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#apply194

Ieri la Corte costituzionale ha dichiarato «manifestamente inammissibile» la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge n. 194 sull’aborto, sollevata dal giudice tutelare del Tribunale di Spoleto. Una nuova conferma per la norma che dal 1978 in Italia permette e disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza.

#save194 a Bologna

Bene, ma non è finita. Per ragioni che spiega Loredana Lipperini:

È accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove lo hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.

Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.

Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.

Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.

Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.

Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).

Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.

Occorre difenderla e rilanciare:

  • con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione;
  • con il rafforzamento dei consultori;
  • con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo;
  • con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486;
  • con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.

Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.

Postato in contemporanea da Blogger Unite(D): Associazione Pulitzer, Loredana Lipperini, Marina Terragni, Giorgia Vezzoli. Se vuoi, condividi il post anche tu.

Sanremo, le donne e la rete: un bilancio mesto

Che quest’anno la rappresentazione delle donne a Sanremo dovesse essere più avvilente del solito era chiaro ancor prima che il festival cominciasse: la scenetta di Morandi e Papaleo allupati attorno alla poco più che maggiorenne Ivana Mrazova, andata in onda il 25 gennaio nel promo del Tg1, parlava già chiaro.

Per questo era nata subito una mobilitazione in rete, stimolata da Lorella Zanardo e Giorgia Vezzoli e ripresa da diversi blog, fra cui il mio; l’Associazione Pulitzer aveva lanciato un appello alla direttrice della Rai Lorenza Lei; e il blog Un altro genere di comunicazione aveva organizzato un mailbombing.

Tardivamente, e cioè solo sabato 18 febbraio, anche il blog del Corriere La 27sima Ora ha pubblicato una lettera aperta a Gianni Morandi «Ma sulle donne cambiate copione», ripresa da Giorgia Vezzoli e altre.

Risultati? Una flebile dichiarazione iniziale, da parte della Rai, sul fatto che il servizio del Tg1 fosse «solo un gioco». Poi la consegna delle firme raccolte dall’Associazione Pulitzer a un’addetta stampa Rai (non a Lorenza Lei in persona, perché «troppo impegnata»). Infine una magra risposta di Morandi alla lettera aperta de La 27sima Ora, pubblicata ieri in un trafiletto sul Corriere:

«Non è vero che le donne hanno avuto un ruolo di sola vetrina in questo festival. Sono venute Federica Pellegrini, Geppy Cucciari, Sabrina Ferilli. Tre donne nei primi tre posti, per me era un festival al femminile».

Insomma diciamocelo senza mezzi termini: stavolta la mobilitazione ha fatto flop. E perché ha fatto flop? La mia diagnosi si riassume in due punti.

Innanzi tutto, dopo le dimissioni di Berlusconi e l’insediamento del governo Monti, si è diffusa l’impressione che le priorità siano altre. Cosa ti stai a preoccupare dell’immagine femminile a Sanremo? C’è «ben altro».

In secondo luogo, nonostante si parli tanto di rete, le varie associazioni, i blog, le testate giornalistiche stentano a fare davvero rete su questi temi. La tendenza è frammentarsi, dividersi, magari pure litigare. O non prendersi nemmeno in considerazione reciproca. Mi stupisce e mi dispiace, per esempio, che la lettera aperta de La 27sima Ora sia arrivata così tardi, e non abbia fatto nessuna menzione delle iniziative che l’avevano preceduta. Brutto segno. E Se Non Ora Quando? Perché non hanno sostenuto l’iniziativa dell’Associazione Pulitzer oltre al semplice mettere il logo in testa all’appello? Con la potenza di fuoco mediatico che hanno, se avessero lavorato in modo che qualche nome noto e visibile facesse qualche dichiarazione su stampa e televisione, sicuramente l’Associazione avrebbe raccolto molte più firme delle 3.792 che oggi il contatore mostra.

Non a caso, poi, a Sanremo, le cose non sono andate meglio che nel servizio del Tg1. Alla faccia della vittoria finale «tutta femminile», come si dice. Un fermo immagine vale per tutti: Morandi che piazza la manona sul seno di Ivana Mrazova, per sistemarle (?) il microfono. In quel momento mi sono vergognata quattro volte: per lui e il suo compare, per la ragazza, per la Rai. E per me stessa, che nel 2012 sono ancora costretta a parlare di queste cose.

Morandi sistema il microfono di Ivana Mrazova

Sul dopo Sanremo vedi anche il post di oggi su Lipperatura, che segnala fra l’altro un appello di Marina Terragni, affinché in rete… si faccia più rete.

Appello alla direttrice generale della Rai contro il servizio del Tg1 «La donna dell’Ariston»

Il 25 gennaio 2012 va in onda sul Tg1 un servizio su Sanremo 2012. Titolo: «La donna dell’Ariston». Protagonisti: Gianni Morandi, 68 anni, cantante e presentatore del festival; Rocco Papaleo, 53 anni, comico e attore; Ivana Maratzova, 20 anni, valletta o, come dice Lorella Zanardo, «grechina», ovvero giovane e bella ragazza con funzioni quasi esclusivamente decorative.

Commento il servizio con le parole che Lorella Zanardo ha usato ieri sul suo blog:

«Non credo ci sia bisogno di analizzare: i peggiori stereotipi sono stati applicati come da manuale:

  1. L’anziano presentatore, quasi nonno per Ivana, prima invita la telecamera a riprenderle il corpo, poi le sposta la giacca per mostrare meglio il seno al pubblico a casa.
  2. L’altro presentatore, quasi padre per Ivana, la guarda con occhio da seduttore, direi inquietante; le chiede un bacio come si fa, purtroppo, anche con le bambine. Entrambi la trattano da deficiente, umiliandola, oggettivizzandola.
  3. La ragazza è straniera, non capisce la lingua e viene trattata come se avesse 2 anni.

Ricordiamo che non ci interessa giudicare le persone ma la RAPPRESENTAZIONE e gli effetti di questa sulle/sugli spettatrici.

Vengono infrante le regole che dovrebbero governare i rapporti intergenerazionali, la stessa modalità che adotta «Striscia la Notizia» da anni: la generazione degli adulti maschi italiani viene rappresentata come non volesse crescere, incapace di rapportarsi in maniera adulta con ragazzine di quasi 50 anni piu giovani.

Ricordiamo che la tv in Italia è il più diffuso e potente mezzo di informazione e intrattenimento e che il Festival di Sanremo viene visto da un quinto di italiani e italiane: potrebbe essere una grande occasione per proporre giovani donne realmente rappresentative delle ragazze italiane. Nessun moralismo: che siano pure carine, che circoli pure seduzione! Qui però assistiamo all’ennesima rappresentazione vecchio/arrapato-giovane/oggetto.

In questo modo si contribuisce a disgregare la coesione sociale e il patto tra generazioni: bisogna smettere di pensare che il rapporto tra una ventenne e un settantenne possa essere solo orizzontale. Le ragazze e i ragazzi sentono la mancanza di una figura simbolica adulta portatrice di valori positivi che sia di ispirazione per la loro vita. Nessuno vieta la galanteria e la seduzione: qui però il rapporto è impari e la ragazza viene presentata in una situazione di inferiorità, spogliata, senza conoscere la lingua, molto più giovane; una situazione che la pone in una posizione di sudditanza, da cui è obbiettivamente difficile uscire.»

Sul servizio del Tg1 dice Giorgia Vezzoli:

«Dopo tutto il dibattito sull’immagine della donna in tv che ha interessato l’Italia negli ultimi tre anni, dopo la sensibilizzazione e l’invio massiccio di segnalazioni allo IAP di pubblicità sessiste, dopo l’appello Donne e Media e i suoi sviluppi, dopo le raccomandazioni dell’ONU all’Italia in tema di rappresentazione della donna sui media e stereotipi di genere. Dopo l’incontro e la lettera alla commissione di vigilianza RAI di Lorella Zanardo, dopo l’incontro nella sede RAI di Milano di Donne in quota sulla rappresentazione delle donne nel servizio pubblico televisivo e la conseguente lettera inviata alla RAI, dopo il discorso di Napolitano sull’immagine della donna in occasione dello scorso 8 marzo…
Dopo tutto questo, fa male dover assistere, ancora, a servizi tv di questo tenore trasmessi dal servizio pubblico radiotelevisivo.»

Che fare dunque? Qualcosa, se si è in molti a protestare, si può ottenere: la rete in queste cose è potente. Firma anche tu QUI l’appello lanciato dall’Associazione Pulitzer alla direttrice generale della Rai Lorenza Lei. E partecipa al mailbombing organizzato da Un altro genere di comunicazione.


Il primo appello italiano per Ai Weiwei: firma anche tu

Il mio post del 20 aprile Perché l’Italia non si mobilita per Ai Weiwei? e l’articolo di Sara Giannini da cui avevo preso spunto hanno indotto l’Associazione Pulitzer a organizzare il primo appello italiano per ottenere informazioni sui motivi dell’arresto di Ai Weiwei e sulle sue condizioni condizioni psicofisiche, e per chiedere la sua liberazione.

L’appello è rivolto innanzi tutto al Presidente della Repubblica italiana. Puoi leggerlo e, se sei d’accordo, firmarlo QUI.

Oggi pomeriggio il mio pezzo e l’appello dell’Associazione Pulitzer sono stati ripresi anche da Nazione Indiana, grazie a Orsola Puecher.

Sono curiosa di vedere che ne sarà di questo appello. Sui media e nella rete italiana. Ma soprattutto nel mondo là fuori.