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Media e italiano medio

«[…] Le abitudini televisive, fatte di manipolazioni gergali e di italiano tecnologico para-anglosassone, influiscono molto, troppo sul linguaggio comune. Lo scrittore fatica. E fatica anche il romanzo che deve conciliare comprensibilità e invenzione, adesione alla realtà linguistica del paese e intervento critico sul sempre più povero codice comune. […]

Spesso nella conversazione si inseriscono pezzi di pubblicità, frasi intere di canzoni. Termini derivati da film stranieri e da slogan della moda si trovano, quando uno meno se lo aspetta, nel linguaggio comune, trasformati in segnali di scambio, codici verbali.

Altre volte sono i gruppi sociali meno prestigiosi che prendono in prestito formule dai mestieri invidiati e così abbiamo il medichese, il sindacalese, il politichese, lo psicoanalitichese e via di seguito.

Mi piacerebbe proporre a chi usa questi gerghi di provare a cantare il loro detestabile politichese ad esempio con un tempo di rap. Nel rap le parole vengono fuori come lampi dalle nuvole, tutte legate elettricamente le une alle altre. È un modo di cantare basato sul ritmo e non sulla melodia, un ritmo rapidissimo in cui le parole si incastrano l’una nell’altra. Tante pesantezze inutili sparirebbero subito. E uno sarebbe costretto alla concisione e alla chiarezza verbale.»

(Dacia Maraini, Amata scrittura. Laboratorio di analisi letture proposte conversazioni, BUR, Milano, 2000, pp. 114-115.)

Aggiungo che, da quando c’è il Web 2.0, oltre ai media anche i nuovi media ci si mettono, nell’appiattire l’italiano comune. E penso soprattutto alla logorrea di certe zone della blogosfera.

Bella, la terapia del rap per i malati di gergo stretto. 🙂