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Ancora su Dimagenina: un parere da chi nello Iap c’è stato

Sull’utilità o meno di denunciare allo Iap la pubblicità di Dimagenina, il «Palloncino Saziante per Perdere Peso» (maiuscole comprese nel prezzo), la discussione su questo blog è stata molto accesa.

Inondare lo Iap di denunce può a volte essere controproducente, specie quando la probabilità di ottenere un rifiuto è alta: la mancata sanzione da parte dell’Istituto può infatti essere usata dall’azienda e dall’agenzia pubblicitaria come un rinforzo, una possibilità di rilanciare la campagna incriminata. D’altra parte anche la sanzione può essere usata dal pubblicitario scaltro a suo favore, facendo la vittima e gridando alla censura. Insomma bisogna andarci cauti.

In certi casi però, correre questi rischi serve comunque ad alzare il livello di consapevolezza dei consumatori e delle consumatrici su un certo tema. È per questo che ho sollevato il caso Dimagenina.

A confortarci sulla possibilità che lo Iap possa sanzionare Dimagenina, è arrivato il parere autorevole di Adriano Zanacchi, che ha fatto parte per molti anni del Consiglio Direttivo dello Iap e ha scritto Il libro nero della pubblicità. Potere e prepotenze della pubblicità sul mercato, sui media, sulla cultura (Iacobelli, Roma, 2010) – un lavoro che considero imprescindibile per chi voglia capire alcuni meccanismi nascosti della comunicazione contemporanea.

Mi scrive Zanacchi:

«La pubblicità per il “palloncino saziante” promette dimagrimento e perdita di peso e non segnala pericoli per la salute, neppure nelle microscopiche indicazioni sul funzionamento del prodotto riportate nella parte bassa dell’annuncio. Ammesso però che il dimagrimento e la perdita di peso avvengano, si tratta di vedere se essi si traducano (sempre) in bellezza (per le donne) e/o in forma fisica (per gli uomini). Il prodotto, si legge nelle ultime righe, può “contribuire, in virtù della perdita di peso ottenuta, a migliorare sia il normale stato di salute che il proprio aspetto fisico”.

Si tratterebbe, allora, di accertare non solo, come viene proposto, se effettivamente il prodotto è in grado di offrire i risultati promessi, ma anche – e forse soprattutto – se il suo uso è immune da conseguenze potenzialmente dannose, dal momento che siamo in un campo particolarmente delicato, la sfera della salute.

D’altra parte, il testo rimanda a “risultati” (diversi: il sessismo è sempre in agguato) che rappresentano traguardi rilevanti per moltissime persone (e la comunicazione commerciale costituisce un formidabile strumento di pressione al riguardo): cosicché si può dire che l’annuncio si rivolge a “sensitive audiences”, che il Giurì dell’autodisciplina considera meritevoli di particolare riguardo. L’annuncio è rivolto a tutti: ma nulla toglie che tocchi particolarmente la sensibilità di persone “normali” che sono tentate da modelli estetici discutibili.

Emerge maggiormente, di conseguenza, quell’esigenza di chiarezza che il Codice della comunicazione commerciale prescrive chiaramente nell’art. 12: “La pubblicità di prodotti suscettibili di presentare pericoli, in particolare per la salute, la sicurezza e l’ambiente, specie quando detti pericoli non sono facilmente riconoscibili, deve indicarli con chiarezza. Comunque la pubblicità non deve contenere descrizioni o rappresentazioni tali da indurre i destinatari a trascurare le normali regole di prudenza o a diminuire il senso di vigilanza e di responsabilità verso i pericoli”.

Ma possono essere richiamati, per giudicare la correttezza di questo annuncio, anche altri articoli del Codice: ad esempio l’art. 25, relativo a medicinali e trattamenti curativi, dettato da comprensibili ragioni di prudenza, secondo il quale la pubblicità “deve tener conto della particolare importanza della materia ed essere realizzata col massimo senso di responsabilità…”.

Se non si tratta di un medicinale, il palloncino può ritenersi compreso nella categoria dei “trattamenti curativi”. L’art. 24, comunque, stabilisce che “La pubblicità relativa ai trattamenti fisici ed estetici della persona non deve indurre a ritenere che tali trattamenti abbiano funzioni terapeutiche o restitutive, ovvero abbiano la capacità di produrre risultati radicali, e deve evitare richiami a raccomandazioni o attestazioni di tipo medico”.

Come vedi, esistono buone ragioni per chiedere l’intervento dell’autodisciplina, nella speranza che ne scaturisca un chiarimento utile.»

Nel ringraziare Adriano, invito chi non l’avesse ancora fatto a denunciare la pubblicità di Dimagenina, facendo appello agli articoli del Codice da lui citati. Questo è il modulo da riempire.

Alcune considerazioni sui limiti dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria

Dopo il mio post Il corpo delle donne 2: quello che i media non dicono, ho avuto uno scambio di mail per me molto interessante con Adriano Zanacchi, autore de Il libro nero della pubblicità. Potere e prepotenze della pubblicità sul mercato, sui media, sulla cultura (Iacobelli, Roma, 2010), che in quel post menzionavo.

Zanacchi ha lavorato in Rai dal 1954 al 1993 e ha fatto parte per molti anni del consiglio direttivo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (Iap). Ha inoltre insegnato all’Università per stranieri di Perugia, all’Università pontificia salesiana, alla Sapienza di Roma.

Il suo parere autorevole mette il dito su alcuni limiti dello Iap, che abbiamo altre volte rilevato. Vedi per esempio:

Quando il Giurì della pubblicità sbaglia (2 febbraio 2011).

Le ragazze di 3 piacciono al Giurì della pubblicità (14 maggio 2010).

Ecco cosa mi ha scritto Zanacchi, che ringrazio per avermi autorizzata a pubblicare la mail:

Quanto all’Istituto dell’Autodisciplina, si può dire che le norme del suo Codice sono certamente apprezzabili, come lo sono gli interventi in materia di tutela delle imprese da fenomeni scorretti di concorrenza.

È assai modesta, invece, la tutela dei consumatori e (visto che il Codice ne parla) dei cittadini. Benché il Codice condanni la volgarità, il Giurì ha fatto marcia indietro in questa materia e non tiene conto, a mio avviso, del gusto e della sensibilità cui si riferisce l’art. 9.

Più in generale, trovo assai discutibile l’applicazione del Codice in materia di violazione degli art. 9 e 10. Io sostengo da tempo che l’applicazione seria del Codice richiederebbe il ricorso a indagini periodiche per quanto riguarda questi articoli, a sostegno delle decisioni del Giurì.

Anni fa ho avuto il modo di coordinare una ricerca che ha rilevato il giudizio dei genitori sulla pubblicità televisiva. L’accusa principale è stata di volgarità e (addirittura!) di violenza. Tanto che il committente ha deciso di non pubblicare i risultati dell’indagine!

La rinuncia del Giurì a sanzionare la volgarità (ma perché il Codice continua a vietarla?) costituisce un’attestazione di grave debolezza del sistema autodisciplinare, che pure ha il merito di avere per primo lanciato l’allarme contro le “degenerazioni” della pubblicità, di avere redatto (e di aggiornare) il Codice e di avere stabilito norme procedurali semplici e rapide.

Ma molta pubblicità è “sfuggevole” e anche la rapidità del Giurì e del Comitato di Controllo non sono in grado di intervenire efficacemente, in molti casi, perché i buoi sono già scappati dalla stalla.

In Francia il controllo preventivo della pubblicità televisiva non è obbligatorio, ma è un’apprezzabile prassi. Da noi alla carenza applicativa riguardante gli articoli 9 e 10 si aggiungono anche l’inesistente deterrenza delle pronunce e il monitoraggio occasionale.

Per concludere sulla materia del contendere, quindi, ritengo che l’autodisciplina riveli oggi un’efficacia molto ridotta. Ho lavorato per molti anni nel Consiglio Direttivo dell’Iap, dove ho cercato di svolgere un lavoro di stimolo (che l’allora Presidente Cortopassi ha sottolineato in modo lusinghiero in una bella lettera di risposta al mio commiato) e vorrei che l’autodisciplina rafforzasse il suo ruolo, indispensabile per creare un’autentica cultura della pubblicità.

Nulla contro la pubblicità come tale, quindi. Ma molto per una pubblicità migliore. E, già che ci siamo, molto anche per una riduzione del suo condizionamento sui media.

Gli articoli 9 e 10 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, a cui fa riferimento Zanacchi, sono questi:

Art. 9 – Violenza, volgarità, indecenza

La comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale o tali che, secondo il gusto e la sensibilità dei consumatori, debbano ritenersi indecenti, volgari o ripugnanti.

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona

La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose. Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione.

Ma per completezza, leggi tutto il Codice dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria.

Il corpo delle donne 2: quello che i media non dicono

Dopo oltre una settimana di polemiche su «Il corpo delle donne 2» – il calco del documentario di Lorella Zanardo prodotto da Mediaset – è utile prenderci una pausa per ragionare su un tabù su cui i giornalisti di tutte le televisioni, tutti i giornali – e sottolineo tutti – non possono esercitare nessun tipo di giudizio critico, di cui non possono mai parlar male se non in modo generico e superficiale, ma soprattutto mai riferito alla testata per cui lavorano: la pubblicità.

Tutti i media – stampa, tv, radio e sempre più anche internet – vivono di pubblicità. Se c’è qualcosa di cui non possono parlare male, dunque, è ciò che permette la loro sopravvivenza. Se accusi una testata concorrente di usare pubblicità «cattiva» e di non essersi mai ribellata a questo, i giornalisti della testata concorrente non potranno mai ammettere che la loro pubblicità è «cattiva», ma potranno solo rispondere che anche tu lo fai, anche la tua pubblicità è «cattiva».

È questo il gioco infantile del «Cattivo!», «No, cattivo tu!» a cui abbiamo assistito la settimana scorsa. È per questo che le giornaliste e i giornalisti di Repubblica «non si sono mai ribellati» all’uso del corpo femminile sui giornali del loro gruppo editoriale, come finge di auspicare, in chiusura, «Il corpo delle donne 2», ben sapendo che mai potrebbero farlo: perché è un uso sempre ed esclusivamente pubblicitario quello denunciato da «Il corpo delle donne 2», che siano annunci stampa, redazionali, articoli costruiti per qualche accordo commerciale o copertine per vendere più copie.

Ma neanche i giornalisti di Mediaset, da cui è partito l’attacco, potrebbero mai ribellarsi a qualcosa che permette loro di prendere lo stipendio: possono criticare la pubblicità altrui, ma non la propria, per quanto identica a quella altrui.

Antonio Ricci, che ha realizzato «Il corpo delle donne 2», lo sa benissimo: per questo la sua operazione è stata furba, perché sapeva di scatenare un loop mediatico in cui nessuna risposta sarebbe stata diretta né esplicita e tutte sarebbero state perciò condannate all’inefficacia.

C’è un libro che spiega bene questi meccanismi e che ti consiglio di leggere attentamente: Adriano Zanacchi, Il libro nero della pubblicità. Potere e prepotenze della pubblicità sul mercato, sui media, sulla cultura, Iacobelli, Roma, 2010. Ecco cosa dice su questo punto:

«A qualcuno sembra che i giudizi critici sulla pubblicità siano diminuiti nel corso degli ultimi anni. Al mondo pubblicitario fa piacere affermarlo comunque. Ma bisogna dire che l’eco delle osservazioni critiche sulla pubblicità trova poco spazio nei media e, comunque, si dissolve rapidamente a causa di una tendenza dei media stessi a non trattar male la benzina del loro motore, senza i cui introiti giornali, periodici, emittenti radiofoniche e televisive avrebbero vita difficile o addirittura scomparirebbero. Oppure, come accade per i media commerciali, non produrrebbero profitti.

Se dunque è vero che la pubblicità viene accettata come forma di comunicazione in sé legittima, in quanto ritenuta utile allo sviluppo economico, è anche vero che basta poco perché una sua qualsiasi forma di provocazione risvegli risentimenti, avversioni e anche pregiudizi che covano stabilmente sotto la cenere, ben al di là della portata negativa, per qualsiasi ragione, di un singolo annuncio.

I contrasti o il disagio che la pubblicità può creare in determinate circostanze, più o meno occasionali, è documentato dalle sospensioni degli spot che talvolta sono avvenute nella programmazione televisiva. Le più recenti sono state decise negli Stati Uniti d’America in occasione dell’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 e poi del suo primo anniversario: molti inserzionisti pubblicitari e alcune emittenti hanno scelto il silenzio, adottando un “atteggiamento di decenza e rispetto”, come ha detto il presidente di Publicis Conseil Jean-Yves Naouri.

Del tutto indifferente, invece, la televisione di casa nostra che, pur inondando i teleschermi di immagini agghiaccianti e di rievocazioni dolenti, non ha rinunciato agli introiti pubblicitari, interrompendo tranquillamente quelle immagini con sequele di spot inneggianti spensieratamente a deodoranti, automobili, detersivi, yogurt e merendine. Persino il film-documentario “In memoria”, trasmesso da Canale 5, ha mescolato terribili visioni delle torri colpite e distrutte e del pianto dei superstiti con le facezie della pubblicità» (Adriano Zanacchi, Il libro nero della pubblicità. Potere e prepotenze della pubblicità sul mercato, sui media, sulla cultura, Iacobelli, Roma, 2010, p. 204).