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Facce di supporto

Da un paio d’anni va di moda la faccia. Quella della gente comune, intendo.

I precedenti sono molti (e qualcuno mi aiuterà a fare un elenco), ma è più o meno dalla fine del 2006 che nella comunicazione l’uso delle facce sta impazzando: nella pubblicità commerciale e sociale, in politica, nei social network (vedi Facebook, il “libro delle facce”, appunto).

A Madrid, nel giugno 2007, una banca rivestiva i palazzi così (clicca per ingrandire):

caixa-per-web

Voleva dire che la banca è coinvolgente, avvolgente, fatta di tanti come te. (E quale banca ormai dice di non esserlo?)

Nello stesso periodo, i distributori di benzina Erg hanno cominciato a ornarsi delle facce dei loro gestori, accompagnate dalla headline «Noi di Erg ci mettiamo la faccia». Così:

erg-la-faccia-di-aldo1

Vuol dire che se entri in un distributore Erg, trovi una persona in carne e ossa, la stessa della gigantografia. E se la persona ci ha messo il faccione sorridente, sarà perché è contenta di vederti e non ha niente da nascondere, e allora di lei, come di Erg, ti puoi fidare.

Dopo le pubblicità, sono piovute le iniziative sociali e politiche. A tempesta. Fra le tante mi piace solo quella – come ho già detto qui – dei ragazzi del Mattei di Caserta, che hanno composto la faccia di Roberto Saviano con i volti di cittadini qualunque:

manifesto-saviano-provincia-di-caserta

Perché mi piace? Perché per persone che sono nate, vivono e resistono in quei luoghi, mettere la propria faccia a sostegno di Saviano comporta rischi, significati e valori che non hanno equivalenti in altre parti d’Italia (e forse del mondo).

Significati che non trovo nell’iniziativa «Saviano continua», appena nata a Milano, a cui tutti mandano la propria foto dicendo di chiamarsi Maria Saviano, Luigi Saviano e così via, con la speranza che sia ingigantita e affissa sui muri della città. Fra le tante facce, c’è pure quella di qualche vip (per il momento ho riconosciuto Lella Costa) (sempre clic per ingrandire):

saviano-continua

Come non bastasse, ieri Falcon82 (ambasciator non porta pena) mi segnala Not Speaking in My Name, in cui i vari Mario Rossi che lo desiderano possono mandare una foto, che li ritrae con la scritta «I’m Italian and Mr. Berlusconi is Not Speaking in My Name!», per dissociarsi dalla battuta di Berlusconi su Obama abbronzato.

Perché le ultime non mi convincono? Innanzi tutto, che noia. Inoltre, non c’è niente di coraggioso nel mettere la propria faccia su quei siti web o sui muri di Milano. Infine, mi pare una faccenda di piccolo esibizionismo. Il vecchio gioco di farsi fotografare con i vip, tradotto in impegno politico o sociale (guarda come sono impegnato!) per farsi vedere dalla mamma e dagli amici.

Idea per una tesi di fine triennio: un’analisi semiotica dei vari significati, valori e obiettivi di queste campagne e analoghe.

Le battute di Berlusconi

Dal 1994 Berlusconi è il leader politico che comunica meglio in Italia.

Vale la pena ricordarlo, a poche ore di distanza dalla sua uscita di ieri, quando in conferenza stampa da Mosca ha detto che Obama ha tutto per andare d’accordo col presidente Medvedev, perché «è giovane, bello e anche abbronzato».

Non è la prima volta che Berlusconi fa gesti sconvenienti o cosiddette «gaffe»: nel 2002 fece le corna dietro il ministro degli esteri spagnolo; nel 2003 diede del kapò all’eurodeputato della SPD Martin Schulz, che lo aveva criticato; lo stesso vale per le barzellette, la bandana esibita, le revisioni storiografiche all’acqua di rose.

Malgrado la sistematicità di questi episodi, molti si ostinano a considerarli sviste, errori più o meno gravi. La domanda che viene spontanea (se non ti fermi a riflettere) è questa: come si fa a dire che comunica bene uno che infila una gaffe dietro l’altra?

Ma Berlusconi non fa gaffe. Berlusconi dice e fa solo cose che alla maggioranza degli italiani piacciono. In questo senso, la sua comunicazione è efficace: è sempre magnificamente adatta alla maggioranza degli italiani.

Alcuni si vergognano? Altri si indignano? Sono la minoranza. Il resto degli italiani – e sono di più – ridono, ammiccano, si danno di gomito. La solita sinistra barbosa e moralista, pensano.

Ricordo che già nel 2002 Michele Serra commentava le corna al ministro spagnolo con queste parole:

«Un mucchio di gente, in Italia, troverà geniale questa informalità, questa franchezza, questa spontaneità. E si dirà: già, perché fin qui tutti quei noiosi barbogi incravattati hanno perso tempo con quei ridicoli cerimoniali? Non sarebbe meglio, molto meglio, una sana pacca sulle spalle, una barzelletta sui negri o sui finocchi, un lancio di molliche di pane a tavola, proprio come tutti noi (ipocriti) facciamo normalmente, quando non siamo imbalsamati dall’etichetta? E la buona vecchia gara di peti, da quanti anni, da quale caserma, da quale rifugio alpino non abbiamo più lo spirito per farla, la buona vecchia gara di peti?» (Michele Serra, La Repubblica, 2 febbraio 2002).

E all’estero? Trafiletti sui giornali, due minuti su qualche notiziario (vedi questa carrellata): la consueta fugace compassione per il folclore italiota. Come sempre, da 14 anni, perfettamente rappresentato da battute grossolane.

Ecco l’ultima.