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L’ignoranza diffusa su Brexit, Unione Europea, storia e geografia di base

Intervista imbruttita

Esilaranti le interviste che Il Milanese Imbruttito rivolge a passanti, frequentatori e frequentatrici di discoteche, acquapark e altri luoghi di intrattenimento. Testimoniano la pesantissima e diffusissima ignoranza media e ovviamente ottengono molti clic: il livello è infatti talmente basso che ognuno/a può sapere – o fingere di sapere, visto che in sovraimpressione appare la risposta giusta – una risposta in più del/la malcapitato/a di turno, e dunque consolarsi quel tanto che basta per ridere. In realtà, le interviste mettono anche angoscia. È questo lo specchio di un paese che da molti (troppi) decenni non investe in istruzione e educazione. Beccati le (non) risposte estive su Brexit, Europa, storia e geografia di base: Continua a leggere

Lingue, ambiguità, migrazioni e contaminazioni

È appena uscita sul mensile Piazza Grande un’intervista che mi ha fatto Leonardo Tancredi. Eccola:

Quali ambiguità nasconde una lingua?

Le lingue hanno margini di ambiguità ai quali occorre continuamente fare attenzione. Questo riguarda la comunicazione fra nativi, ma a maggior ragione è cruciale per chi parla lingue diverse e deve trovare una lingua comune per capirsi. E non è solo un problema di lingua, ma anche di cultura. Ogni lingua infatti porta con sé un mondo di esperienze, storie personali e collettive. Perciò il tema della chiarezza è anche un tema etico: pensiamo anche alle religioni diverse, pensiamo alle parole che, tradotte in un’altra lingua, possono evocare emozioni diverse.

Crede che l’italiano di oggi rispecchi la complessità della società che viviamo?

L’italiano non è una sola lingua, ci sono i dialetti, i gerghi, i vari livelli di istruzione. Perciò potremmo dire che non esiste “la” lingua italiana, come non esiste “la” lingua inglese o francese: ogni lingua ne contiene molte altre. Da un lato la contaminazione con persone di altri Paesi è un arricchimento, dall’altro c’è una lingua “media”, molto legata anche all’uso dei mass media, una specie di moneta comune che permette di comunicare a persone di diverse professioni, diverse estrazioni sociali, diverse regioni d’Italia: solo 50 anni fa un veneto davvero non capiva cosa diceva un napoletano. In questo la tv ha svolto un ruolo molto importante per l’alfabetizzazione di massa. Oggi non abbiamo più quell’analfabetismo radicale che negli anni ’50 riguardava il 50% della popolazione; oggi per fortuna gli analfabeti radicali sono sotto il 5% e sono spesso molto anziani.

La tv ma soprattutto i nuovi media influenzano anche i contenuti della comunicazione?

Chi parla male pensa male vive male

La lingua influisce sul contenuto e viceversa, perché le parole, le frasi sono – potremmo dire – i mattoncini del pensiero. Una lingua ricca implica un pensiero più ricco, però bisogna stare attenti a certe implicazioni snobistiche. Penso alla frase del film di Nanni Moretti, “le parole sono importanti”: sono d’accordo, ma attenzione agli atteggiamenti snobistici. In Palombella rossa il protagonista urlava quella frase a una giornalista che parlava male, se la prendeva col suo gergo semplificato e cacofonico. Diceva “chi parla male, pensa male, vive male”, ma attenzione: conosco un sacco di gente che parla anche bene, forbito, eppure pensa malissimo, nel senso che un livello alto di cultura non è sempre sinonimo di intelligenza o di responsabilità etica.

Cosa pensa della conoscenza dell’italiano come requisito per la carta di soggiorno? La lingua può essere uno strumento di selezione in un momento in cui è sempre più fluida e contaminata?

Capisco che sia necessario conoscere la lingua del Paese in cui si va a vivere, anche se spesso non ci si va per scelta ma per costrizione, ma facciamo attenzione a non fare diventare questa cosa della lingua una discriminazione. Nel senso che può essere più o meno facile acquisire l’italiano a seconda della lingua madre di provenienza, ma anche a seconda delle condizioni di istruzione da cui si parte. E ricordiamo che le differenze di istruzione spesso derivano da differenze economiche: è più facile studiare in una famiglia più ricca. Detto questo, sarebbe bello, da parte del Paese che accoglie, dimostrare interesse per le lingue e le culture delle persone che arrivano. La nostra lingua non deve diventare un totem che tutti veneriamo, ma deve aprirsi alle contaminazioni.

USA: analfabetismo maschile di ritorno

Su D di Repubblica del 5 giugno c’era un pezzo di Federico Rampini sulla crescente presenza femminile nei posti di potere della società americana – rispecchiata dalle recenti nomine di Obama – e sul nesso di questo fenomeno con le percentuali di donne e uomini che negli USA accedono ai gradi d’istruzione superiore.

Ecco come l’articolo si chiude:

«C’è un fenomeno preoccupante di “regressione socio-culturale” del maschio americano. Tra il 1993 e il 2007, la percentuale di ragazzi che si sono iscritti ai college o alle università è scesa dal 45% al 43%. Nel prossimo decennio si prevede che arretreranno di altri due punti percentuali.

Non solo i maschi si iscrivono meno ai corsi universitari, ma una volta ammessi hanno risultati accademici peggiori. In campo femminile il 56,4% delle studentesse iscritte a una facoltà portano gli studi al termine fino a conseguire una laurea. Solo il 50% degli studenti maschi ci riesce. L’altra metà sono dei drop-out che abbandonano l’università senza alcun diploma: un tasso di insuccesso altissimo se raffrontato su scala mondiale.

Rallegrarsi per l’ascesa del potere femminile negli Stati Uniti non deve fare ignorare questo fenomeno di massa, una sorta di analfabetismo di ritorno che colpisce i giovani uomini (con punte particolarmente elevate tra i maschi afroamericani).

Obama richiama spesso l’attenzione sul fatto che il benessere futuro dipende dalla qualità dell’istruzione. Avverte che la vera sfida con la Cina si gioca sulla performance delle giovani generazioni nella scuola.

I risultati degli studenti americani nell’apprendimento delle materie scientifiche, a livello internazionale, sono mediocri. Ma l’arretramento è dovuto soprattutto al risultato dei maschi. Se l’America vuole arrestare il declino di qualità della sua forza lavoro rispetto ai concorrenti asiatici, dovrà affrontare la “questione maschile” sui banchi di scuola.»

(Federico Rampini, «Analfabeti di ritorno», D di Repubblica, 5 giugno 2010.)

Puoi scaricare da QUI il pdf dell’articolo intero, tratto dalla rassegna stampa di www.zeroviolenzadonne.it, che ringrazio.

Qualche conclusione dall’indagine ALL

Mi pare utile confrontare i commenti al post di ieri con le conclusioni che gli stessi curatori della parte italiana di ALL hanno tratto dal loro lavoro. Ecco una sintesi, che ho rielaborato da questo documento pdf (a sua volta sintetico) di Vittoria Gallina.

Per ulteriori approfondimenti, leggiti il libro Letteratismo e abilità per la vita, Roma: Armando, 2006.

I risultati della indagine ALL mettono in evidenza che:

1) la popolazione adulta italiana, presa nel suo complesso, non ha un grado di letteratismo (literacy) adeguato alle esigenze delle società complesse;

2) intervenire su questo deficit è una priorità per il Paese;

3) l’istruzione è molto importante per garantire lo sviluppo di competenze di literacy, ma non è il solo fattore determinante: il letteratismo si sviluppa e si consolida con processi molto diversi, e solo alcuni di questi riguardano i sistemi formali di istruzione;

4) una strategia di espansione graduale del sistema scolastico non è sufficiente a colmare il deficit di competenze che si evidenzia nel mercato del lavoro e nella società attuale: dovrà passare molto tempo prima che si possano sentire gli effetti dell’incremento della scolarità dei giovani di oggi;

5) interventi efficaci e strategie adeguate vanno costruiti valorizzando meccanismi e processi attraverso i quali gli adulti mantengono e aggiornano abilità e competenze: apprendimento sul lavoro, esperienze di vita, iniziative e attività personali;

6) le competenze/abilità alfabetiche funzionali, come i muscoli, si mantengono con l’esercizio e l’uso continuo: la scuola ha un ruolo insostituibile nel costruire le basi, ma solo l’uso continuo nelle attività quotidiane mantiene livelli adeguati di competenza;

7) promuovere il lifelong learning significa mettere i cittadini in condizione di accedere agli ambienti in cui si promuove apprendimento: a casa, sul lavoro, nella comunità sociale;

8 ) accrescere i finanziamenti per l’educazione degli adulti è una scelta necessaria, ma bisogna anche motivare gli adulti alla partecipazione: apprendere in età adulta è un atto volontario, una scelta che dovrà coinvolgere strati di popolazione che oggi non sono motivati o non si sentono sostenuti in questi percorsi;

9) la formazione sul lavoro tende a essere rivolta a persone che si trovano già a un certo livello di competenza: il rischio è che non si raggiungano quelli che hanno maggior bisogno;

10) si dovranno sperimentare strategie per aumentare la partecipazione ad attività formative di persone con livelli molto bassi di competenza che nel nostro Paese superano il 40% della popolazione.

11) … Continua tu.

Letterati allitteranti o allettanti illetterati?

Il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills) nasce nel 1994 da una collaborazione fra OCSE, Statistics Canada, National Center for Education Statistics (Department of Education, USA) e i responsabili (governi o istituti di ricerca) dei paesi partecipanti, che sono: Belgio (francese e fiammingo), Bermuda, Canada (francese e inglese), Cile, Corea, Costa Rica, Italia, Messico, Norvegia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Svizzera (francese, tedesca, italiana).

Da qui nasce la parola “letteratismo“, che traduce l’inglese literacy e si riferisce a un insieme articolato di competenze e abilità di comprensione e scrittura di testi, tabelle, grafici, come mediamente circolano nelle società occidentali: giornali, bugiardini di medicinali, documenti vari. Più alcune capacità fondamentali di fare conti e risolvere problemi.

Il tutto è suddiviso in 5 livelli di abilità: dal livello 1, il più basso, che rappresenta competenze/abilità molto modeste e fragili, fino al livello 5, che indica il pieno letteratismo. La scala pone il livello 3 come minimo necessario per garantire alle persone un inserimento soddisfacente nella complessa vita adulta occidentale.

Nel 2006 Vittoria Gallina, responsabile della ricerca ALL per l’Italia, ha pubblicato con l’editore Armando, i risultati sul grado di letteratismo italiano nel 2003-2004.

Dall’indagine emerge che il 46,1% della popolazione italiana fra 16 e 65 anni si trova al livello 1, il 35,1% al livello 2 e solo il 18,8% al livello 3 o superiore. Va precisato che coloro che non raggiungono il livello 3 hanno spesso titoli superiori, non solo la licenza elementare o media: è lo stile di vita, a quanto pare, a indurli a questo analfabetismo di ritorno.

E i giovani?

Il 35% dei giovani italiani (16-25 anni) sta al livello 1 della competenza alfabetica funzionale, il che significa che hanno/avranno seri problemi nell’inserimento sociale e nell’esercizio dei diritti di cittadinanza in una società democratica. Un altro 39% non supera il livello 2 di competenza, mentre solo il 26% raggiunge o supera il livello 3.

L’indagine è stata rispolverata il 6 febbraio scorso da Michele Smargiassi in un articolo su Repubblica, in cui ce n’è per tutti: laureati in materie umanistiche, aspiranti magistrati, medici, tutti a scrivere con strafalcioni. Persino alcuni docenti universitari, a lezione, leggono a stento slides malandate. Ma poi l’articolo si chiude con un’intervista in cui si dice che, per certi ruoli, basta “un buon paio di stivali di gomma”.

L’articolo è rimbalzato in rete, e i commenti si sono sprecati. La maggior parte dei blog che ho letto si scandalizzano di errori altrui (“Dove andremo a finire…”), salvo poi aggiungerne di propri. Altri impreziosiscono la loro invettiva con strampalati giri di parole, giusto per far vedere quanto sono bravi loro (ma le allitterazioni “allettano gli allocchi”, diceva Eco in una deliziosa Bustina di Minerva).

Posto che Luisa Carrada, in un post dedicato all’argomento, ha generosamente salvato i lettori di questo blog, e che l’umiltà è sempre il modo più intelligente di affrontare certi temi, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi: colpa della scuola? della mancanza di tempo? del mercato?

E tu, a leggere questi dati, come ti senti? cos’hai fatto per raggiungere un grado decoroso di letteratismo? che farai per migliorarlo? cosa vorresti che l’università facesse per te?