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A cosa servono le scuole di giornalismo?

Qualche giorno fa Lou, giovane giornalista pubblicista che si è laureata in marzo alla specialistica in Discipline Semiotiche di Bologna, ha scritto sul suo blog un pezzo piuttosto duro sulle scuole di giornalismo in Italia. Ho deciso di riprenderlo, perché credo che Lou abbia avuto il coraggio di scrivere qualcosa che molti pensano e pochissimi hanno il coraggio di esprimere.

È la stampa, bellezza

Mi piacerebbe che nascesse una discussione costruttiva su questo tema:

«Ci sono validissimi motivi, aldilà delle mie peripezie professionali, per credere che la scuola di giornalismo sia un diplomificio con l’unica reale funzione di comprarsi a carissimo prezzo l’iscrizione all’albo (volutamente minuscolo), che tra l’altro oggi non garantisce nemmeno più un lavoro:

  • Oggi nessuno più ti fa un contratto da praticante senza che tu venga dalla scuolina. Oggi, le maggiori testate italiane (vedi questo recente annuncio del Corriere) assumono solo persone provenienti dalla scuolina.
  • Mi sono sentita dire, da un mio vecchio professore dell’università con cui sono rimasta in contatto (ma non solo da lui): “Perché non provi a fare la scuola di giornalismo?”. No, non provo a fare la scuola di giornalismo, perché ho 27 anni, ho un titolo diverso ma che ha lo stesso valore, e soprattutto, conoscendo quello che si fa e che si studia, posso dire di non avere proprio nulla da imparare. E l’iscrizione all’albo non me la compro, perché non me ne frega nulla. Sia chiaro che il mio professore, e tutti coloro che mi hanno consigliato questa strada, intendevano solo suggerirmi il meglio, in totale buona fede.
  • Durante lo scorso Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato per la terza volta, mi è stato presentato non so quale potentone, che di lavoro faceva l’ispettore dell’ordine, e ha passato dieci minuti buoni a concionare su quante scuole aveva fatto chiudere perché facevano schifo. In conclusione, ha sentenziato: “Le scuole sono il futuro del giornalismo italiano, l’unico possibile”. Mi sono permessa di osservare che, dato che stiamo parlando di master che vanno sui 10mila euro, a cui vanno aggiunte le spese di mantenimento e di mancati introiti, solo i ricchi possono permettersele, anche perché non esistono borse di studio a copertura totale. Continuando così, tra cinquant’anni i giornalisti saranno davvero una casta. Ha bofonchiato che certe scuole sono abbastanza economiche (sugli 8000 euro) e poi ha cambiato argomento.
  • Corollario di quanto detto sopra: i diplomati che provengono da questi corsi, essendo appunto di famiglia facoltosa o comunque che può permettersi di mantenerli, non hanno problemi a lavorare gratis, alimentando quel meccanismo deteriore di sfruttamento proprio del settore. In pratica, drogando il mercato.

In ultimo, una nota di merito che più o meno scherzosamente circola nell’ambiente, e che mi sento di sottoscrivere: per avere le stesse opportunità di un diplomato alla scuola di giornalismo, devi essere bravo il doppio di lui.»

 

Cari leader di sinistra, smettetela di invocare la bellezza

Un tempo, parlare di bellezza in politica era tipico della destra. Una destra, fra l’altro, della peggiore specie: pensa al culto della bellezza che avevano il nazismo (l’ariano era bello, gli ebrei e gli zingari brutti) e il fascismo («A cercar la bella morte», andavano i balilla).

Poi nel 1996 Veltroni pubblicò «La bella politica». E cominciò a parlare delle «belle cose» che accadevano a sinistra, mentre la bruttezza stava tutta a destra. In bocca a Veltroni, la bellezza divenne un passepartout banalizzante, assieme alla «semplicità» e alla «solarità». Ricordo che nel 2008 Veltroni riusciva a definire «semplici, solari e belle» le manifestazioni di piazza prima ancora che avvenissero (vedi Una manifestazione semplice e solare).

Una volta congelato il veltronismo (temporaneamente?), la bellezza è finita in bocca a Nichi Vendola, che concluse il suo discorso al primo congresso di SEL, nell’ottobre 2010, addirittura con un «elogio della bellezza».

E non poteva mancare Matteo Renzi, che queste tendenze le acchiappa subito:

La fame di bellezza come cifra della scommessa politica su un diverso modo di partecipare, su un diverso modo di vivere l’impegno pubblico a Firenze e altrove, su un diverso modo di stare assieme come comunità: un popolo, non un ammasso indistinto di gente (dal blog di Matteo Renzi «A viso aperto», vedi il post Fame di bellezza).

Infine ci si è messo anche il candidato sindaco del Pd a Bologna, Virginio Merola, che ha intitolato una parte del suo programma, quella sulla mobilità e il trasporto pubblico: «Il “progetto bellezza” per la Bologna del futuro».

Ma perché penso che la sinistra debba smetterla, con la bellezza?

Innanzi tutto perché la destra non ha mai smesso di farvi appello: da Berlusconi, che dice sempre di volersi circondare di «belle ragazze», «bei giovani» e definì Obama «giovane, bello e abbronzato» a Sandro Bondi, che ci ha persino scritto un libro: «La rivoluzione interiore per una politica della bellezza».

Dunque invocare la bellezza implica richiamare il frame degli avversari, giocare sul loro terreno. Il che in comunicazione è sempre perdente.

Ma il problema principale è che la bellezza è relativa: ciò che è bello per me, non lo è per un altro; ciò che è bello in un certo momento storico, non lo è dieci o vent’anni dopo, un secolo dopo. E in quanto relativa, la bellezza è anche autoritaria, antidemocratica: poiché non si può fare, ogni volta, una votazione per decidere quale azione politica/legge/programmazione cittadina è bella e quale no, sarà per forza il leader (e il partito) al potere a deciderlo. Ma alle cose e persone che il leader non considera belle cosa accade? Demolizione? Esclusione sociale?

Infine, il senso comune ha ormai interiorizzato un’idea di bellezza per cui i belli sono coloro che hanno soldi e potere, sono i vincenti. E allora come fa un leader di sinistra a parlare di bellezza senza apparire elitario, snob, lontano dai problemi dei meno abbienti, di quelli che non hanno il vestito giusto, il taglio di capelli giusto, il trucco giusto, non hanno una bella casa, una bella macchina, non possiedono begli oggetti – nel senso di bello che intende il leader, non importa che sia quello consumistico berlusconiano o quello pseudo-intellettuale della sinistra – solo perché non possono permettersi queste cose?

Perciò vi prego, cari leader di sinistra: non parlate più di bellezza.

Bellezza non photoshoppata

Ho trovato da poco su Jezebel una copertina di Elle del maggio 1986. Fa impressione vedere, oggi, un volto bello ma non ritoccato chirurgicamente né photoshoppato (cioè solo truccato): macchioline sulla pelle, sopracciglia grosse non troppo alte né arcuate, labbra normali, e così via.

Perché un’immagine degli anni 80? Perché nacque allora l’estetica attuale del corpo femminile. Mancavano solo alcuni ritocchi, appunto (clic per ingrandire):

Copertina di Elle, maggio 1986

Abbiamo già parlato di questo argomento qui:

Attenzione, fotoritocco, 5 ottobre 2009

Bellezze photoshoppate, 19 gennaio 2009

Nessuno vuol guardare la gente brutta, 24 gennaio 2008

Bellezze photoshoppate

Che la perfezione dei volti e corpi ritratti in pubblicità si ottenga a colpi di fotoritocco, lo sappiamo da anni.

Tanto, che già nell’ottobre 2006 Dove Unilever usava questo argomento nella campagna «Per la bellezza autentica»: ricordo il celebre spot «Evolution» e la altrettanto celebre parodia «Slob evolution», di cui abbiamo parlato QUI.

Sullo stesso tema, oggi Roberto mi segnala una forma di contropubblicità: in questi giorni, nei sotterranei della metro di Berlino, stickers che riproducono l’interfaccia di Adobe Photoshop sono appiccicati sulle foto di Britney Spears, Leona Lewis, Christina Aguilera.

Il messaggio è sempre la stesso: questa bellezza non è autentica. Solo che Dove Unilever denunciava la non autenticità dei volti fotografati dagli altri, per salvare quella dei propri (per chi ci crede).

Nella contropubblicità, la denuncia è generalizzata: contro i media e lo star system, oltre che contro la comunicazione commerciale.

christina-britney-leona-photoshoppate

britney-photoshoppata

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(da Gizmodo.com)

La separazione del maschio

Alti e bassi nel romanzo di Francesco Piccolo La separazione del maschio, appena finito di leggere.

Non mi entusiasma lo stereotipo che il libro propone: maschio eterosessuale italiano, borghese, sposato con moglie che ama e dotato di bimba che va alle elementari (Caos calmo ?); ma anche poligamo, sessuomane e privo di sensi di colpa. Pare fatto apposta – lo stereotipo – per suscitare polemiche: quelli a favore diranno: «Il libro rappresenta la cruda verità, per questo è difficile digerirlo»; quelli contro: «Ma io non sono fatto così, i maschi non sono così!» (uomini), oppure: «Il mio uomo non è così, orrore!» (donne).

D’altra parte, negli stereotipi qualcosa di vero si trova sempre. Ma anche no. Per questo l’idea di costruire un intero romanzo attorno a uno stereotipo è un po’ furbetta, come osservava Loredana Lipperini un mese fa. Specie se lo stereotipo include scene di sesso. 😉

Ma Francesco Piccolo è abile scrittore e fine osservatore di umanità italica, come ben si capiva dal reportage narrativo L’Italia spensierata. E allora redime il protagonista con riflessioni, dolcezze, malinconie e verità per nulla scontate. Dettagli che valgono la lettura del libro.

Prendi questo passaggio sulla bellezza:

«Sono convinto […] che le persone davvero libere, uomini e donne, che sono capaci di concedere e cedere a tentazioni, che vivono passioni e amano il sesso, per la maggior parte sono belli che sono diventati belli, che hanno acquistato una loro bellezza, alle volte anche oggettiva, ma che non sono nati così, erano brutti (o quantomeno: non belli) e hanno faticato e sofferto da bambini o adolescenti e adesso è rimasto loro dentro quel desiderio di rivalsa, di riscatto, come se la bellezza così come è apparsa possa svanire e devono approfittarne per conquistare e godere. A me sembra di essere stato così, e di aver incontrato e amato e desiderato soltanto persone così.»

(F. Piccolo, La separazione del maschio, Torino, Einaudi, 2008, p. 185)

A Manhattan gli afro-americani sono un accessorio di tendenza

Leggo su Gawker, magazine di gossip newyorkese, questa notizia di ieri:

«Now that Obama has been elected, a tipster [se non lo sai, è un introdotto che spiffera informazioni riservate] inside a PR firm tells us, clients are demanding “an increased number of African Americans added to the guest list” at their holiday parties. In the spirit of hope! The email can’t really be “verified,” but appears genuine and is just too important not to share. This firm has even assembled an official internal “Diversified Holiday Guest List,” in which they rank the top 10 acceptable black socialite attendees, in order of desirability. Uh… yes we can?»

Segue la lista dei primi 10 afro-americani che andranno a ruba nei vari parties a Manhattan per le prossime feste. Li trovi, in ordine di desiderabilità decrescente, QUI.

Ma non è una novità! Che le persone di colore belle, ricche ed eleganti siano un ornamento gradito negli ambienti upper class è vero fin da Josephine Baker. Il che non implica aver superato pregiudizi razzisti, anzi.

Ne parlavamo anche nel post del 19 giugno scorso “Obama, la bellezza, la danza”.

Obama, la bellezza, la danza 2

A corredo delle considerazioni di ieri, un altro esempio di Obama danzante, tratto dalla sua visita a Puerto Rico il 25 maggio scorso.

Una differenza rispetto a ieri: questa volta Obama non si esibisce in un contesto di addomesticazione bianca, ma è un nero fra i neri.

In altre parole, qui il dondolio di Obama è privo della componente “Guarda come ballo bene, puoi farlo anche tu” che è rivolta solo ai bianchi, ma serve a enfatizzare la vicinanza del candidato alla cultura dell’elettorato ispanico di colore .