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Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza

Comincia oggi la mia collaborazione con Nazione Indiana, che era stata anticipata dalla pubblicazione di Scienze della Comunicazione: amenità contro dati. Ringrazio Orsola Puecher, che mesi fa mi ha offerto questa possibilità e che ormai, pur non essendoci io e lei mai incontrate, considero una vera e splendida amica (il bello della rete!).

Ecco il pezzo di oggi, in contemporanea qui e su Nazione Indiana:

DIECI COSE DA RICORDARE QUANDO SI SCENDE IN PIAZZA

Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.

Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.

(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no. E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.

(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata: senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.

(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si guadagna al massimo un frammento di telegiornale.

(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone. Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.

(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone, ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.

(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. Secondo gli ultimi dati di Internetworldstats.com, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.

(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i flash mob e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel guerrilla marketing.

Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.

(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento. Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.

(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni. Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.

Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il World Economic Forum, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice uno studio della Banca d’Italia del 2008, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.

(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.

Quanto ai numeri, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.

Gli studenti sulla Torre di Pisa il 25 novembre 2010

Gli studenti nel Colosseo il 25 novembre 2010

Manifestazione Se Non Ora Quando 13 febbraio 2011: verso Montecitorio

 

La Repubblica degli Stagisti

Dall’eccellente lavoro di inchiesta fatto negli ultimi tre anni attorno al blog, prima, e attorno al sito, poi, della Repubblica degli Stagisti, la giornalista Eleonora Voltolina ha tratto il libro La Repubblica degli Stagisti. Come non farsi sfruttare, appena uscito da Laterza.

Cover La Repubblica degli Stagisti

In Italia ci sono 400 mila, forse addirittura 500 mila stagisti ogni anno e il numero cresce anno dopo anno con percentuali a due cifre. I ragazzi fanno stage (o tirocini, come si chiamano quelli previsti per obbligo nei curricoli universitari) in multinazionali o microimprese, ditte private o enti pubblici, spesso a titolo gratuito, senza prendere nemmeno un rimborso spese, sperando che lo stage sia una porta d’ingresso per entrare mondo del lavoro.

Ma la speranza è spesso frustrata, perché si calcola che oggi meno di un tirocinio su dieci si trasformi in un contratto.

Tutte fregature? Assolutamente no.

A questo proposito Michel Martone, docente di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss Guido Carli di Roma – citato da Eleonora – distingue tra «stage fisiologici» e «patologici», mettendo nella prima categoria «gli stage utili, fatti durante l’università o appena dopo la laurea: un primo contatto per studenti e neolaureati con il mondo del lavoro» e nella seconda invece «quelli inutili, in cui le aziende prendono giovani uno via l’altro perché hanno bisogno di manovalanza a basso livello, per esempio per fare fotocopie o eseguire compiti semplici e ripetitivi, senza nessuna reale intenzione di formare né di assumere» (La Repubblica degli Stagisti. Come non farsi sfruttare, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 38).

Anche la questione del rimborso spese è relativa: se hai 20 anni, stai frequentando una laurea triennale, sei al primo stage e ti propongono un percorso formativo interessante con sole 250 euro di rimborso al mese, va bene. Se invece hai già preso una laurea specialistica, hai quasi 30 anni, sei al terzo o quarto stage e ancora ti propongono stage gratuiti o rimborsi spese inferiori alle 500 euro mensili, devi dire no.

Per chiarirti le idee – oltre a chiedere informazioni al tuo tutor universitario, per esempio me 🙂 – ti consiglio di leggere il libro di Eleonora: è un eccellente incrocio tra saggio, inchiesta giornalistica e guida, è scritto in modo scorrevole e mai noioso – nonostante il tema non sia dei più divertenti – e dice tutto quel che c’è da sapere sullo stage, raccogliendo anche le voci di tanti stagisti e ex stagisti che raccontano la loro storia.

Corpi femminili e tariffe telefoniche

Stavo progettando di passare al gestore di telefonia mobile 3, perché in effetti – facendo una botta di conti – per quel che mi serve ha tariffe telefoniche più convenienti.

Avevo ancora in mente gli spot con Luciana Littizzetto, poi sostituita da una scollata Claudia Gerini, quando all’improvviso vedo sui giornali la nuova campagna, segnalata anche da Mara Cinquepalmi:

Annuncio stampa Abbonamenti Power 3

Allora mi torna in mente che già negli anni scorsi c’erano state cose analoghe. Per esempio qui:

Campagna Power 3 passata

E qui:

Annuncio "Con la forza di Tre"

Dunque non posso più cambiare operatore. Non ce la faccio. Mi tocca restare con Vodafone, anche se costa di più, che almeno ci propina le scenette della coppia Blasi-Totti. E nel frattempo denuncio 3 all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), seguendo questa procedura. Perché sono stanca di immagini inutili. Siamo tutti stanchi, no? E allora facciamoli smettere.

Advanced Style

Ari Seth Cohen è un giovane fotografo di moda che fino all’inizio del 2008 era Store Manager di Blackbird Ballard, in California. A un certo punto se n’è andato a New York City, per cercare esempi di eleganza e stile fra signore e signori della terza e quarta età. Dal 2008 tiene il blog Advanced Style, segnalatomi da Luisa Carrada.

Il lavoro di Ari Seth è interessante per due motivi.

Innanzi tutto è lungimirante: la vita media dei paesi ricchi si è allungata e continuerà a farlo, c’è una categoria molto appetibile (e crescente) di consumatori over 60, che hanno molto più tempo e denaro da spendere delle generazioni più giovani, e il marketing se n’è accorto da anni, inventando etichette come ageless marketing (dal libro di David Wolfe e Robert Snyder, 2003).

La moda però fa ancora fatica a rappresentare le persone over 60, attaccata com’è al corpo eternamente giovane.

In secondo luogo Ari Seth rappresenta il corpo anziano in modo nuovo nel genere fashion. Certo, è una ristretta élite di persone abbienti che vivono a Manhattan, ma sono corpi e volti non omologati, ognuno con la sua individualità e differenza, che a volte passa per la chirurgia estetica, a volte no. Non sono grigi e tristi, ma nemmeno plastificati, né truccati da giovani a tutti i costi. (A conferma del fatto che il tema non è demonizzare il trucco o la chirurgia estetica, ma evitare l’omologazione. Vedi A New Kind of Beauty.)

Ecco una selezione di foto (clic per ingrandire). Il resto su Advanced Style.

Anziana in minigonna

Uomo con capelli lunghi

Donna con capelli colorati

Uomo con cappello rosso

Donna con capelli corti

Blog, editoria on-line e censura

Negli ultimi anni in Italia si è spesso dibattuto sull’opportunità di regolamentare il flusso di informazioni che circolano su Internet.

Tipicamente la discussione vede schierati, da un lato, coloro che difendono la libertà di espressione facendo appello all’art. 21 della Costituzione, dall’altro, coloro che sottolineano la necessità di aggiornare la legislazione italiana per fare fronte ai casi di diffamazione o apologia di reato su Internet.

La legge italiana sull’editoria tuttora in vigore è quella n. 47 dell’8 febbraio 1948, che ovviamente non include Internet. Per colmare la mancanza, è stata approvata la legge n. 62 del 7 marzo 2001, che estende la definizione di prodotto editoriale «alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico» (art. 1, comma 1).

Stando a questa definizione, qualunque blog sarebbe un prodotto editoriale, con conseguente obbligo di registrazione al tribunale competente. Ma la situazione è più complessa, perché alle leggi del 1948 e 2001 sono stati aggiunti, negli ultimi anni, il decreto n. 70 del 9 aprile 2003 e diverse proposte di legge, non ancora approvate in forma definitiva.

Il 9 luglio 2009 Giulia Pavani ha discusso una tesi di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, dal titolo «Blog, editoria on-line e censura: un sguardo alla legislazione italiana».

Ho deciso di pubblicarla perché, oltre a essere un lavoro documentato e ben scritto, può essere utile a chi voglia farsi un quadro sintetico e equilibrato della normativa vigente su blog e editoria on-line.

La tesi presenta la normativa vigente e le varie proposte di legge (Levi-Prodi, Cassinelli e emendamento D’Alia del 9 marzo 2009, detto anche «proposta salvablog»); discute inoltre due casi di censura: l’oscuramento di www.accadeinsicilia.net, che risale al 2004 (ma la sentenza definitiva è dell’8 maggio 2008) e quello del blog anonimo www.ilbolscevicostanco.blogspot.com, che risale al 26 maggio 2006. Infine mette a confronto questi casi con il sequestro di due forum dell’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori, sequestro dichiarato illegittimo dal Tribunale del Riesame di Catania.

Per saperne di più, scarica da QUI la tesi di Giulia.

The India Tube

Annalisa si è laureata con me l’anno scorso (tesi su Second Life, che allora andava di moda) ed è andata a vivere (e lavorare!) a Delhi, India.

Con amici e conoscenti, locali e internazionali, Annalisa – blogger di vecchia data – ha da poco aperto The India Tube, un sito fantastico, che così si presenta in home:

Balloon The India Tube

«Part magazine, part community, part media gallery, The India Tube is a space for everything that’s incredible about India. With its daily updates, it’s the directory for the inspiring and the unbelievable, the cutting-edge and the bizarre. Follow the balloon and its daily updates, and let your journey begin.»

Ecco The India Tube :

(1) perfetto per chi vuole organizzare un viaggio in India (ma odia i pacchetti preconfezionati),

(2) stimolante per chi non ci ha mai pensato (vai sul sito e ti viene voglia),

(3) astuto per chi ancora non può permetterselo, perché se leggi The India Tube ogni giorno, finisci per saperne più di chi sta là. E fai un figurone… 🙂

Segui la mongolfiera!

L’arte del commento

Diverse amiche e amici blogger si complimentano spesso con me per la qualità e pacatezza dei commenti di questo blog: «Ma che lettori educati…», «Intelligenti!», «Ma sono tutti così, i tuoi studenti?», «Non ti è mai capitato nessun matto? Nessun flaming?». Ebbene, una fiammata l’ho avuta anch’io; una sola in 14 mesi, però. Poco e niente, mi assicurano. Fortunata? Bah.

Non lo dico per lusingare chi commenta questo blog. Lo dico perché ho appena letto un articolo di David Randall su Internazionale (pescato grazie a Donatella). Randall è senior editor del settimanale londinese Independent on Sunday – e ho avuto, fra l’altro, occasione di ascoltarlo in uno splendido intervento durante il Festival di Internazionale a Ferrara nell’ottobre 2008.

Penso che ciò che lui dice sui lettori delle grandi testate giornalistiche possa essere riferito, in piccolo, anche alla blogosfera. E credo che la «qualità e pacatezza» dei commenti di questo blog possa essere compresa, in molti casi, proprio nei termini di Randall: chi passa di qui aggiunge spesso – per mia fortuna e felicità – nuove informazioni.

Grazie. 😀

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PARLARE CON I LETTORI, di David Randall

Chiediamo ai lettori di mandare informazioni e non di esprimere opinioni

Internazionale 784, 26 febbraio 2009

La Nieman Foundation per il giornalismo dell’Università di Harvard pubblica una rivista trimestrale. Nell’ultimo numero ci sono una serie di appassionati articoli su quello che la stampa può fare per entrare nel futuro digitale. Un’idea sembra aver contagiato tutti: che il giornalismo debba diventare un dialogo, che i quotidiani del futuro debbano essere una conversazione tra giornalisti e lettori, grazie alle reazioni immediate permesse dalla rete.

È una proposta affascinante, ma temo sia frutto di un malinteso. Sia sulla carta stampata sia su internet, i commenti dei lettori sono di due tipi: o sono diretti ai giornalisti o sono scritti per essere pubblicati. Poche persone telefonano in redazione, ma un numero sorprendente di lettori scrive, di solito per raccontare esperienze personali o per criticare.

A me capita anche di ricevere due o tre lettere al mese da persone che avrebbero bisogno di essere curate o rinchiuse. Di solito la busta è coperta di nastro adesivo, l’indirizzo è scritto tutto in maiuscole, e il mittente è convinto di essere spiato dalla Cia. Oppure arrivano cose inquietanti come la foto di una sedia vuota, che mi hanno spedito varie volte l’anno scorso.

La maggior parte delle email che ricevo vengono da aziende che cercano di ricavare dei vantaggi da una notizia di cronaca. La proposta più sfacciata l’ho ricevuta l’anno scorso dopo aver scritto un articolo su Josef Fritzl, l’austriaco che aveva tenuto la figlia segregata in cantina per anni. L’ufficio stampa di un’impresa mi ha suggerito di continuare a occuparmi dell’argomento con un articolo sui loro prodotti per la sicurezza personale. Ho cortesemente rifiutato.

Tra le lettere e le email che vengono scritte per essere pubblicate, il 70 per cento è intelligente e ben argomentato, il 20 è poco originale e il restante 10 per cento contiene informazioni sbagliate o è scritto male. Ma la caratteristica che le accomuna, dato che sono firmate, è che sono quasi tutte garbate e civili. Non si può dire la stessa cosa dei commenti scritti nei siti dei giornali e delle riviste. Internet consente alle persone di scrivere in modo aggressivo e irrazionale, ma soprattutto, anonimo.

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo sulla proposta di limitare la vendita dei televisori al plasma perché consumano troppa energia. Splendido, ho pensato. È una buona occasione per dedicare un paio di pagine alle reazioni dei lettori. E poi ho cominciato a leggerle. Non c’erano più di sei commenti utilizzabili: gli altri erano scambi di insulti tra persone che negavano il problema del riscaldamento globale ed ecologisti altrettanto maleducati.

Ho chiesto ai nostri tecnici di scoprire da dove provenivano. Arrivavano quasi tutte dall’Australia e dall’America e, a quanto pare, non cercavano un forum di discussione ma un’arena in cui i monomaniaci di tutto il mondo potevano insultarsi. Suppongo che anche questa sia democrazia, ma una democrazia da idioti. E non è un caso isolato. Nessun giornale inglese, e neanche la Bbc, solleciterebbe mai dei commenti sugli articoli che parlano di Israele: non perché vogliano soffocare il dibattito, ma perché argomenti come questo attirano soprattutto le persone che passano buona parte della loro vita a cercare un posto dove esprimere le loro idee faziose.

Un mese fa l’Independent on Sunday ha pubblicato un articolo del nostro corrispondente da Roma sulla decisione di Benedetto xvi di revocare la scomunica al vescovo inglese che nega l’Olocausto. Appena l’articolo è uscito sul sito, sono arrivati centinaia di messaggi di persone convinte che le camere a gas non siano mai esistite e che sia in corso un complotto sionista per tenere nascosta questa “verità”. E gli altri messaggi accusavano il papa di essere l’Anticristo.

Che fare? L’Independent on Sunday sta sperimentando un sistema in cui i lettori si devono registrare prima di mandare un commento. Sembrava una buona soluzione, e invece abbiamo scoperto che molti di quelli che si sono registrati non sono nostri lettori, ma esaltati che passano la vita a scrivere ai giornali.

Le cose sono andate molto meglio quando abbiamo chiesto ai lettori di mandarci informazioni invece di opinioni. L’anno scorso ho pubblicato due lunghi servizi. Uno era il contrappunto alle squallide liste di persone ricche e famose che spesso ci capita di leggere ed elencava invece cento persone che si sono distinte per il loro altruismo.

L’altra era la lista dei cento segreti meglio custoditi della campagna inglese. In entrambi i casi ho chiesto ai lettori di mandarmi altri suggerimenti, e il risultato è stato diverso dal solito. Abbiamo ricevuto centinaia di proposte intelligenti e originali, e molte sono state usate come base per articoli pubblicati sul giornale nelle settimane successive.

Questo, secondo me, è il modo ideale per usare internet: chiedere ai lettori di contribuire al lavoro dei giornalisti, invece di criticarlo. È un’impresa difficile, ma è meglio che sollecitare semplici commenti. Non è un dialogo con i lettori, ma una collaborazione: e questo secondo me è uno dei segreti per usare bene la rete.

(Internazionale 784, 26 febbraio 2009).