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Torna la Barbie disabile

Un’altra Barbie dopo quella di Greenpeace discussa qualche giorno fa: Barbie in sedia a rotelle (o meglio, una sua amica di nome Beckie) che Mattel produsse nel 1997 e che è stata ripresa il mese scorso da una campagna della Fondazione I Care, che si occupa di solidarietà sociale.

La campagna – segnalatami da Simona Lancioni, del Coordinamento del Gruppo donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) – è composta da quattro pannelli, in ciascuno dei quali appare una Barbie: seduta mentre si fa pettinare, nelle vesti di ballerina e in quelle di tennista, sempre accompagnata dalla headline «Un giorno della mia vita. Yes I Care». L’ultimo pannello, però, è diverso, perché Barbie sta su una sedia a rotelle e la headline dice «Tutti possiamo diventare disabili. Ma ognuno di noi può aiutare. Disabili, non diversi. Yes I Care» (clic per ingrandire).

Campagna Fondazione I Care

Barbie disabile

Come nel 1997, anche stavolta Barbie disabile fa discutere: il problema è l’inquietudine generata dal contrasto fra l’idealizzazione del corpo di Barbie e la disabilità a cui quel corpo è di colpo costretto. È questo che disorienta i più e induce i media a parlare di «campagna shock». Come se accostare la disabilità alla perfezione plastificata di Barbie fosse un insulto per chi è disabile.

Ora, non ho mai amato il giocattolo – né quand’ero piccola, né tanto meno da adulta – e non avrei mai fatto questa scelta, se avessi potuto decidere per la Fondazione I Care: innanzi tutto per non reiterare un modello che sarebbe meglio un po’ alla volta far sparire, e poi perché non c’è nulla di interessante né di creativo in una comunicazione che recupera un vecchio “scandalo” del 1997.

Tuttavia, che ci piaccia o no, Barbie è da ben 53 anni un modello fisico con cui tutti dobbiamo fare i conti: dai giochi delle bimbe al cinema, dalla televisione ai videogiochi, dalla pubblicità alla letteratura. In un mondo intriso di Barbie, dunque, la campagna non offende affatto le persone disabili, anzi le include, le fa sentire come gli altri.

È come se ci dicesse: «Posto che Barbie è la normalità, tutti possiamo – per malattia o incidente – diventare disabili e restare lo stesso persone normali, proprio come Barbie resta identica, immutabile, pure sulla sedia a rotelle. E anche chi è disabile dalla nascita può, esattamente come tutti gli altri, confrontarsi col modello fisico di Barbie, amarlo o odiarlo, esserne attratto o inorridito».