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#Sanremo 2012: parlino bene o male purché parlino. Infatti è record di ascolti

Di Sanremo hanno già parlato tutti malissimo: ieri sera su Twitter, oggi sui giornali e di nuovo in rete. Non c’è niente che sia piaciuto (trovi critiche su tutto e tutti, anche su cantanti chic come Nina Zilli e Chiara Civello), niente che sia andato dritto (sparita Ivana Mrazova per mal di collo, guasti tecnici di tutti i tipi, dal sistema di voto ai microfoni), eppure per l’Auditel lo share è si è attestato al 49.55%, che significa 12 milioni e 700 mila spettatori: il risultato migliore degli ultimi 6 anni (bisogna tornare a Sanremo 2005 con Bonolis per trovare un dato migliore per la prima serata: 54.69% di share).

Celentano e Morandi Sanremo 2012

Per la precisione la prima parte dello spettacolo ha ottenuto il 48.51% di share con 14 milioni e 378 mila spettatori; la seconda, iniziata alle 23.33, ha ottenuto il 55.24%, con un pubblico di 8 milioni 429 mila. La prima serata dello scorso anno aveva realizzato il 46.39% di share (media ponderata); nel 2010 il 45.39, mentre al 47.10% si era attestato l’anno prima (QUI i dati).

Dov’è la notizia? Non c’è notizia: Celentano ha attaccato l’Avvenire, che ovviamente ha risposto. Ha attaccato Aldo Grasso, e anche lui oggi sul Corriere ha risposto. E pure su Twitter, niente di più prevedibile: i 4 milioni e rotti di utenti Twitter italiani (pochissimi!) sono un’élite di intellettuali, giornalisti, star e starlette coi loro fan. E che ti aspetti da un sottoinsieme di quella élite? Critiche su critiche, puzza sotto al naso, sfide a chi spara la battutina più acida. Infatti a questo si è ridotto lo hashtag #sanremo.

Speravo tanto che qualcuno non ci cascasse: la cosa migliore che Grasso avrebbe potuto fare oggi, per esempio, sarebbe stata non scrivere nulla. Nulla di nulla. Silenzio.

Niente da fare, non ce l’ha fatta a tacere. O forse il direttore del Corriere l’ha costretto, chissà. È come al ristorante: se tutti parlano ad alta voce, anche noi dobbiamo urlare per farci sentire al tavolo.

Anch’io mi aggiungo al rumore? Sì ovviamente. Ma lo faccio solo perché spero che parlarne in questi termini possa far venire a qualcuno, prima o poi, la voglia (e capacità) di rispondere col silenzio. È una scusa? Un’autoassoluzione? Non lo so: è da stamane che me lo chiedo. Una cosa è certa: scrivere questo post non mi ha divertita per niente.

Avetrana: orrore reale e mediatico

L’orrore della ragazza di Avetrana prima molestata, poi uccisa dallo zio, è anche un orrore mediatico. L’ennesimo, purtroppo.

A questo proposito condivido in pieno ciò che scriveva ieri Vittorio Zambardino sull’inutile e morbosa ricerca dell’assassino, nei giorni scorsi, fra gli «amici» della ragazza su Facebook: come sempre in Italia si demonizza internet e come sempre, invece, bisogna cercare il demonio nella vita reale, spesso in famiglia.

Nelle parole di Vittorio:

«Da anni – e per la verità ancora adesso da parte di qualche parlamentare dalla prosa non sorvegliata dalla ragione – si parla di “pedofili su internet”. Poi la cronaca testarda ci ripete, caso dopo caso, anno dopo anno, che purtroppo quel cancro ce l’abbiamo di frequente in famiglia o nelle istitituzioni che pensiamo tra le più meritevoli e “buone” (il che non elimina certo la possibilità che qualche criminale provi a fare lo stesso in rete, ma con ben minore incidenza statistica e soprattutto con minor potere sulla vittima)» (leggi l’articolo intero qui: «Non era Facebook, era lo zio Michele (reloaded)»).

Per esempio il solito «Porta a porta», lunedì scorso, si è soffermato a lungo – con tanto di psicologi in studio, che nulla capiscono di internet e taccio del resto – sulla pericolosità di Facebook per gli adolescenti (e per tutti!), perché «quanto è bella la vita reale».

Ma il peggio, naturalmente, è stato la diretta sul dolore della famiglia di Sarah, durante «Chi l’ha visto?», con Federica Sciarelli che appariva balbettante e incerta, ma in realtà era molto certa di una cosa sola: continuare la diretta a tutti i costi.

Per questo sono d’accordo solo con la prima parte di ciò che oggi Aldo Grasso ha scritto sul Corriere. Ma dissento profondamente dalle sue conclusioni, quelle che hanno indotto la redazione a intitolare il pezzo: «Gesto di delicatezza nella tv verità». Grasso infatti conclude:

«Quando la Sciarelli si premura di dire alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, se desidera interrompere il collegamento compie un gesto di estrema delicatezza, ma manda, contemporaneamente, un’indicazione linguistica: questo non è un reality, questa è tv verità. Il fatto è che la verità non sembra mai vera, si vorrebbe dire di no alla verità dell’apparenza, spegnendo le telecamere, nella speranza che ci sia una verità diversa dell’essere.»

Ma quale gesto di delicatezza! Non si chiede di fare una scelta a una madre distrutta dal dolore, impietrita e chiaramente incapace, in quelle condizioni, di pensare e decidere qualunque cosa.

Si sceglie per lei e punto. Si chiude la trasmissione.

Questo sarebbe stato l’unico gesto di delicatezza possibile.

Come sarebbe stato delicato, da parte dei quotidiani di oggi, evitare foto in prima pagina della povera ragazzina. Evitare foto della sua mamma, della cugina, dei parenti. Ed evitare – l’orrore più abietto – di mettere la foto di Sarah proprio accanto a quella dello zio che l’ha stuprata e ammazzata.

Mi viene da piangere.

Santoro: nuovo medium, vecchio messaggio

L’evento “Raiperunanotte” organizzato ieri a Bologna da Michele Santoro e dal sindacato dei giornalisti Fnsi contro la decisione di sospendere i talk show politici in Rai è molto interessante dal punto di vista comunicativo, perché ha coinvolto una molteplicità di ambienti e mezzi di comunicazione, dalla rete alle piazze, che riprende, amplifica e rende sistematici il metodo introdotto in Italia da Beppe Grillo.

Notevoli anche i numeri (relativamente ai mezzi). La conta del giorno dopo riporta 125mila accessi contemporanei al sito dedicato, più diverse decine di migliaia fra YouDem, sito di Repubblica e altri siti collegati. Più il tam tam non denumerabile nei blog e social network. E le 200 piazze reali in tutta Italia, dove persone in carne ossa si sono ammassate attorno ai maxi schermi della trasmissione (a Bologna circa 6000 dentro al PalaDozza e più o meno altrettanto fuori).

E i contenuti? Interessante mescolanza di intrattenimento, musica e talk show, più spiccata del solito.

Ma per il resto, c’era tutta l’ossessione (anti-)berlusconiana che ci si poteva aspettare da Santoro, Travaglio & C. Insomma, l’elefante è stato seduto nel bel mezzo dell’arena, per tutto il tempo. Anzi, crescendo minuto dopo minuto.

Perciò concordo con quanto Aldo Grasso ha scritto oggi sul Corriere:

«Il Santoro show che ieri è andato in onda dal PalaDozza è stato molto più interessante per le modalità di fruizione che per i contenuti (a parte il dramma dei lavoratori che perdono il posto).

Nel nome della libertà d’espressione si sono incrociati generi differenti (informazione, intrattenimento, musica, satira…), tutte le nuove tecnologie distributive (Internet, satellite, digitale terrestre, tv locali, radio, siti, blog, social network, dirette streaming, maxischermi, persino 200 piazze), personaggi di diversa provenienza, professionale e artistica, chiamati in platea come fossero grandi star.

Ma il problema, e grave, è un altro. Quando Luttazzi conclude il suo monologo ricordando che «odiare i mascalzoni è cosa nobile » non fa un enorme regalo elettorale a Berlusconi?

Fomentare l’odio, alla vigilia delle elezioni, non è un atto di irresponsabilità? Se oggi la maggioranza reagirà pesantemente sarà inutile nascondersi dietro la retorica della libertà d’espressione o della rivoluzione. La politica è effetto di scena e la censura il peggiore dei suoi effetti, un indice di stupidità, ma spesso il rumore delle piazze, delle adunate, degli applausi ottunde le menti e copre i pensieri.»