con una certa sistematicità, facendo anche due dirette IGTV alla settimana. (Vedi il mio account @turriaca.) Ma il blog ancora no, non riesco a riprenderelo. Poiché uso questo spazio anche come archivio per raccogliere cose che faccio altrove, e poiché non lo aggiorno da tempo, comincio a pubblicare alcuni interventi dell’anno scorso, che ho destinato ad altri media. Questo è un video di circa 20 minuti, realizzato per #UniboSera durante il lockdown dell’anno scorso e pubblicato il 20 aprile 2020. Trovo interessante confrontare le considerazioni che si facevano allora con quanto sta accadendo ora.

Il mio punto di attenzione, in quel periodo, erano le emozioni su cui la comunicazione politico-mediatica aveva fatto leva per indurre le persone, prima, a stare a casa, poi a rimanerci senza perdere (troppo) l’equilibrio psico-fisico. Un compito difficilissimo, che è riuscito solo in parte e solo nella cosiddetta Fase 1.

2 risposte a “#Remember – Comunicare il Covid-19, fra paura, speranza e coraggio

  1. Io parlo della mia paura di ammalarmi e della paura che si ammalino i miei cari. E vedo che non sono solo nel fare questo. – Non è un problema stare in casa per contenere il contagio. O meglio: mi crea i fisiologici problemi di un isolamento: svogliatezza, irritabilità. E’ una cosa pesante, stressante, ma non è quello lo stress maggiore, almeno non per me. E’ facile accettare una limitazione se questa ha uno scopo. Un astronauta sta isolato per mesi, ma non per questo diventa matto o gli aumenta l’ansia. Perché sa quello che sta facendo. Ha uno scopo. – Lo stress maggiore, quello che genera ansia, è essere continuamente bombardati da messaggi contraddittori, continui ripensamenti, regole difficilmente comprensibili e mal spiegate. Perché può rimanere aperto un supermercato e non un ristorante per fare asporto? Provoca sicuramente meno contatti di un supermercato. Perché non posso comprare le mutande al super, ma posso ordinarle online? Perché posso farlo lunedì, ma non il sabato? E via così. Non dico che tutte queste contraddizioni o regole astruse non abbiano una logica, solo che il dovere di un politico dovrebbe essere quello di farla vedere questa logica, non di renderla ancora più oscura. E ancora: perché i media danno così tanto spazio a singoli esperti, che a volte nemmeno c’entrano con il problema di cui sono chiamati a parlare, e molto meno a istituzioni che per lavoro si occupano della salute pubblica? Perché per spiegare che devo stare a casa chiamano un virologo o un medico e non un epidemiologo? Solo per diffondere paura? Credo proprio che ci sia una grande dose di ignoranza, soprattutto di come comunicare una necessità come la salute pubblica. – Potrei continuare a lungo con questi esempi. Dico solo che ho osservato più volte, su di me e su altri, che lo stress maggiore è arrivato da una comunicazione non chiara, confusa, contraddittoria. Se in parte questo è stata dovuta all’inevitabile novità, dall’altra penso che ci sia stata una grande dose di ignoranza ad ampio spettro (non sapere cosa fare e non sapere come comunicare cosa fare) e in alcuni casi di autentica malafede. – Per continuare a vivere in queste condizioni ci vuole molto coraggio. Io mi sono impegnato nel capire e nel far capire lo scopo delle limitazioni che ci venivano e ci vengono imposte. Ho detto che avevo paura quando avevo paura. Ho detto apertamente quando non ne potevo più e quando non capivo. Solo così sono stato in grado di essere di aiuto, non solo a me, ma anche ad altri, in primis a mia figlia.

  2. grazie riflessioni importanti di cui far tesoro

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