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La telefonata mancata di Berlusconi a Ballarò

Mi chiedono in molti cosa penso della telefonata che ieri Berlusconi avrebbe fatto a Ballarò, ma poi… «è caduta la linea».

Floris annuncia con mezzo sorriso che dietro le quinte gli dicono che sta arrivando una telefonata del presidente. Tutti ridono, ovviamente, sia per come è andata la discussione fino a quel momento – si è parlato fra l’altro di scandali sessuali – sia perché la telefonata di Berlusconi a Ballarò è ormai un rituale consolidato. Vedi: Berlusconi a Ballarò: un rituale di conferma del capo.

Facendo battutine e promettendo «alcune domande», Floris fa crescere la tensione dell’attesa, finché… silenzio. La telefonata non c’è.

Cosa penso? Penso che se fossi stata nella redazione di Ballarò, l’avrei simulata io la telefonata di Berlusconi. Esattamente per ottenere l’effetto che ha ottenuto: ilarità, suspense, ilarità. Audience. E poi, il giorno dopo, la solita attenzione dei media.

Non sono così astuti? Allora è un colpo di fortuna: linee telefoniche connesse per caso o per volontà di qualcuno.

Insomma, escludo che Berlusconi abbia davvero chiamato e si sia pentito. Magari perché «spaventato» dalle domande di Floris. Figuriamoci.

A meno che… non si sia bevuto il cervello.

Come? Dici che? 😀

 

 

Referendum: chi partecipa (e chi non) ai talk show televisivi

Ieri circolava un comunicato stampa del «Comitato referendario 2 Sì per l’Acqua Bene Comune» (vedi: www.acquabenecomune.org e www.referendumacqua.it):

Referendum abrogativo acqua

«Le prossime puntate di Ballarò e Annozero saranno interamente dedicate ai referendum. Nonostante questo, le testate giornalistiche preferiscono chiamare in trasmissione rappresentanti partitici: gli unici, a quanto pare, abilitati a parlare in televisione. Troviamo scandaloso che il Comitato Promotore, quello che ha raccolto un milione e quattrocentomila firme e che ha promosso i referendum, venga sistematicamente escluso o ridotto al ruolo di comprimario.

Un vero e proprio blocco a chi non ha in tasca una tessera partitica, in barba agli autorevoli appelli del Presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli, che aveva raccomandato la presenza dei comitati promotori nei programmi Rai. Ricordando a tutti che il Comitato Promotore è un soggetto costituzionalmente riconosciuto rimaniamo basiti di fronte alla mancanza di rispetto per il lavoro di migliaia di volontari sparsi per tutto il territorio nazionale.

Ci spiace constatare la disattenzione di programmi percepiti più attenti alle tematiche sociali. Diamo invece atto a Bruno Vespa di aver invitato a Porta a Porta un rappresentate del Comitato Promotore dei referendum pro acqua pubblica.»

Le ragioni di questo rifiuto da parte di Ballarò e Annozero possono essere tre, anche mescolate:

  1. La Rai ha già dato spazio al Comitato Promotore tramite Bruno Vespa: ora tocca ai partiti.
  2. Il volto noto di un partito vale più in termini di audience di un ignoto rappresentante del Comitato, dunque è nell’interesse sia della Rai che del Comitato dar voce alle ragioni del Referendum sull’acqua tramite un volto noto.
  3. Il sistema dei media italiano (come di altri paesi del sud Europa) è definito dai politologi e massmediologi internazionali come «pluralista-polarizzato» (D. Hallin e P. Mancini, Modelli di giornalismo. Mass media e politica nelle democrazie occidentali, Roma-Bari, Laterza, 2004). Il che vuol dire, nelle parole di Gianpietro Mazzoleni: «dipendenza strutturale e culturale dei media dalle logiche partitiche o di governo, forte politicizzazione dell’informazione, controllo (lottizzazione) della governance delle istituzioni mediali e dei loro prodotti (G. Mazzoleni e A. Sfardini, Politica pop. Da “Porta a Porta” a “L’isola dei famosi”, Bologna, Il Mulino, p. 65). E questa caratteristica – attenzione – riguarda la Rai dalla sua nascita, non dall’avvento della tv commerciale negli anni ’80, né dalla discesa in campo di Berlusconi.

Detto questo, è chiaro che le ragioni sono così radicate e sistematicamente intrecciate che è difficile scardinarle. Le stesse redazioni di Ballarò e Annozero, magari, nella corsa con cui sempre si lavora in queste professioni, semplicemente danno per scontato il fatto di invitare rappresentanti di partito invece di ignoti cittadini, che implicano un lavoro di scelta e ponderazione, oltre che un’incognita di audience.

A meno che il Comitato per l’Acqua Bene Comune non riesca, nelle prossime ore, a esercitare grazie alla rete una pressione tale da costringere i due programmi a inserire all’ultimo qualche suo/a rappresentante.

Che potrà avere o no un ruolo di «comprimario/a», a seconda delle sue caratteristiche personali (buca o no lo schemo?) e dello spazio che le redazioni potranno/vorranno ritagliargli/le nella scatola complessiva.

Aggiornamento ore 19:23: su questo argomento vedi anche il Videomessaggio di Lorella Zanardo.

 

Milano, Italia: meglio aspettare, per cantar vittoria

Credo che sulle amministrative di Milano – e sul fatto che siano l’inizio della fine del berlusconismo – il centrosinistra italiano farebbe meglio a non cantar vittoria con voce troppo alta.

Per due ragioni:

  1. Più la voce di fa squillante, più gli avversari si allarmano, e più in fretta – e meglio – si adoperano per riorganizzare le truppe, in modo da non perdere al ballottaggio («Non perdiamo – ripete Bossi  – non perdiamo»).
  2. Martedì scorso a Ballarò Nando Pagnoncelli di Ipsos Italia ha mostrato un cartello (su cui nessuno si è soffermato) da cui appare chiaramente quanto gli italiani siano cauti su questo punto. Alla domanda «Cosa accadrà dopo questa tornata elettorale?» il campione statistico di Ipsos Italia ha risposto così (clic per ingrandire):

Dopo questa tornata elettorale...

La somma di coloro che hanno detto «Non cambia nulla» e «Berlusconi deve ripartire con un profondo rinnovamento» (che comunque implica che lui resti) è ben il 56% del campione.

E se questa cautela si traducesse in voto al ballottaggio?

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.

Gli insoddisfatti di destra e sinistra

Martedì scorso a Ballarò Nando Pagnoncelli di Ipsos Italia ha mostrato i risultati di un’indagine su cui – volutamente o casualmente, non so – Giovanni Floris ha sorvolato, nonostante lo stesso Pagnoncelli avesse insistito per commentare i dati.

Alla domanda «Ripensando oggi alla scelta di voto fatta nel 2008, lei si direbbe soddisfatto o deluso?», il 60% degli elettori di Pdl e Lega ha risposto «soddisfatto» e solo il 35% si è detto «deluso»; invece, solo il 42% degli elettori di Pd, Idv e sinistre varie ha dichiarato di sentirsi «soddisfatto», mentre ben il 48% si è detto «deluso».

(Pagnoncelli ha pure ricordato che nel 2008 il 23,2% di elettori non espressero un voto, astenendosi o votando scheda bianca o nulla.) Clic per ingrandire:

Gli insoddisfatti di destra e sinistra

Ebbene, nonostante gli scandali sessuali e le promesse di Berlusconi non mantenute – dal «meno tasse per tutti» alla mancata ricostruzione in Abruzzo – gli elettori di centrodestra riescono a sentirsi più appagati e in pace con le loro scelte di quelli di centrosinistra.

Ora, poiché i fatti negativi negli ultimi due anni ci sono stati sia a destra – crisi economica da gestire, promesse non mantenute – sia a sinistra – incapacità di fare opposizione – mi pare chiaro che la «delusione» degli elettori di sinistra sia soprattutto dovuta al disastro comunicativo del Pd. O, se preferisci, alla maggiore capacità del Pdl e della Lega – nonostante i fatti avversi – di rimanere in contatto con il loro elettorato, coltivarlo, dargli giorno per giorno quello di cui ha bisogno.

Certo, alla sinistra piace pensare che i suoi elettori siano cronicamente più difficili da appagare, perché più critici, più colti e magari… “migliori” degli altri. Ma questa spiegazione consolatoria lascia ormai il tempo che trova.

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.

Il Pd va in tilt sul «largo ai giovani»

Martedì sera, a Ballarò, Bersani si è vantato di avere una segreteria di partito fatta di gggiovani 40enni. Nello stesso tempo, si è lamentato di non riuscire a dar loro visibilità, mandandoli in televisione, perché in tv nessuno li vuole.

In effetti Bersani si era vantato della sua segreteria gggiovane subito dopo averla formata, a fine novembre 2009: all’epoca aveva detto di aver scelto tutti gggiovani «sperimentati» con un’età media di 41 anni, ma non aveva aggiunto quasi nulla sulle loro reali competenze e professionalità (vedi per esempio come ne aveva dato notizia Repubblica). Non a caso, alcuni avevano malignato che queste competenze non ci fossero (vedi per esempio come aveva commentato Mario Adinolfi).

Ho già detto altre volte che non bisogna fidarsi di chi dice «largo ai giovani» perché in Italia, quando va bene, è vuota demagogia (lo dicono e non lo fanno), quando va male equivale a inserire nei partiti e nelle organizzazioni persone poco competenti e preparate, ma in compenso molto inquadrate, deboli e manipolabili dai dirigenti.

Ora noto – con un certo divertimento – che da ieri in rete si è scatenato un piccolo dibattito, fra gggiovani e meno gggiovani di area Pd: i trentenni dicono che uno a 40 anni non è più gggiovane, i quarantenni obiettano che a 40 uno lo è; per alcuni Bersani voleva dire che i suoi 40enni non vogliono andare in tv (timidi?), per altri invece intendeva che è la tv a non volerli (è vera la seconda cosa, ho rivisto on line la puntata); altri infine lamentavano che è lui a non volerli mandare.

Insomma, tutti sono ossessionati dal numero: 35, 40, 45… 60. E nessuno parla di competenze e capacità personali e professionali (inclusa quella di saper stare in tv, se è lì che bisogna andare).

No, mi correggo: tutti dicono di voler parlare di competenze, ma poi parlano solo di anagrafe. Un po’ come i cosiddetti «rottamatori» del Pd (Matteo Renzi e compagnia) che, se qualcuno li interroga, giurano di voler rottamare i vecchi dirigenti del Pd solo perché non hanno più idee, ma in realtà non fanno altro che cavalcare – a loro vantaggio – l’onda del «largo ai giovani».

Insomma, ho scoperto un ulteriore motivo per non fidarsi di chi dice «largo ai giovani»: per un po’, dopo che qualcuno l’ha detto, molti perdono la testa. E magari c’è chi lo dice apposta. 🙂

 

Le italiane sono messe male e non lo sanno

A Ballarò spesso si proiettano i risultati dei sondaggi che il programma commissiona a Ipsos Italia. Quelli esposti nella puntata del 25 gennaio mostravano che lo scandalo Ruby sta tutto sommato riducendo di poco il gradimento e la fiducia che gli italiani riservano al premier e al PdL.

Stavo scorrendo svogliatamente le varie percentuali – non diverse da altre già viste in questi giorni – quando mi ha colpita questo cartello.

Alla domanda «a confronto con gli altri paesi, la figura femminile in Italia è…», gli italiani intervistati hanno risposto così:

L'immagine femminile in Italia

Detto in altre parole, l’Italia è al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 dal World Economic Forum in base a quattro parametri: partecipazione e opportunità economica delle donne, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico.

Cioè veniamo dopo (prevedibilmente) Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia, che stanno ai primissimi posti, ma siamo più in basso anche di Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Svizzera (anche questo, abbastanza prevedibile) e più in basso persino (meno prevedibile) di paesi come Thailandia, Filippine, Sud Africa, Mozambico, Argentina, Slovenia, Cile, Bulgaria, Cina (per i dettagli, vedi il Gender Gap Report 2010).

Insomma in Italia le donne sono messe male. Molto male. Eppure il 51% degli italiani si illude ancora che siano né più e né meno come negli altri paesi, dove per altri paesi – suppongo – intervistatori e intervistati avranno pensato a qualche vicino di casa.

Ma nessuno – neppure a Ballarò, dove pure si è proiettato il cartello – si è preoccupato, in questi giorni, di commentare questo sondaggio. Né di farne altri per approfondire l’argomento.

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.

La telefonata di Berlusconi a Lerner in 10 punti

Il 24 novembre scorso, dopo l’ultima telefonata di Berlusconi a Ballarò, avevo evidenziato gli elementi che ormai hanno codificato, in quella trasmissione, la telefonata di Berlusconi come un rituale di conferma del capo: il volto di Floris che all’inizio si illumina, le riprese in campo lungo dall’alto (come dire: Berlusconi sopra, gli altri sotto), i primi piani sui gesti impacciati e nervosi degli ospiti che Berlusconi accusa di mentire (il tema è sempre quello) e sulle facce gongolanti di quelli consenzienti.

Puntualmente, poi, Floris cerca di interromperlo e non ci riesce, di fargli domande e non ci riesce, gli dice di stringere e l’altro continua; infine Berlusconi riattacca e l’impaccio di Floris, anche dopo, resta evidente per molti secondi.

Ben diversa è la telefonata di Berlusconi a L’infedele il 24 gennaio:

  1. Il conduttore è sempre ripreso dal basso, il che lo mette in posizione dominante, e sta ben dritto con le braccia dietro la schiena (un po’ troppo impettito per non apparire teso: era meglio più rilassato, magari con le braccia conserte).
  2. Non c’è alcuna gigantografia di Berlusconi in studio, ma una sua piccola foto, sorridente, accompagna la scritta «in collegamento telefonico l’on. Silvio Berlusconi» (onorevole, non presidente).
  3. Quando Berlusconi accusa la conduzione di essere «spregevole», «turpe», «ripugnante», il mezzo piano su Gad Lerner silenzioso ne mostra il volto accigliato e contratto, come di uno che sta dignitosamente accusando i colpi; e tuttavia guarda dritto in camera, come se stesse fronteggiando alla pari l’avversario: bene, è ciò che ieri a Ballarò quel genio semiologico di Maurizio Crozza ha definito un «incrocio fra Clint Eastwood e un mastino napoletano». 🙂
  4. Purtroppo, quando Lerner risponde «Lei ha già insultato abbastanza», distoglie lo sguardo e lo rivolge ai suoi in studio: sarebbe stato meglio avesse risposto continuando a guardare in camera.
  5. Il regista e l’operatore colgono la difficoltà di Lerner e passano al campo lungo, sempre dal basso, mentre Lerner dice «Perché non va dai giudici, invece di insultare»: bene, gli dà il tempo di riprendersi.
  6. Infatti Lerner si riprende, rilassa le braccia, le porta davanti, si prepara a reagire. E reagisce, guardando sempre in camera: «Essendo lei anche il mio presidente del consiglio, la prego di moderare i termini». Ottima frase, ma sarebbe stato meglio che lo sguardo in camera e la posizione della testa non fossero lievemente dal basso verso l’alto, ma allo stesso livello della camera, per parità con l’avversario.
  7. Mentre Berlusconi tesse le lodi di Nicole Minetti, Lerner è di nuovo impacciato (tenta una frase ma la interrompe) e la camera torna in campo lungo (bravo, il regista!); poi riprova col mezzo piano ma l’impaccio di Lerner continua, e allora torna in studio (ri-bravo!), dove Lerner si muove un po’ nervosamente urlando sopra Berlusconi, riferito alla Minetti «E questo le consente di saltare la gavetta della politica?»; nel frattempo un cenno di fischio e un applauso accompagnano le parole di Berlusconi: è gazzarra, nessuno segue più le parole di nessuno.
  8. Quando Berlusconi dice «le cosiddette signore presenti», Lerner risponde alzando un braccio e protendendosi in avanti «Le signore non sono cosiddette…», la camera allora torna al mezzo piano (bravo!) e infatti Lerner è in pieno attacco, col braccio teso e il dito puntato: «… e lei è un cafone se le chiama così!».
  9. Per alcuni secondi Lerner guarda dritto in camera, sempre con l’espressione a metà fra Clint Eastwood e il mastino napoletano: bene; infine dà le spalle alla camera, ma solo per rivolgersi a Iva Zanicchi mentre Berlusconi la invita ad andarsene, cosa che lei non farà.
  10. Il tutto si chiude fra urla e fischi, che però Lerner quieta subito.

In conclusione, mentre le telefonate a Ballarò finiscono puntualmente con 2 a 0 per Berlusconi, la telefonata a Gad Lerner è un dignitoso 1 a 1.