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Perché il duetto Boldrini-Grasso a Ballarò non ha funzionato

Boldrini e Grasso a Ballarò

Premetto che quanto sto per dire non implica nessuna valutazione, né politica né personale, su Laura Boldrini e Piero Grasso. E non è nemmeno in questione il come e perché sono stati eletti, ora, presidenti della Camera e del Senato. Mi limito a elencare solo alcuni motivi di base per cui la comparsata di ieri a Ballarò è stata a tal punto poco convincente che potrei definirla addirittura un danno d’immagine per loro e per le cariche che ricoprono: Continua a leggere

Ancora sui doppi sensi e Marcorè

Come promesso, riprendo il tema. La parte del mio post che ieri ha destato più polemiche (e fraintendimenti) è stata la critica alla battuta di Neri Marcorè. Contro Berlusconi, per un certo tipo di lettori antiberlusconiani di défault, giocavo facile. Contro Marcorè, spesso amato da quegli stessi lettori, era un azzardo: come mescolare la lana con la seta, il diavolo con l’acqua santa.
Dunque si sono animati, perdendo lucidità. Premetto che anche a me Marcorè piace spesso, e pure molto. Ma ugualmente penso che l’uscita a Ballarò sia stata infelice (sbagliamo tutti, sbaglia anche lui, no?). Continua a leggere

I doppi sensi sulle donne, da Berlusconi a Marcorè

Siamo alle solite, con le bassezze rivolte alle donne: da un lato Berlusconi che, a Mirano, insiste con compiacimento nel mettere in imbarazzo una dipendente dell’azienda XY («Lei viene? Ma quante volte viene?»); dall’altro Marcorè che, a Ballarò in sostituzione di Crozza, imita Gasparri che si rivolge a Mara Carfagna con: «Fortuna che c’è aaa nostra Carfagna elettorale che… qualcosa tira sempre su».

Mara Carfagna a Ballarò

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Le caste e il pensiero-mafia sono sempre quelli degli altri

La settimana scorsa Maurizio Crozza ha fatto due monologhi sul pensiero-mafia e le caste, il primo a «Ballarò», martedì 13 dicembre, il secondo a «Italialand», venerdì 16.

Il pensiero-mafia è quello che c’è «quando siamo in chiusura, quando ci chiudiamo: “Fate quel che volete ma non toccate i miei interessi”». Ovviamente Crozza critica il fallimento del governo Monti (almeno per ora, perché a sentire Passera «non è finita») sulle liberalizzazioni di farmacie e tassisti.

La gag di Crozza è di quelle acchiappapopolo, perfetta cioè per suscitare facile consenso e applausi. Tranne che, ovviamente, da parte delle caste interessate. Che Crozza elenca: «I notai, i giornalisti, i tassisti, i medici, i baroni universitari, i commercianti, i politici, gli avvocati, i giudici».

Vero: il corporativismo è uno dei mali peggiori della società italiana e ne abbiamo discusso diverse volte (vedi per esempio Vu cumprà, dentisti e donne: razzismo, sessismo o corporativismo?).

Vorrei ora focalizzare questo aspetto: è tipico delle caste pensare che le caste siano sempre e solo quelle degli altri, mai il gruppo cui si appartiene: «Gli altri sono chiusi, intoccabili e privilegiati. Noi no, noi. No».

Ci è caduto anche Crozza, ah, se ci è caduto. Perché a un certo punto, nel monologo di venerdì 16 a Italialand, dice:

«Facciamo una casta per comici? Dài, facciamola. Ma non si può, no che non si può. Perché se domani mattina arriva un giovane qua, che fa ridere più di me, fa un provino a La7, fa ridere e mi tolgono dai coglioni, io me ne vado. Io lo guardo e rido. Mi girano un po’ i coglioni anche a me, è chiaro, però lo guardo e rido. È bello che tutti possano fare tutto. Tutti devono fare tutto. Se un giovane viene qui a fare il comico ed è bravo, fallo, basta, me ne vado via, c’ho 52 anni, sono vecchio. Va benissimo. Però se un giovane vuol fare il tassista non può, perché deve spendere 100-150 milioni di licenza».

Eh, no caro Crozza, magari andasse come dici: in Italia il mondo dello spettacolo è una delle caste più chiuse che ci siano. Forse la favola che racconti andava così ai tempi di Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi e compagni. Ma abbiamo ormai due generazioni di attori, comici, registi, sceneggiatori che sono «figli di» e «parenti di». Un giovane sconosciuto fa il provino a La 7 e tu te ne vai a casa? Non so, nutro forti dubbi.

Morale della favola: fa parte del pensiero-mafia delle caste pensare che il pensiero-mafia sia sempre e solo quello degli altri. E pensarlo anche in buona fede, a volte, non solo in cattiva.

La moda di usare lo smartphone e il tablet mentre gli altri parlano è arrivata in politica. Ma è solo maleducazione

Conosciamo tutti la situazione di Tizio che parla mentre Caio butta continuamente l’occhio verso il tavolo, dove giace il suo smartphone. Finché: «Scusa, mando solo un messaggio». Ma non è finita, perché dopo qualche secondo l’occhio è ancora lì. Anche se l’aggeggino è silenziato, anche se Caio non scrive più nulla, l’occhio irrefrenabilmente ci torna.

Ma questo è già un caso fortunato, perché Caio chiede scusa e tutto sommato si trattiene dal ripetere il gesto. Va peggio se, mentre Tizio parla, Caio scrive sullo smartphone o sul tablet senza nemmeno scusarsi. Finché di colpo: «Dicevi, scusa?». E va ancora peggio se, mentre Caio si dedica alla tavoletta, assume pure quel tipico sorriso ebete che implica: «In rete sì, che accadono cose divertenti, mica qui». Inutile farla lunga, per definire questa pratica io conosco una sola parola: maleducazione.

Cambio di scena: dalla vita quotidiana alla politica mediatizzata.

«Ballarò», martedì 29 novembre. Angelino Alfano prende a conversare con i suoi fan di Facebook mentre Rosy Bindi parla. Il gesto è importante, perché indica chiaramente la nuova immagine che Alfano sta costruendo per il Pdl: giovane, dinamico e dedito ai social media. La regia di Ballarò infatti lo acchappa al volo, distogliendo l’attenzione (come ha fatto Alfano) dalla Bindi per tuffarsi sul tablet che lui sta consultando. E per una settimana i media non faranno che parlare del tablet di Alfano.

«In onda», sabato 3 dicembre 2011. Ospiti in studio: Concita De Gregorio (giornalista di Repubblica), Giovanni Favia (Movimento 5 Stelle) e Maurizio Gasparri (Pdl). Appena la trasmissione comincia, è subito chiaro cosa ci aspetta: sul tavolo ci sono ben due tablet – uno di Nicola Porro, l’altro di Gasparri – e uno smartphone, in mano a Favia.

In onda 3 dicembre 2011, panoramica iniziale

Infatti per tutta la trasmissione la camera passa di continuo dal volto di chi sta parlando a quello di Porro, Favia o Gasparri che, invece di ascoltare o, nella migliore delle ipotesi, ascoltando solo con un pezzo di cervello, si dedicano a qualche attività in rete. O passa dal volto di chi parla alle mani di chi scrive sul tablet (Porro e Gasparri) o sullo smartphone (Favia).

In Onda, Porro che consulta il tablet

In onda, Gasparri che scrive sul tablet

A meno di una settimana dal gesto di Alfano, il politico che tocca lo smartphone o il tablet significa: (1) «Io sì, che sono gggiovane e social-mediatico», (2) «Io sì, che dialogo direttamente coi cittadini», (3) «Se vieni a trovarmi su Facebook (o Twitter), trovi me, mica uno del mio staff». Wow.

E il conduttore televisivo che tocca lo smartphone o il tablet significa: «Io sì, che conduco una trasmissione innovativa, perché interagisco coi telespettatori usando i social media». Infatti, alla fine della puntata, Porro rivolge agli ospiti un paio di domande che gli «sono arrivate da Facebook». Evviva.

Ma l’ostentazione dell’attività in rete significa anche, per tutti: «Non mi interessa quello che accade qua dentro, né ciò che dice chi mi sta di fronte: preferisco il rapporto coi miei fan (amici, follower) in rete». E questo implica, se chi parla è un avversario politico o qualcuno/a che in quel momento esprime idee diverse, svalutare il dialogo con lui/lei.

Insomma, se nella vita quotidiana tutto ciò è maleducazione, in politica stiamo assistendo all’ennesima celebrazione televisiva della maleducazione, intesa come mancanza di rispetto per l’altro/a, negazione della sua presenza e rilevanza per noi.

Che non è molto diverso dall’interrompersi, urlare o ricoprirsi d’insulti, anche se appare più «sobrio», come si dice ora, e silenzioso.

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PS: mi segnala Dino Amenduni che la settimana scorsa sul Fatto era uscito un pezzo di Federico Mello (che non avevo letto), che parlando di Alfano sosteneva una posizione analoga alla mia: iPad, lo specchio di Alfano.

I rischi della (non) comunicazione di Mario Monti

Da quando Monti è Presidente del consiglio sono in molti a elogiare la sobrietà del suo stile di comunicazione: discorsi asciutti, nessuna concessione ai giornalisti, un tocco di ironia ogni tanto. Proprio quello che ci voleva per abbassare finalmente i toni, dopo anni di dichiarazioni sopra le righe, turpiloquio, gestacci e promesse vacue. Giusto.

Chi in questi anni si è fatto l’idea che la comunicazione politica coincida con le peggiori scene a cui i partiti ci hanno abituati non può che rallegrarsi, concludendo che Monti, per fortuna, non fa comunicazione: lavora duro, non ha tempo da perdere con i media e va dritto al sodo.

Allora ripeto una cosa che ho già detto altre volte: fare comunicazione politica non è quella robaccia, ma vuol dire entrare in relazione con i cittadini. E farlo tramite i media, vecchi o nuovi che siano.

Ora, per quanto il governo Monti si dica «tecnico», è inevitabilmente (e ovviamente) politico, almeno per tutte le ragioni che ha spiegato Ilvo Diamanti su Repubblica. Come tale, non potrà sottrarsi al gioco della comunicazione per più di qualche giorno ancora, a maggior ragione perché non è stato scelto dai cittadini, ma è nato in un momento di emergenza e dovrà prendere provvedimenti anche impopolari.

Per ora i sondaggi dicono che alla maggioranza degli italiani – oltre che ai partiti – questo governo «piace», come ribadiva Nando Pagnoncelli martedì sera a Ballarò:

Le piace il governo Monti?

Ma se Ipsos chiede allo stesso campione di valutare con qualche aggettivo in più i ministri del governo Monti, scopriamo che già adesso, a bocce ferme, solo il 42% si esprime nettamente a favore, dicendo che sono «competenti e affidabili». Un complessivo 43%, invece, esprime qualche perplessità:

I ministri del governo Monti sono...

Insomma, Monti prima o poi dovrà fare i conti con qualche suo problemino di comunicazione. Quale?

Be’, il public speaking non sembra finora il suo forte: sguardo basso, postura rigida, voce monotona e tendenzialmente inespressiva. Un insieme che lo rende freddo: pare non solo privo di emozioni, ma incapace di suscitarle. È ciò che ha colto immediatamente Maurizio Crozza, con il suo «Monti Robot».

Spero che il Presidente del consiglio se ne renda conto in fretta e faccia di tutto per scaldare la sua comunicazione quel tanto che basti. Non si può infatti rendere più sopportabile nessun sacrificio se non si fa leva su nessuna emozione, né propria né altrui. Né ci si può far perdonare eventuali errori. O forse pensiamo che Monti non sbaglierà mai?

Il «Monti Robot» di Maurizio Crozza:

Un brano del discorso di Monti per la fiducia al Senato il 17 novembre:

«Il Pd che sogna» Renzi sembra una parodia di Veltroni

Ieri Matteo Renzi ha mandato una newsletter e pubblicato sul suo sito un testo per spiegare l’evento del Big Bang, che si terrà da domani a domenica, alla Stazione Leopolda a Firenze. Le analogie con la retorica di Walter Veltroni (e meno male che voleva «rottamarlo») sono talmente forti, che il testo sembra quasi la parodia di un discorso di Veltroni: una lista onnicomprensiva che mette assieme i desideri più svariati, annullando i contrasti e le contraddizioni a colpi di congiunzioni coordinanti («ma», «e non», il celebre «ma anche») e zuccherando tutto con la retorica della bellezza e l’insistenza sul sorriso e l’ottimismo.

Mattero Renzi Walter Veltroni

Della somiglianza fra Veltroni e Renzi si è già accorto Maurizio Crozza, che martedì 18 ottobre a «Ballarò» ha inscenato questo dialogo con lui:

  • «Renzi, ma lo sa chi è stato l’ultimo ad aver usato una canzone di Jovanotti?»
  • Renzi lo guarda perplesso.
  • «Veltroni.»
  • Risate del pubblico.
  • «Renzi, sicuro di voler usare il titolo di una canzone di Jovanotti per il raduno di rottamatori?».
  • Renzi ride, mentre Crozza: «Perché invece non usa Mannoia?».
  • Renzi perplesso. «Pensi che bello: Renzi Mannoia!»

Ecco il testo «Il Partito democratico che vorrei», di Matteo Renzi (i grassetti sono miei):

Il PD che sogno vuole vincere, perché si è stufato di partecipare. Combatte le idee che non condivide, ma rispetta le donne e gli uomini e quindi non accetta la logica degli attacchi personali. Vuole che tutti abbiano una casa ma non delega l’urbanistica alle cooperative dei costruttori o ai professionisti del mattone. Si organizza dentro ai circoli ma cerca di vivere soprattutto fuori, a contatto con le persone vere, quelle in carne e ossa, non quelle dei sondaggi. Scende in piazza una volta ogni tanto e quando lo fa usa le armi non convenzionali del sorriso, non della minaccia: ma soprattutto vive la piazza ogni giorno, come luogo dell’incontro, come occasione per combattere la solitudine del nostro tempo. Perché vogliamo rimanere persone, non trasformarci in consumatori. Ci sono tre milioni di italiani che si impegnano per gli altri nel volontariato, quindici milioni di cittadini che usano il cinque per mille e più di un milione di cittadini che fanno sostegno a distanza: noi non abbiamo bisogno di una big society, lo siamo già.

Il mio PD rimette a posto i conti dello Stato e della amministrazioni pubbliche, non li sfascia. Giudica immorale il debito lasciato in eredità alle nuove generazioni e non sopporta l’idea che oggi lo Stato spenda più per gli interessi che per la scuola: paghiamo più per le colpe dei padri che non per educare i figli. Vuole il consenso degli italiani, ma anche il coraggio dei cittadini. E crede che lo slogan più bello sia quello della verità. Apprezza chi lavora per le istituzioni ma non vuole che nelle aziende pubbliche l’interesse di tutti sia messo in secondo piano rispetto ai privilegi di pochi. Pensa che ci salveremo solo investendo sul merito e sul capitale umano, non sulle tutele burocratiche. Dice di volere che nessun politico metta bocca sulla Rai, su Finmeccanica, sulle municipalizzate ma non lo dice solo il giorno dopo aver perso le elezioni: lo dice – e lo fa – soprattutto il giorno dopo averle vinte.

Il mio PD crede nel coraggio prima che nella paura. È fiero di essere italiano anche quando si sente cittadino del mondo. Crede che l’Italia abbia risorse strepitose e non cede alla retorica del declinismo per cui si stava meglio quando si stava peggio. Vuole produrre bellezza, non volgarità. E vuole che lo Stato sia compagno di viaggio non ostile burocrate per chi fa impresa e per chi vi lavora. Non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro. O di chi ne ha cinquanta e l’ha appena perso. Crede nella formazione permanente ma non nei burocrati della formazione. E riduce le cattedre universitarie, ma aumenta la qualità dell’insegnamento. Manda in pensione i cittadini due anni dopo, ma assicura un asilo nido in più.

Il mio PD crede nella politica e per questo teme l’antipolitica. Pensa che o si tagliano i costi della cosa pubblica oggi o saremo travolti tutti. Supera il bicameralismo perfetto, riduce i livelli istituzionali, taglia il numero e l’indennità dei parlamentari e dei consiglieri regionali, cancella i vitalizi e lo fa davvero, non solo negli annunci di campagna elettorale. Abolisce il finanziamento pubblico ai partiti perché altrimenti non ha senso fare i referendum. Ringrazia chi ha servito per tanti anni le Istituzioni. Ringrazia davvero, senza ironie. Ma non crede offensivo chiedere il ricambio per chi da qualche lustro occupa gli scranni del Parlamento: si può far politica anche senza una poltrona, anche rimettendosi in gioco. Chi ha causato il problema in questi anni non può proporsi come la soluzione. E comunque, qualunque sia la legge elettorale, in Parlamento ci deve andare chi prende voti, non chi prende ordini.

Il mio PD scommette sui diritti civili e anche sui doveri privati. Il mio PD non è terrorizzato da chi ha idee ma da chi non ne ha mai avute e magari vive ancora di rendita su quelle degli altri. Il mio PD è quello che fanno gli elettori con le primarie e nella vita di tutti i giorni. È quello che insieme proveremo a fare anche alla Stazione Leopolda.