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Due pensieri sulla telefonata De Falco-Schettino

Incredulità, rabbia, pena, sgomento: sono le emozioni che ieri ho provato mentre ascoltavo la telefonata fra Francesco Schettino e Giorgio De Falco. Un misto intenso e confuso, che in pochi minuti si è tramutato in commozione, tanto che alla fine avevo gli occhi lucidi.

Fra i commenti che ho letto in rete, due meglio di altri esprimono ciò che ho pensato quando mi sono ripresa. Il primo è dello Scorfano, dal blog Sempre un po’ a disagio:

Sia innanzitutto messo agli inutili atti di questo inutile blog che io ritengo indegno e vergognoso il comportamento del comandante Schettino, che abbandona la nave che lui stesso ha portato ad affondare, mentre, viceversa, ritengo perfetto ed esemplare il comportamento del comandante della Capitaneria di porto, Giorgio De Falco, che cerca, dalla sua posizione, di salvare tutti i passeggeri della nave in avaria.

Detto questo, però, le grida di esultanza e di approvazione ammirata che ho sentito ieri (sul web ma anche nel bar vicino a casa) per quegli ordini di De Falco urlati al telefono, per quell’autorità «di cui avremmo bisogno», per il «padre» che si assume le responsabilità di tutti, per la «voce del dovere» (così oggi repubblica.it), per l’uomo «forte», con le palle, che non si tira indietro e mette il suo senso del dovere prima di ogni cosa (però lui era a terra, non dimentichiamolo), per il leader, la guida, il comandante, il dux, Caesar, l’uomo della provvidenza, l’incarnazione dell’autorità (militare, tra l’altro) che sa prendere in mano una situazione senza esitare e, soprattutto, al posto di tutti noi, per il capo che toglie a noi la necessità di valutare («è un ordine!») perché ha tutto deciso e valutato lui…; insomma, tutti questi osanna, reali e virtuali, mi hanno spaventato non poco, ve lo confesso. È meglio De Falco che Schettino, senz’altro; ma essere un popolo che ha bisogno di De Falco, magari no grazie, ecco. (lo Scorfano, Sempre un po’ a disagio, «Agli ordini»)

Il secondo è lo status che ieri Angelo ha scritto su Facebook:

«La telefonata tra De Falco e Schettino è drammaturgia pura: timbri, pause, ritmo ossessivo, eroe e antieroe. Immagino che tra poco non la ascolteremo più per ritrovare il fantasma della tragedia, il peso dei cadaveri, l’annaspare dei vivi, ma solo perché è così eccitante john-wayne-che- frusta-il-codardo. Entrerà nella nostra compilation, col reggae, i link sull’amore infranto e la nutella, Homer Simpson e la fame nel mondo.»

È così, caro Angelo, lo schermo televisivo farà questo. Anzi, l’ha già fatto.

Ma i sogni Barilla non ci fanno un po’ male?

Da decenni Barilla fa la stessa pubblicità ovattata e rassicurante: scene campestri, coppie fantastiche, famigliole felici.

Da decenni siamo consapevoli dello scarto che separa una «famiglia del Mulino Bianco» da una reale, e ci illudiamo di avere sogni molto più raffinati, interessanti e vari di quelli Barilla. Da decenni ci ripetiamo che «la vita non è uno spot» e questo ci basta a sentirci adulti e vaccinati.

Ma siamo sicuri che essere sistematicamente esclusi da questi scenari trasognati non contribuisca ad alimentare segrete e inconfessabili frustrazioni? Siamo proprio sicuri che in qualche modo le atmosfere Barilla non ci abbiano fatto – e continuino a farci – anche un po’ male, contribuendo a plasmare i nostri sogni ma condannandoci a non poterli realizzare?

Mi scrive Angelo:

Cara Giovanna,

ho visto l’ultimo spot Barilla “Farfalle al sugo – pomodori datterini”. Il datterino, lo sapevo, è piccolo e si caratterizza per il sapore molto dolce. Poi, sul sito Barilla leggo:

“Il film La Vita è Pronta racconta con poesia il parallelismo tra i momenti che danno gusto e valore alla vita e la ricetta per preparare un buon piatto di pasta autenticamente italiano. Le scene di Food e vita reale confrontano ritratti di gioia quotidiana al fianco dei passi da seguire nella preparazione di un piatto, per raccontare come nella ricetta della vita siano importanti gli affetti sinceri e le relazioni profonde, il piacere per il cibo e la gioia di stare insieme a tavola. Un nuovo racconto per promuovere il valore del cibo come forma di amore e cura per i propri cari.”

Quindi, ho maturato queste convinzioni:

  • se sono sposato, ho figli e mangio Barilla, ho la benedizione della Chiesa cattolica, sono un uomo e un consumatore giusto e sono autenticamente italiano;
  • la vita ha valore, ha gusto, quando ci si diverte come bambini e quando si fanno nascere bambini. Ovviamente, solo la famiglia tradizionale può fare e crescere bambini;
  • per mettere alla luce un bimbo, ci vogliono nove minuti, è uno spasso;
  • le difficoltà, la fatica della vita non hanno gusto, valore, posto a tavola;
  • la donna è mamma e moglie, e pure contenta; si prende cura dei figli, del marito, della casa e delle ricette Barilla; e le è andata bene, perché mancano i nonni;
  • il cielo risuona di volareohoh e della voce di Mina, come sessant’anni fa, la musica non è cambiata e questo è confortante, perché il passato era meraviglioso, sempre a colori;
  • non abbiamo bisogno del mondo: il nostro culto è la tavola, e procreare per riempire la tavola. Sentiamo le campane, stiamo bene.