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L’Italia Giusta del Pd di Bersani

Non ho ancora commentato le affissioni di questa campagna elettorale e comincio dal centrosinistra. Sull’Italia Giusta del Pd hanno già sparato in molti e non volevo aggiungermi io, avando già scritto molto – qui e in SpotPolitik – sugli annosi problemi di comunicazione del Pd. Avevo peraltro già notato, durante le primarie del centrosinistra, che di recente la comunicazione di Bersani è migliorata, e continuo a pensarlo: è più sorridente, più ironico e autoironico, più chiaro, più incisivo. Lo scossone Renzi gli ha fatto bene.

Anche le affissioni «L’Italia giusta», pur affidate alla stessa agenzia, sono un passo avanti rispetto al «Rimbocchiamoci le maniche». Però va detto: ciò che ne scrive Annamaria Testa è tecnicamente ineccepibile, e perciò a lei rimando. Mi limito ad aggiungere che, dal mio punto di vista, le nuove affissioni sono comunque un (piccolo) passo avanti perché meno patinate ed estetizzanti di quelle con la camicia bianca su fondo bianco, meno concentrate sul corpo del leader. Nel complesso, cioè, danneggiano meno Bersani.

Bersani 2013

Però la foto non gli fa onore, non tanto per ragioni estetiche (dal vivo è meno cupo e rugoso di come appare in foto) ma perché quel sorriso ambivalente (beffardo? perplesso? o solo frenato?) non coglie di lui il tratto di “paternità benevola e rassicurante” che nei comizi e persino in tv Bersani ha ormai imparato a esprimere. E che in tempo di crisi è prezioso, perché aiuta a rassicurare le persone che soffrono le conseguenze della crisi, a cui il centrosinistra, più di tutti i partiti, dovrebbe rivolgersi. Inoltre non funziona l’idea di accostare una posa chiaramente artificiale (con quel braccio appoggiato al tavolo, la mano vezzosa, la fede ostentata, lo sguardo di traverso) alla headline “L’Italia giusta”: che idea di giustizia ed equità può mai rappresentare un signore che si mette in posa col vestito grigio delle buone occasioni in uno studio fotografico?

Berani 2013 verticale

Detto questo, per fortuna il resto della comunicazione di Bersani è migliore di queste affissioni. E per fortuna circolano in rete parodie che, pur volendo metterlo alla berlina, in realtà gli fanno un regalo, perché ne addolciscono e colorano l’immagine. Auguro a Bersani e al Pd che ne fioriscano altre. E proliferino in rete.

Bersani Gargamella

Bersani l'Italia Gusta

Da oggetti a esseri umani: il caso «Lavatrici finite male»

Concludo la riflessione dei giorni scorsi sull’equiparazione fra oggetti e esseri umani, con la miniserie per il web «Lavatrici finite male» (grazie a Inkiostro e Annamaria per la segnalazione), che è l’ultima campagna Calgon, l’anticalcare per lavatrici, affidata al comico e regista Marcello Macchia, meglio noto come Maccio Capatonda.

Il caso è interessante perché mostra il processo inverso rispetto a quelli visti nei giorni scorsi: mentre la banalizzazione pubblicitaria più diffusa degrada gli esseri umani al ruolo di oggetti (un’auto, un cracker, una bevanda «al posto di» una relazione affettiva spogliano la relazione della sua ricchezza umana), le microstorie di «Lavatrici finite male» antropomorfizzano l’oggetto lavatrice, cioè lo nobilitano facendo come se avesse pensieri e vivesse emozioni, sensazioni e relazioni umane. Insomma non più esseri umani trasformati in oggetti (e come tali degradati), ma oggetti trasformati in esseri umani (e come tali nobilitati).

Lavatrici finite male

Inoltre le «Lavatrici finite male» fanno ridere, perché rappresentano l’equivalenza in modo letterale e non più metaforico, cioè inseriscono la lavatrice in scenette in cui si comporta ed è trattata esattamente come se fosse una persona vera (talmente vera che un episodio si intitola «Trattata come un oggetto»). È una persona «finita male» per il cui triste destino siamo chiamati a dolerci. Finché Calgon non la salverà. Buon divertimento! 🙂

Lavatrici finite male: Trattata come un oggetto

Lavatrici finite male: La polvere bianca

Lavatrici finite male: La principessa barbona

Lavatrici finite male. Criminal Machine

Lavatrici finite male: Anticalcari alla goccia

A tutti quelli che: «Da grande faccio il pubblicitario»

Insegno a Scienze della Comunicazione dal 2000. Da allora l’attrazione che il mondo pubblicitario esercita sui giovani che scelgono questi studi è pressocché invariata: «Prof, vorrei lavorare in pubblicità, cosa mi consiglia?». Da allora ripeto che la pubblicità non è affatto il paradiso di creatività e soldi a gogò che molti hanno in testa. E non lo è, oggi, da almeno quindici vent’anni. Niente da fare: il mito della «Milano da bere» (ma erano gli anni Ottanta!) è ancora quasi intatto.

Milano da bere

E allora, ragazzi (e meno ragazzi), leggetevi la lettera aperta che Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano, e Annamaria Testa hanno appena pubblicato. Parla di grandi agenzie italiane e multinazionali che vincono le gare stracciando i prezzi e il mercato, di precari sottopagati, stagisti non pagati e creatività azzerata da tempi e vincoli impossibili. Fra l’altro, purtroppo, in Italia questa storia non riguarda solo la pubblicità, ma molte altre professioni nel mondo dei servizi.

ADCI logo

E allora gridiamolo forte e chiaro. Ma soprattutto, facciamo assieme qualcosa per fermare questa deriva tutta italiana: professionisti, aziende, agenzie, associazioni, università, enti di formazione, istituzioni pubbliche. Ci vogliono strategie condivise, sennò non se ne esce. Ci tornerò dopo l’estate, che ora sono tutti più distratti, ma intanto ecco la lettera. Dal blog dell’ADCI (i grassetti sono miei):

Lettera aperta ai Grandi Manager della pubblicità italiana

«Cari colleghi, una domanda semplice semplice: come fanno le grandi agenzie, gran parte delle quali peraltro iscritte ad Assocomunicazione, a sopravvivere e pagare stipendi coi prezzi che stanno chiedendo ai clienti?

Eppure il Codice Deontologico di Assocomunicazione recita (art 7): La giusta remunerazione è l’elemento fondamentale che assicura la qualità dei servizi offerti e l’indispensabile professionalità. Il compenso è riconosciuto come l’elemento portante che regola i rapporti fra Associate e utenti. L’applicazione del giusto compenso e la difesa della sua integrità costituiscono principi fondamentali da ribadire a salvaguardia delle professionalità del settore.

C’è qualcosa che ci sfugge e, da imprenditori indipendenti della pubblicità, attenti sia alla qualità, sia alle condizioni di lavoro, sia ai conti, saremmo incantati di saperne di più.

Prendiamo, fra i moltissimi, un caso recente (Poste Italiane) che ha coinvolto diversi nomi noti. Ricordando che ci sono casi anche più imbarazzanti.

Nel caso di Poste Italiane si tratta di un incarico che dura tre anni, chiede – a detta del cliente – il coinvolgimento costante di più persone, e viene aggiudicato a circa 60.000 euro complessivi. Vuol dire 20.000 euro all’anno. Il costo, spese generali escluse, di un singolo stipendio regolare da apprendista: circa 1000 euro al mese.

C’è qualcosa che non torna. Facciamo qualche ipotesi:

1. su quel lavoro, per quel cliente, verrà impiegata una singola professionalità del valore di 1000 euro al mese, e senza un centesimo di guadagno per l’agenzia;

2. su quel lavoro verranno impiegate persone che guadagnano molto meno. Anzi: magari niente… ma quale professionista lavora gratis?

3. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, pagati però da più consistenti tariffe versate da altri clienti;

4. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, attualmente sottoutilizzati perché l’agenzia è alla frutta, ci sono più dipendenti che clienti ed è meglio lavorare sottocosto che tenere la gente a girarsi i pollici;

5. su quel lavoro si guadagnerà comunque, facendo la cresta, per esempio, sulle spese di produzione. O con qualche altro artificio poco trasparente;

6. non è vero che che il lavoro chiede molto impegno di molte persone: verrà fatto a costo zero nei ritagli di tempo, alla faccia del cliente e come capita capita;

7. su quel lavoro verranno persi un bel po’ di soldi… ma perché?

a. c’è il gusto di fregare la concorrenza col dumping, anche a rischio di farsi del male da soli;

b. le grandi agenzie sono ricchissime e di farsi pagare tutti i lavori non gli importa un fico;

c. le grandi agenzie italiane sono comunque per la stragrande maggioranza sedi periferiche di gruppi multinazionali, che fanno profitti in economie più vivaci. E agli headquarter di quel che, nel bene e nel male, succede in Italia interessa poco.

Dai, cari colleghi, illuminateci con qualche altro motivo comprensibile, e migliore.

Se ce ne sono, vuol dire che avete fatto l’invenzione del secolo: il lavoratore virtuale. Gli annunci autogenerati. Lo spot automatico. Il viral che si inventa da solo. Oppure avete robotizzato l’intera agenzia.

Sì, illuminateci: noi, che continuiamo come si faceva una volta a lavorare a lungo sui brief, a investire tempo per trovare idee efficaci, a formare e a pagare le persone, siamo ansiosi di sapere che futuro, scaturito da quale meravigliosa trovata, aspetta tutti noi e le imprese italiane che continuano, nonostante tutto e in questi tempi complicati, a fare affidamento sulla buona comunicazione pubblicitaria.» Annamaria Testa, Massimo Guastini

Lo spot BBC per le Olimpiadi 2012

Chiudo una settimana di abbondante fatica e scarso tempo, proponendo un altro spot della serie Olimpiadi. Stavolta è la BBC inglese a pubblicizzare la propria copertura dei giochi olimpici (grazie Annamaria per la segnalazione).

Spot BBC per Olimpiadi

E lo fa per comunicare l’idea di “Stadium UK”, uno stadio così imponente da concidere con tutto il Regno Unito. Interessante confrontare lo spot BBC con quello Rai commentato due giorni fa, per toccare con mano, se così si può dire, quant’è diversa l’autorappresentazione che i due paesi danno di sé negli spot ufficiali delle loro televisioni pubbliche: mentre l’Italia fa la calza, il Regno Unito giganteggia. Poveri noi.

27 modi per difendersi dai troll

Chi passa molto tempo in rete per lavoro o passione sa bene cos’è un troll e cosa vuol dire «trollare» o «fare trolling». Per chi non lo sapesse o avesse ancora dubbi in merito, c’è una voce di Wikipedia che non è male come punto di partenza:

Con il termine troll, nel gergo di Internet e in particolare delle comunità virtuali, si indica una persona che interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi. […]

Di norma l’obiettivo di un troll è far perdere la pazienza agli altri utenti, spingendoli a insultare e aggredire a loro volta (generando una flame war). Una tecnica comune del troll consiste nel prendere posizione in modo plateale, superficiale e arrogante su una questione vissuta come sensibile e già lungamente dibattuta degli altri membri della comunità (per esempio una religion war). In altri casi, il troll interviene in modo apparentemente insensato o volutamente ingenuo, con lo scopo di irridere quegli utenti che, non capendone gli obiettivi, si sforzano di rispondere a tono ingenerando ulteriore discussione e senza giungere ad alcuna conclusione concreta.

Un troll

Un difetto della voce di Wikipedia è che vede il troll come un soggetto consapevole e intenzionale, addirittura strategico. In realtà lo è solo in certi casi; al contrario molti troll (la maggior parte?) non sono affatto così coscienti come chi li subisce può essere tentato/a di immaginarli, ma trollano semplicemente perché un bel giorno hanno cominciato a farlo e hanno constatato che in questo modo riescono a ottenere attenzione e addirittura «diventare famosi» in una o più comunità.

Un’attenzione e una fama negativa – per quanto ristrette alla piccola comunità di un blog o a una manciata di profili Facebook – sono sempre meglio di niente, in un mondo sempre più ossessionato dai quindici minuti di celebrità di cui parlava Warhol. Specie se il troll è una persona isolata, frustrata e magari affetta da forme di sociopatia o altri disturbi psichici.

La consapevolezza insomma non è necessaria per essere un buon troll. Ma è fondamentale per controllare, saper trattare e difendersi dai troll. A questo proposito è utilissimo il vademecum in 12 punti (più diversi sotto-punti, fino a 27) pubblicato da Annamaria Testa la settimana scorsa.

Riporto qui i titoli:

  1. Zitto, testa di rapa!
  2. Ti ho beccato, figlio di puttana!
  3. Ma che c’entra?
  4. Ma che cavolo ti sei fumato?
  5. Tu non sai chi sono io
  6. Chi ti credi di essere
  7. Sarò la tua nemesi
  8. Ho ragione: l’ha detto lui
  9. Mo’ ti spiego
  10. Non mi basta (il trapano)
  11. Tu non mi fai parlare
  12. È tutto uno schifo

Puoi approfondire i singoli punti e sotto-punti qui: 27 modi per insultarsi con efficacia e sabotare le discussioni in rete. Tutti da studiare a menadito, applicare e praticare (anche con vere e proprie esercitazioni) per vivere al meglio la rete, arginando con consapevolezza il fenomeno del trolling senza perdere troppe energie mentali né troppo tempo.

Quattro chiacchiere su SpotPolitik con Eco e Testa

Domani alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano, alle ore 18:30, ho l’onore e il piacere di chiacchierare di SpotPolitik con Umberto Eco e Annamaria Testa. Clic per ingrandire:

SpotPolitik presentazione a Milano

Colgo l’occasione per raccogliere qui tutte le recensioni, segnalazioni e interviste che il libro ha ottenuto finora, su carta e on line, ringraziando ancora una volta chi mi ha dedicato tempo e attenzione.

Sulla carta (in ordine cronologico decrescente):

Il Mondo, 25 maggio 2012, Antonio Calabrò “Questa pazza, pazza politica”

La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 aprile 2012, Gino Dato “Dimmi come parli e ti dirò che politico sei”

Repubblica, 25 marzo 2012, Luca Sancini “Errori e orrori dei politici in tv”

Europa, 17 marzo 2012, Roberto Fagiolo “Perché la casta non sa comunicare”

Repubblica, 13 marzo 2012, Anais Ginori “Uomini che copiano le donne”

Repubblica, 3 marzo 2012, Giovanni Valentini “Quando le donne non fanno notizia”

Corriere della sera, 2 marzo 2012, Maria Antoniettà Calabrò “McLuhan aveva torto: nei discorsi dei politici serve più sostanza”

On line (in ordine cronologico decrescente):

Blog Adci (Art Directors Club Italiano), 6 giugno 2012, Massimo Guastini “Giovanna Cosenza ‘one of us'”

Server Donne, 28 maggio 2012, “SpotPolitik. Marzia Vaccari intervista Giovanna Cosenza” (video)

Nybramedia, 19 maggio 2012, Armando Adolgiso “Intervista su SpotPolitik”

Il corpo delle donne, 5 maggio 2012, Lorella Zanardo “Votate domani? Leggete SpotPolitik!”

Spinning Politics, 22 aprile 2012, Walter Di Martino “Oltre la SpotPolitik”

Tafter Cultura e Sviluppo, 17 aprile 1012, “Recensione a SpotPolitik”

Lipperatura, 30 marzo 2012, Loredana Lipperini “Ciao, casalinga leccese”

Il mestiere di scrivere, 26 marzo 2012, Luisa Carrada “SpotPolitik: se la conosci la eviti”

Nybramedia, 16 marzo 2012, Armando Adolgiso “Recensione a SpotPolitik”

Valigia Blu, 14 marzo 2012, Matteo Pascoletti “SpotPolitik. Perché la ‘casta’ non sa comunicare”

Nuovo e utile, 8 marzo 2012, Annamaria Testa “La destra, la sinistra, il web e una bella storia cominciata su NeU”

Nazione Indiana, 7 marzo 2012, Orsola Puecher “SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

Il Comizietto, 5 marzo 2012 “Recensione a SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

Inglese all’università: sogno o nightmare?

La settimana scorsa Annamaria Testa ha commentato su Nuovo e utile l’annuncio del rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone, per cui dal 2014 i corsi di laurea magistrale e di dottorato del Politecnico si terranno in inglese, e quello del ministro Profumo, per cui sarebbe auspicabile che gli atenei italiani più prestigiosi, almeno in alcuni settori, facessero altrettanto.

Rilancio qui l’articolo di Annamaria, che solleva molti interrogativi fondamentali. Premetto tuttavia che:

  1. Non condivido tutte le critiche che sono state mosse alla svolta del Politecnico, perché mi paiono motivate – non quella di Annamaria – dalla consueta resistenza conservatrice di un’Italia che stenta ad accettare il confronto internazionale: il mio sogno è insegnare e vivere in un ambiente multidisciplinare, multilingue e multietnico, ma mi scontro tutti i giorni con una realtà lontanissima da questo. Non vorrei mai che la pioggia di critiche che stanno arrivando al Politecnico frenasse un tentativo, pur imperfetto, in questa direzione.
  2. Proprio in questo periodo sto tenendo, al master Marketing, Communication and New Media di Alma Graduate School, per la mia prima volta un corso tutto in inglese di 40 ore (Strategic Positioning and Online/offline Reputation) a una classe mista di italiani e giovani da tutto il mondo: conosco bene, dunque, le difficoltà di questa situazione, sia mie sia degli studenti, che tuttavia, data la materia già molto internazionalizzata, riguardano non tanto i contenuti quanto la costruzione delle relazioni, certo facilitate quando si può usare la propria lingua madre per scherzare, fare ironia, gestire le emozioni proprie e altrui. Ebbene, ci stiamo sforzando tutti (io per prima) di superarle e vedremo come andrà. L’anno prossimo certo andrà meglio.

Detto questo, la parola ad Annamaria:

«Il rettore del Politecnico di Milano vuole rendere obbligatorio l’insegnamento in inglese per tutti i corsi di tutte le lauree specialistiche. Il progetto suscita diverse perplessità. Ecco quanto ne scrive il linguista Raffaele Simone. Qui il parere dello scrittore Sebastiano Vassalli. Qui, invece, l’opinione di Carlo Palermo, preside della Scuola di Architettura e Società del medesimo Politecnico. L’Accademia della Crusca sta raccogliendo diversi contributi sull’argomento e ha chiesto anche il mio. Pubblico in anteprima su NeU il testo che ho appena inviato.
——

Make your English clear

Ho letto, e poi riletto diverse volte quanto scrive Giovanni Azzone nel suo intervento sul Corriere della Sera dell’11 marzo. Se ho ben capito, l’introduzione dell’inglese al Politecnico di Milano come lingua esclusiva e obbligatoria per l’intera formazione specialistica servirebbe: (a) a far sì che gli studenti italiani imparino a interagire in un ambiente globale, preparandosi a svolgere un ruolo attivo nella società; (b) a formarlo, l’ambiente globale, attirando docenti e studenti stranieri; (c) a far sì che, nei confronti degli stranieri, il nostro paese possa manifestare tutta la sua capacità di attrazione culturale e di lifestyle; (d) a trattenere qui gli studenti italiani più aperti al mondo, i quali altrimenti andrebbero a formarsi altrove.

Immagino che l’obiettivo maggiore di ogni corso di laurea sia offrire la miglior formazione possibile, nel modo più efficace possibile. Perché il perseguire obiettivi ulteriori (l’inglese, l’ambiente globale, e così via) non vada a detrimento del primo, credo che si debba verificare l’esistenza di alcune condizioni di base. Per esempio.
– Tutti i docenti italiani parlano perfettamente inglese.
– Tutti i docenti stranieri non di madrelingua inglese si sentono più a loro agio con l’inglese che, magari, con il francese o lo spagnolo.
– Tutti gli studenti italiani capiscono perfettamente l’inglese.
– Non c’è nessuna differenza di qualità, per quanto riguarda i docenti italiani, tra le lezioni tenute in italiano e quelle tenute in inglese.
– Non c’è un significativo aumento di difficoltà per nessuno studente.
– Tutti i testi necessari per ogni corso sono disponibili in inglese.
– In ogni aula c’è un buon numero di studenti stranieri anglofoni, o non anglofoni ma la cui seconda lingua è l’inglese (e non, magari, lo spagnolo o il francese. O perfino l’italiano).

In assenza di queste condizioni di base il sogno di un’università cosmopolita rischia di trasformarsi in un nightmare di lezioni semplificate, liste a punti in powerpoint lette con pessimo accento, perifrasi tanto spericolate quanto vaghe, studenti che non capiscono o fraintendono, gruppi di italiani che si parlano tra loro in inglese maccheronico, docenti italiani il cui inglese imperfetto viene scambiato per imperfetta competenza della materia,  anglofoni che si mettono le mani nei capelli perché gli sembra di non capire la loro stessa lingua, appunti che non trovano corrispondenza nei libri di testo, risultati d’esame malamente influenzati dalle disuguali competenze linguistiche vuoi dei docenti, vuoi degli studenti, idee sfuocate e buchi cognitivi: primo fra tutti la perdita dei termini italiani tecnico-scientifici che possono essere necessari poi per farsi capire qui, da noi, nel mondo del lavoro, sia agli italiani, sia agli stranieri che volessero fermarsi in Italia.

Non sarebbe più semplice, e più sicuro, potenziare gli insegnamenti in inglese senza rendere obbligatoria l’adozione dell’inglese per tutti, per tutto, a qualsiasi costo e a prescindere, consentendo anche insegnamenti in italiano o in altre lingue di ampia diffusione?
Procedere gradualmente non aiuterebbe a testare la fattibilità del progetto su ciascun singolo insegnamento, a sperimentare nuove formule, magari a verificare – sarebbe interessante farlo – quali dinamiche cognitive vengono attivate, e come, nell’apprendimento di materie complesse in un’altra lingua, e poi a individuare strumenti che possano aiutare chi, con l’altra lingua, ha qualche difficoltà?

Sul tema dell’inglese obbligatorio vorrei anche porre alcuni quesiti di carattere più generale:
– perché in un’università sì globale e cosmopolita, ma italiana, né l’italiano né nessuna lingua oltre all’inglese può avere diritto di cittadinanza?
– perché si considera prioritaria una formazione in inglese rispetto alla miglior formazione possibile, in qualsiasi lingua sia (e meglio se in più di una)?
– perché si ritiene che uno studente straniero sia per forza più attratto da una laurea specialistica in Italia tutta e solo in inglese? E non, per esempio, dalla scelta più ampia tra il frequentare corsi in inglese e corsi in altre lingue, italiano compreso?
– che c’entrano l’attrattività dell’Italia e dello stile di vita italiano con la scelta di una singola università di parlare d’obbligo solo inglese? Studenti stranieri che hanno studiato in Italia, e anche imparato un po’ di italiano, non potrebbero essere ottimi ambasciatori dell’Italia nei paesi d’origine, e nel mondo?
– perché un bravo laureato italiano che vuole restare in Italia dovrebbe trovarsi orfano dei termini e delle categorie necessarie a ragionare anche nella sua lingua madre delle materie di cui più dovrebbe essere competente?
– perché uno studente davvero aperto al mondo e desideroso di andare a confrontarsi con la cultura, i ritmi, la vita e le opportunità di un paese straniero dovrebbe cambiare idea solo in seguito all’offerta di un insegnamento inglese in Italia?
– e perché mai, se si vuole sul serio integrare l’apprendimento dell’inglese nell’offerta educativa nazionale, si comincia dal fondo, dagli insegnamenti più complessi, da un’età in cui imparare bene una lingua straniera tanto da usarla correntemente è comunque meno naturale, invece che dalla scuola primaria?

Infine: ogni lingua ha in sé processi mentali, storia, cultura, memoria, visioni peculiari.
Molti studiosi, e tra questi Teresa Amabile della Harvard Business School, ci dicono che la creatività, intesa come capacità di progettare qualcosa di nuovo che sia socialmente utile, cresce con la varietà delle esperienze e dei punti di vista.
Gruppi creativi risultano tanto più fertili quanto più la loro composizione è varia per sesso, età, genere, etnia, provenienza e cultura dei partecipanti e quanto più vengono esposti simultaneamente a stimoli culturali diversi.
Non può darsi che il riconosciuto valore degli italiani, quando vanno all’estero, derivi sia da una preparazione in genere eccellente, sia da uno stile di pensiero italiano che andrebbe se mai, insieme alla lingua, preservato e valorizzato?

Certo: oggi saper pensare e lavorare in inglese è indispensabile. Ma anche saper pensare e lavorare in italiano, per un nativo, lo è. Una competenza non può e non deve escludere l’altra. È una questione di radici, di maggior ricchezza di risorse cognitive e, perché no?, di orgoglio e di identità.

L’immagine di sopra si intitola Sheep, Ship, Chip ed è tratta da Adsoftheworld