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Educare le bambine e i bambini ai media e alle relazioni fra i generi

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori dalle cooperative, è uscito un mio articolo dal titolo «Mamme, ballerine e superuomini. Per un’educazione ai media, capillare e trasversale, che cominci sin dalle elementari».

L’articolo appare anche sul portale e-coop, QUI. Ma per tua comodità, e per gentile concessione di Coop, eccolo:

La comunicazione di massa – dalla televisione alla pubblicità, dai videogiochi a un certo cinema e una certa letteratura – ci propone spesso immagini stereotipate e storie semplici, con l’idea che sia più facile per tutti capirle, apprezzarle e ricordarle. Naturalmente la cosiddetta «massa» apprezza anche storie e immagini più originali, se ben concepite, ma ripetere stereotipi è più facile e costa meno: dunque si fa.

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Da tempo sociologi, psicologi e semiologi indagano il rapporto fra i media e ciò che di fatto le persone credono, desiderano, si aspettano nella vita. È chiaro infatti che fra media e società ci sono rimandi reciproci da cui è difficile districarsi, soprattutto se gli stereotipi che i media presentano toccano gli aspetti più intimi della nostra vita, su cui di solito c’è minore consapevolezza: la rappresentazione del corpo, le relazioni fra i generi sessuali, la vita affettiva.

Se per esempio i media valorizzano le donne più per la bellezza che per ciò che dicono e sanno, mentre per gli uomini vale il contrario, non sarà che la differenza incide sul modo in cui le donne e gli uomini percepiscono sé e gli altri? Se i media presentano corpi (maschili e femminili) sempre più perfetti, fotoritoccati e lontani da quelli reali, non sarà che ciò influisce sul nostro ideale di bellezza? Sul modo in cui le bambine e i bambini crescono, sentendosi sempre meno adeguati rispetto a quei modelli? Sull’aumento dei disturbi alimentari e della domanda di chirurgia plastica? E se pubblicità e televisione mostrano più conflitti fra uomo e donna – la cosiddetta «guerra dei sessi» – che esempi di collaborazione e accettazione reciproca, non ci sarà un nesso con la difficoltà di costruire relazioni di coppia durature?

Secondo me sì: l’influenza che i media hanno su di noi è tanto forte quanto sottovalutata. Tipicamente, infatti, i professionisti dei media – ma anche molti studiosi – dicono che è banalizzante vedere le cose in questo modo: intanto perché le persone non sono così sciocche da farsi condizionare – infatti va di moda parlare di «consumatori maturi» o «postmoderni»; e poi perché i media non fanno che rispecchiare la società, non sono certo così potenti da costruirla o determinarla.

È vero: i media non vanno demonizzati e sono anche una grande opportunità di alfabetizzazione; né si può ridurre la complessità umana a una visione deterministica, per cui certi problemi sarebbero «colpa» della tv o della pubblicità.

Il punto, però, è che anche le persone più colte, razionali e «mature» convivono dalla metà del secolo scorso con stereotipi mediatici sorprendentemente immutabili nonostante i cambiamenti della società: mamme che preparano il pranzo o lavano il bagno, bambine che pettinano le bambole e sognano di fare la ballerina, superuomini instancabili, corpi oggetto. E non basta spegnere la tv, perché quelle immagini sono per strada, su internet, a scuola, nei supermercati.

Bambini e tv

E allora, come se ne esce?

Credo che l’educazione ai media sia l’unica strada possibile: in tutti gli ordini e gradi della scuola – perché prima si interviene, meglio è – in tutti i settori dell’università. Un’educazione che oggi deve essere più capillare e trasversale di ieri, perché deve mostrare i nessi fra la televisione e internet, fra il cinema e i videogiochi, fra la pubblicità e una certa letteratura per l’infanzia e l’adolescenza.

E deve toccare gli aspetti più intimi e profondi su cui i media possono incidere: le relazioni fra i generi – sempre ricordando che non c’è solo l’eterosessualità, ma gli orientamenti sono diversi – il corpo, le emozioni, i ruoli di coppia.

Perché sono queste le basi su cui gli individui crescono, scelgono amicizie e amori, formano famiglie, entrano in società.

Prima le donne… e i bambini

Credo sia ora di cominciare a denunciare allo Iap – qualcosa è stato già fatto, ma dobbiamo agire in modo più sistematico e coordinato – anche le immagini che promuovono una sempre più precoce sessualizzazione dei bambini. Il fenomeno riguarda maschi e femmine, con una particolare enfasi sulle bambine, naturalmente.

Guarda per esempio l’affissione di Byblos Junior Club, segnalatami su Facebook da Renata e ripresa sul blog Un altro genere di comunicazione (clic per ingrandire):

Biblos Junior Kids

Le ragazze e il lettori di Un altro genere di comunicazione si (e mi) chiedevano in base a quale motivazione possiamo denunciare immagini come questa. Per violazione dell’articolo 11 «Bambini e adolescenti» del codice di autodisciplina dello Iap – rispondo io – che recita in conclusione: «L’impiego di bambini e adolescenti nella comunicazione deve evitare ogni abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani»

Nell’immagine di Byblos la bambina è inarcata, con le mani fra le gambe, i piedini tesi nella tipica posa delle modelle adulte (che non li tengono mai flessi, sempre arcuati). Mentre il robot giocattolo punta fra le sue gambe… devo aggiungere altro? Mi pare sia non solo «abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani», ma allusione e relativa incitazione alla pedofilia, perché induce a pensare la bimba come soggetto e oggetto di comportamenti sessuali adulti.

Per denunciare basta compilare questo modulo. Facciamolo in molti: più siamo, meglio è.

Attenzione a NON rilasciare interviste né fare clamore sui media, altrimenti regaliamo pubblicità gratuita a Byblos.

 

La paura dei bambini Diesel

Firenze, stazione di Santa Maria Novella. In attesa di un treno ad alta velocità in ritardo di mezz’ora (!), incupita dalla stanchezza e dallo squallore di una delle più malandate stazioni italiane (e poi dicono del sud), allibisco di fronte all’ultima campagna Diesel Kid.

Non ho mai sopportato la retorica pubblicitaria dell’infanzia caramellosa e paffuta, ma i corpicini smagriti, gli occhi spiritati e le facce terrorizzate di quelle foto… bah. D’accordo, è la tipica scenografia horror del castello ombroso con nebbia e laghetto, ma è inevitabile leggerci altre cose: solitudine, violenza, futuro incerto. Paure degli adulti proiettate sui piccoli, insomma. In una parola: crisi.

Ma fra il balocchi e il terrore, una via di mezzo non si potrebbe trovare?

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Per la campagna completa vedi QUI.