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Wired intervista Renato Brunetta

Il 3 e 4 giugno si è tenuto a Roma Frontiers of Interaction, un appuntamento sui temi dell’innovazione che c’è ogni anno dal 2005.

Il 3 giugno, giornata dell’innovazione, il ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione Renato Brunetta è stato intervistato da Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, partner di Frontiers.

Vale la pena ricordare che Renato Brunetta è uno dei pochissimi politici italiani che usa la rete in modo decente.

Il suo blog (www.renatobrunetta.it) è aggiornato tutti i giorni tranne il weekend.

La sua pagina Facebook ha finora totalizzato 68.412 «mi piace».

Su Twitter lo staff di Brunetta è meno vivace, perché si limita a linkare il blog, ma lo fa quasi tutti i giorni.

Il suo canale YouTube, aperto il 9 febbraio 2009, presenta oggi 87 video, alcuni dei quali sono dedicati specificamente a YouTube, non sono cioè brani di tg o interviste (che pure ci sono), ma il ministro si rivolge direttamente agli utenti del canale, presenta temi e problemi, chiede contributi e poi, con un video successivo, risponde punto per punto.

Last but not least, in nessuno di questi ambienti Brunetta censura i commenti, o perlomeno lascia un numero di commenti negativi e di insulti sufficiente a non dar mostra di farlo.

Un’altra cosa, prima dell’intervista (dura circa 40 minuti, ma ne vale la pena).

Per preparare l’incontro con Brunetta Riccardo Luna aveva aperto su Wired uno spazio intitolato «Brunetta nella rete», in cui invitava tutti a chiedere qualcosa al ministro per suo tramite.

Le domande che Luna gli rivolge sono quelle più richieste da coloro che hanno postato qualcosa in «Brunetta nella rete»: dal perché il ponte sullo stretto di Messina e non la banda larga per tutti, al perché la PA non usa software open source, e così via.

Brunetta risponde sempre in modo puntuale e diretto, dando prova di sapere gestire la sua immagine in modo coerente e di essere un astuto comunicatore.

A sentire lui, sembriamo un paese all’avanguardia.

Vodpod videos no longer available.

800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

Ho apprezzato molto il commento che ieri Massimo Mantellini ha scritto sul balletto dei giorni scorsi attorno agli 800 milioni di euro che il governo dovrebbe stanziare per portare la banda larga in una parte delle aree italiane in cui ancora non c’è.

Prima il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta dice che quei soldi sono congelati: «Banda larga, nuovo stop. “I soldi alla fine della crisi”» (Repubblica, 5 novembre 2009).

Poi il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, durante l’ultimo Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) chiede a Berlusconi che siano sbloccati e, a quanto dichiara Renato Brunetta, la richiesta viene accolta: «Scajola e l’appunto a Berlusconi: “Con banda larga 50.000 posti”» (Repubblica, 8 novembre 2009).

In realtà, agli atti del Cipe del 6 novembre gli 800 milioni per la banda larga non ci sono, come nota Guido Scorza: «Banda larga? Ma che Cipe dice?»

Problema n° 1: per portare la banda larga in tutta Italia 800 milioni non bastano. Ce ne vogliono almeno 1300.

Problema n° 2, il peggiore: le infrastrutture non risolvono l’arretratezza culturale italiana su Internet, che comporta un uso superficiale e cioè automatico, acritico, passivo della rete anche da parte di chi l’accesso ce l’ha.

Secondo una ricerca commissionata alla Nielsen dall’Osservatorio permanente sui contenuti digitali e presentata a Milano il 18 settembre, quest’uso povero della rete riguarda il 27% della popolazione italiana, all’interno del già magro 55% delle persone che usano Internet.

Per capire meglio cosa vuol dire «uso povero» scarica QUI la presentazione della ricerca.

Per questo sono d’accordo con Mantellini quando dice (grassetti miei):

«Esiste, ed è molto diffusa a tutti i livelli, questa grande semplificazione secondo la quale nel giorno in cui il 100 per cento dei cittadini sarà raggiunto dalla banda larga il problema, ogni problema, sarà definitivamente risolto. Ci crogioliamo dentro le analisi sociologiche sui cosiddetti “nativi digitali”, come a dire, guardate, oggi forse il panorama è cupo ma gli adulti di domani, cresciuti nell’epoca di Internet, avranno altre esigenze ed altre aspettative. Siamo davvero sicuri che sarà così?

Ai tanti entusiasti sostenitori della natività digitale consiglio di entrare qualche volta dentro una università, dove oggi, almeno nei primi anni di corso, abitano ragazzi cresciuti fra posta elettronica e Youtube, a farsi una idea di quale sia il livello di “cultura tecnologica” di questo paese. Ne torneranno a casa con qualche certezza in meno.

I famosi 800 milioni per la larga banda sono soldi importanti e quella del governo Berlusconi è la solita miopia a cui la politica italiana ci ha abituati nell’ultimo decennio. Nulla che non abbiamo già visto, nulla che non fosse lecito aspettarsi. Ma la scelta attendista e polverosa di Gianni Letta sposta in minima parte il gigantesco problema di una nazione che ha per la tecnologia lo stesso amore del gatto per l’acqua.

Abbiamo bisogno di politiche di lungo periodo centrate sulla scuola, sulla alfabetizzazione telematica, abbiamo bisogno di informazioni autentiche sulla utilità di Internet, abbiamo bisogno di incentivi economici che riguardino le famiglie, per spostare l’impasse culturale di quel 50 per cento degli italiani che continua ad acquistare costosi smartphone e non possiede un computer in casa.

Abbiamo bisogno di raccontare la Rete, anche in TV, come la grande opportunità che è. Poi certo abbiamo bisogno anche di una infrastruttura migliore: ma non raccontiamoci che il problema sia tutto lì

Massimo Mantellini, «Contrappunti/Un paese meraviglioso», Punto informatico, 9 novembre 2009.