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Il manifesto per la Festa dell’Unità che a Bologna fa discutere

Qualche giorno fa ho rilasciato al Resto del Carlino un’intervista telefonica sulle affissioni con cui il Pd bolognese sta annunciando e promuovendo la prossima Festa dell’Unità, che si terrà a Bologna dal 26 agosto al 21 settembre, come di consueto, al Parco Nord, in zona fiera. Questo il 6×3 che ha suscitato un vivace dibattito (polemica?) all’interno del Pd locale: Affissione Pd Festa dell'Unità

Anche se – per mia fortuna – sono in vacanza, ho deciso di postarla. Ecco cosa penso di queste affissioni (ringrazio Federico del Prete per l’intervista): Continua a leggere

La bestia

Mi segnala Camillo – studente della Bocconi – il manifesto della bibita energizzante Shark Energy Drink, apparso a Roma nei giorni scorsi e subito ritirato dal Dipartimento delle attività economico-produttive del Comune, perché considerato «un’offesa per la pubblica decenza» e perché «altera il decoro urbano» (clic per ingrandire).

Tira fuori la bestia

In realtà pare che il manifesto fosse oltretutto abusivo in molti luoghi della città. Inoltre, la rimozione era stata sollecitata dalla consigliera comunale Gemma Azuni, con una motivazione più articolata: «Perché è profondamente lesivo della figura femminile. È un messaggio diseducativo e ingannevole che giunge ai nostri figli costretti a vederlo per tutta Roma».

Ora, il caso non è in sé interessante, perché di affissioni lampo come questa, che appaiono e scompaiono in pochi giorni, la cronaca è sempre piena. In questo caso il problema non è tanto l’immagine che – a parte il fatto di essere malamente interpretata e fotografata – non ha nulla di particolarmente scandaloso, ma la headline, che riproduce l’idea che il sesso sia unicamente centrato sul fatto che il maschio «tiri fuori la bestia».

Ma questa visione offende più gli uomini delle donne, anche se molti non se ne rendono conto. È in questo senso che il manifesto è «diseducativo»: conferma stereotipi sulla mascolinità che sarebbe urgente, invece, cominciare a scardinare.

Più interessanti del manifesto sono i commenti che ho trovato nella blogosfera, perché mostrano come questa visione «bestiale» del rapporto sessuale sia talmente radicata in Italia che la maggior parte dei commentatori maschi (o sedicenti tali) accusano i censori di sessuofobia e bigottismo, come fossero stati turbati da un’immagine che non ha niente di scandaloso.

D’altra parte, la maggior parte delle commentatrici femmine (o sedicenti tali) si ritengono offese, e finiscono per essere accusate, appunto, dello stesso bigottismo del censore. E a volte addirittura di «invidia», perché «vorrebbero essere come la ragazza del manifesto e non possono».

Come se ne esce? Torno a dire: spiegando agli uomini che sono soprattutto loro a essere offesi da chi li identifica con «la bestia». È un lavoro lungo e difficile, che comporta una ricostruzione quotidiana e capillare dei rapporti fra i sessi: meno ossessionati dalle prestazioni del corpo, più centrati sull’unicità delle persone coinvolte.

C’è un bimbo nuovo in Emilia

Lunedì 12 aprile è partita la nuova campagna di comunicazione del gruppo Hera, azienda emiliano-romagnola (copre circa il 70% della regione) per il servizio pubblico di Energia, Acqua e Ambiente con sede a Bologna.

La campagna è stata realizzata da Progetti Nuovi, l’agenzia di Annamaria Testa, e per ora prevede affissioni statiche e dinamiche in diverse città emiliano-romagnole, e un annuncio stampa su testate locali o edizioni locali di quotidiani nazionali.

Mi sembra un caso felice di pubblicità semplice, luminosa, bella.

Perché mi piace? Perché punta sull’immagine di un bellissimo neonato per attirare gli sguardi e trasmettere ottimismo, ma lo fa con ironia, piazzandoci sopra quattro scritte colorate a ricordare che i bisogni soddisfatti da Hera sono elementari e universali (infatti «Tutti hanno bisogno di Hera»): luce, acqua, calore e… eliminazione dei rifiuti. È proprio il cartello sul culetto del bimbo la chicca che fa sorridere e differenzia questo neonato da altri.

Inoltre, in un paese a bassa natalità come il nostro (1,41 figli per donna è il dato Istat 2009), vedere per strada un bel bimbo gigante (invece di ragazze tristi e corpi finti) mette finalmente allegria.

Questa è l’affissione (clic per ingrandire):

Hera Affissione

Questo è l’annuncio stampa (ti segnalo, per la semplicità e immediatezza del testo, anche il body copy):

Hera annuncio stampa

Ancora, sempre ragazze tristi

Arriva la primavera e – invece di allegria e sorrisi – la moda propone come sempre ragazze magrissime, con occhi cerchiati e pallore inquietante. Tristi. Disperate.

La giovane del nuovo marchio Amy Gee, che in questi giorni ha tappezzato le città italiane, sembra addirittura volersi strappare i capelli:

Amy Gee

Mentre le ragazze di Sisley si piegano sotto il peso di una improbabile chiave (prego sbizzarrirsi sui significati del simbolo) e, più in generale, di una vita che nessuna gioia, evidentemente, prospetta.

Campagna Sisley primavera estate 2010

Campagne primavera estate Sisley 2

E se dicessimo basta? Se ci organizzassimo per verniciare di colore tutte le affissioni che incontriamo per strada? Se decidessimo tutti di scrivere a Sisley e Amy Gee dicendo loro che non compreremo nessun abito finché non ci restituiranno immagini meno deprimenti e, soprattutto, più reali delle giovani donne?

Le veline dell’Ateneo, «Domenica in» e l’identità

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale:

«Prof, cosa pensa dell’università a “Domenica in?”», mi chiedono gli studenti in questi giorni. Magari non hanno visto la puntata di domenica scorsa (non rientrano nel target), ma gliel’hanno raccontata i nonni. E ci sono rimasti male, nonni e nipoti. Così me la sono fatta mandare e l’ho analizzata: in effetti c’era di che turbarsi.

Non avrei mai voluto tornare sulle cosiddette «veline della Romagna», le quattro ragazze in tutina da superwoman e guanti di gomma con cui, nel luglio scorso, il Polo romagnolo ha pubblicizzato le sedi di Ravenna, Cesena, Forlì e Rimini, entrando in conflitto con il rettore e sollevando polemiche dentro e fuori dall’ateneo. Uno scivolone che speravo fosse dimenticato: non si deve mai usare il corpo (femminile, ma neppure maschile) per pubblicizzare l’università, ma bisogna puntare sull’eccellenza della didattica e della ricerca, e sugli sbocchi professionali.

La mente e non il corpo, insomma: un errore talmente grossolano che l’unica soluzione era dimenticarlo in fretta e guardare avanti.

Invece l’ateneo ci è caduto di nuovo, mandando due suoi rappresentanti nell’“Arena” di Massimo Giletti, una sezione di “Domenica in” di cui basterebbe il nome a capire che bisogna starne lontani. A favore della campagna c’era Giannantonio Mingozzi, vicesindaco di Ravenna e membro del cda universitario; contraria era Paola Monari, prorettore agli studenti. Nulla da dire sui loro interventi: certo volevano il bene dell’ateneo, ognuno con le sue ragioni, e hanno fatto il loro meglio.

Ma il contenitore televisivo se li è ingoiati in un boccone. Tralascio i dettagli della fossa in cui sono scesi. Basta dire che tutti, tranne loro, hanno vinto: dall’agenzia che ha ideato la campagna, per la quale vige il «si parli bene o male, purché si parli», alla studentessa che ha posato in foto perché «vuole fare la modella» e spera nella notorietà televisiva, finanche al conduttore che si è proposto come «assistente» universitario.

Tutti hanno vinto qualcosa, tranne l’ateneo e, più in generale, l’università italiana, che la rissa ha dipinto – per amor di polemica e audience – come poco qualificata, minata da conflitti interni, sessista e pronta a strumentalizzare il corpo delle donne.

Ma non sono tornata a parlare di «veline» per mettere il dito nella piaga. Ci sono tornata perché, se un errore simile è stato non solo fatto ma ribadito, vuol dire che ciò che per me è ovvio per altri non lo è. L’ovvietà è questa: chi trascura la comunicazione trascura la propria identità, che senza una comunicazione efficace rimane nascosta o fraintesa. Inoltre, se sei bravo ma non sai dirlo a nessuno, chi capirà che lo sei?

Per due ragioni, allora, la comunicazione dell’ateneo bolognese va curata nei minimi dettagli: perché è complessa, e dunque facile da sbagliare; e perché in ateneo ci sono molte eccellenze – a dispetto di “Domenica in” – e bisogna farle conoscere.

Ma curare la comunicazione non vuol dire affidarla a questa o quell’agenzia, magari abituata alla pubblicità commerciale ma incompetente su temi universitari. Né si possono mandare allo sbaraglio persone che, per quanto preparate nel loro campo, poco o nulla sanno di media e tv. Occorre invece affidare la comunicazione a persone che, dall’interno dell’ateneo, non solo ne condividano storia, valori e obiettivi, ma abbiano le competenze per comunicarli in modo intelligente e mirato, e siano dotati dell’autorità sufficiente perché nulla sfugga alle loro decisioni.

Inclusa quella di non mandare nessuno in tv, se non è il caso.

Repubblica Bologna 23 ottobre 2009.