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La campagna “Ferma il bullismo” del Telefono Azzurro

Ferma il bullismo - Telefono Azzurro

Mi stimola diversi dubbi e domande l’ultimo spot del Telefono Azzurro “Ferma il bullismo”, firmato dall’agenzia Armando Testa. Mi chiedo infatti: a chi si rivolge? A chi permette di identificarsi? Di chi vuole suscitare il coinvolgimento empatico? Certo non si rivolge ai preadolescenti e adolescenti, che sono vittime potenziali di bullismo: è assai improbabile, infatti, che un/a ragazzino/a possa identificarsi nel tizio occhialuto e mesto che lo spot presenta come protagonista. Ancor più improbabile che possa provare empatia nei suoi confronti. Quel tizio potrebbe essere Continua a leggere

Carne Montana: un altro esempio di nostalgia

Carne Montana Gringo
Dicevo ieri della nostalgia: una leva particolarmente efficace nei momenti di crisi, come ha ben capito Berlusconi. Un altro esempio viene, in questi giorni, dallo spot della carne in scatola Montana, che ha ripreso il buon vecchio Gringo per pubblicizzare un «nuovo» (?) prodotto proveniente «al 100% da allevamenti italiani». All’inizio pensavo che un pizzico di novità ci fosse nell’ironia, ma poi Continua a leggere

Lo spot Alfa Romeo Giulietta: come si aggira l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria

Nel settembre 2011 esce questo spot Alfa Romeo Gulietta, realizzato dall’agenzia Armando Testa:

Lo spot viene da molti denunciato allo Iap per violazione dell’articolo 10 del Codice di autodisciplina, secondo il quale la pubblicità «deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione».

Il 25 ottobre 2011 lo Iap ordina la cessazione della campagna perché «non conforme all’art. 10 del Codice di autodisciplina». Questi i motivi espressi nella sintesi della pronuncia 114/2011:

«Il Giurì ha ritenuto che il telecomunicato ricerchi ed ottenga senza alcun dubbio una identificazione emotiva tra il modello di auto pubblicizzato e una figura femminile fortemente subalterna rispetto al “maschio”: una “femmina” che chiede di essere provata, e poi eventualmente lasciata o tenuta. L’utilizzo di 7 modelle diverse nella costruzione narrativa, ad avviso del Giurì, enfatizza questo elemento stereotipico, negando la persona femminile attraverso la moltiplicazione dei corpi femminili. L’affermazione finale del telecomunicato “Io sono Giulietta, prima di parlare di me provami”, pronunciata dall’ennesima figura femminile accosciata sul cofano dell’auto rappresenta, secondo il Giurì, la chiusura di un crescendo in cui la voce-auto chiede all’interlocutore maschile di essere provata, sperimentata, accarezzata, scossa, innestando una evidente ambiguità di piani che il Giurì considera inaccettabile. Lo sguardo maschile ad avviso dell’organo giudicante aleggia sull’intero spot, comparendo in un unico frame, in cui una delle modelle propone una gestualità che abbozza in modo fuggevole una posizione erotica esplicita, corredata dall’affermazione “venerami”, che osserva il Giurì in questo caso appare capovolgere il senso del messaggio: è il maschio che chiede di essere venerato, ottenendo peraltro il risultato desiderato. L’appello appassionato, incalzante, in un crescendo provocatorio che non ammette repliche, imbastito utilizzando una voce femminile che utilizza i toni espliciti della seduzione erotica ha secondo il Giurì come unico protagonista il maschio che ascolta e desidera una figura femminile, che altro non chiede che essere “provata”.»

Passano un paio di mesi e la campagna risorge, in parte modificata.  Non ci sono più tutte le allusioni sessuali di prima, non c’è più la moltiplicazione di corpi, e così via. Ma lo spot è davvero più rispettoso della dignità della donna? Certo, viene da dire: tutto è relativo. Però… E qui mi taccio. A te la palla.

«Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale?

Da un mese le citta italiane sono invase dal 6×3 della Nuova Lancia Ypsilon 5 porte. A sinistra il testimonial Vincent Cassel, sguardo verso l’alto, bocca semiaperta, maniche rimboccate (come il Pd!), una mano nell’altra come se non sapesse dove metterle: sembra stupito, o forse imbarazzato. A destra una Ypsilon bianca, come ora va di moda, e la headline «Il lusso è un diritto» (grazie a Paolo Iabichino per la foto, clic per ingrandire):

Il lusso è un diritto

Nello spot lo stesso Cassel si sdoppia, chiedendosi cos’è il lusso. Il Cassel cattivo dice: «Feste, gioelli, ville, vivere negli eccessi, ancora di più»; l’altro, il buono, si domanda: «Cos’è il successo? È ciò che possiedi? L’ostentazione è morta. Allora cos’è il lusso? il piacere che ti dà una cosa? o il fatto di possederla?»; e il cattivo: «È puntare al massimo, è volere sempre di più, non essere soddisfatti. Mai. È avidità»; il buono: «Tu non sai di cosa parli. A volte il vero lusso sta nelle cose più semplici»; il cattivo: «Sei solo un sognatore»; infine il buono: «A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo: il lusso è un diritto». E appare la Nuova Ypsilon.

La campagna è dell’agenzia Armando Testa (nessuna parentela con Annamaria Testa, diciamolo una volta per tutte) e ha già fatto discutere, in rete e fuori. Basterebbe questo a dire che ha avuto successo: è il celebre «parlino bene o male, purché parlino», che ormai tutti – pubblicitari e consumatori che hanno imparato la lezione – usano per giustificare anche il peggio della pubblicità: campagne sciocche, volgari, o semplicemente senza senso (tanto, starà ai consumatori scervellarsi per trovarglielo).

A me non piace. Trovo fuori luogo una campagna che grida «Il lusso è un diritto» mentre la crisi economica colpisce i paesi in cui si vende la Ypsilon («Luxury is a right» è la versione inglese).

La trovo insultante per chi non arriva a fine mese. Ma prende in giro anche le poveracce (il target della Ypsilon è soprattutto femminile) che, non potendo accedere al lusso vero, credono di trovarlo in un’utilitaria con l’aria chic.

Eppure, nessuno si ribella contro questi cartelloni, nessuna li strappa indignata né gli lancia pomodori contro, nessuno li prende a simbolo di una società da combattere. Anzi, molti commenti in rete dicono: «Cosa c’è da scandalizzarsi? Vincent Cassel è un figo e la campagna mi fa riflettere (sic!) sul concetto di lusso. Ha ragione lui: il lusso sta nelle piccole cose».

Il che dimostra un fatto fondamentale: crisi o non crisi, non siamo ancora abbastanza poveri.