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Il manifesto per la Festa dell’Unità che a Bologna fa discutere

Qualche giorno fa ho rilasciato al Resto del Carlino un’intervista telefonica sulle affissioni con cui il Pd bolognese sta annunciando e promuovendo la prossima Festa dell’Unità, che si terrà a Bologna dal 26 agosto al 21 settembre, come di consueto, al Parco Nord, in zona fiera. Questo il 6×3 che ha suscitato un vivace dibattito (polemica?) all’interno del Pd locale: Affissione Pd Festa dell'Unità

Anche se – per mia fortuna – sono in vacanza, ho deciso di postarla. Ecco cosa penso di queste affissioni (ringrazio Federico del Prete per l’intervista): Continua a leggere

Scienze della comunicazione a Bologna

Per la cronaca: da oggi coordino ufficialmente il corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, non più la laurea magistrale in Semiotica, che ho presieduto per tre anni e ora sarà presa in carico dal professor Paolo Leonardi.

Scienze della comunicazione

Sono felice e onorata di questo ruolo che i colleghi hanno voluto affidarmi. So che sarà un impegno gravoso, data la situazione dell’università italiana e il discredito di cui soffrono in special modo le lauree umanistiche e quelle in Scienze della comunicazione. Ringrazio il professor Costantino Marmo, che con grande impegno, capacità e efficacia ha presieduto il corso di laurea negli ultimi sei anni e spero che, con l’aiuto di tutti, qualcosa di buono possa saltar fuori anche nei prossimi tre.

Buon weekend, intanto. 😀

L’importanza di fare rete

Sono molte le reti di cui è fatta la contemporaneità: biologiche, neurali, elettriche, ferroviarie, televisive, matematiche, telematiche… Ma la Rete per antonomasia oggi è Internet. E se dici network, tutti aggiungono social e pensano subito alle comunità virtuali. Che però esistevano ben prima di Facebook, Twitter e compagnia bella: un social network è infatti un gruppo di persone connesse da vari legami, che vanno dall’amicizia alla conoscenza casuale, dai vincoli familiari ai rapporti di lavoro, fino al contatto (sporadico o regolare) con gli «amici» o «seguaci» su Internet.

Robot 05

Di quante persone è fatta una rete? L’antropologo inglese Robin Dunbar dice al massimo centocinquanta: entro questa cifra tutti si conoscono di persona, anche se solo di vista e con scambi saltuari. Ma su Internet le reti possono essere molto più affollate: migliaia di contatti, o addirittura decine e centinaia di migliaia per le celebrities. Sono ancora reti, queste? Dal punto di vista informatico, certo che sì. Dal punto di vista delle relazioni umane, bisogna starci attenti.

La soglia dei centocinquanta diventa mille per Kevin Kelly, il celebre studioso di cultura digitale cofondatore di Wired. Dopo mille siamo nella folla: un insieme caotico di persone che perdono di vista le relazioni uno a uno, fondamentali perché una comunità funzioni. Ed è questo il punto: in rete contano le relazioni più vicine, conta la cura dell’altro/a, conta la capacità di dimenticare l’io e mettere al centro il tu. In rete occorre sempre chiedersi: ciò che sto dicendo e facendo può essere interessante e utile per qualcuno? Non per me: per gli altri.

È questo che fa nascere una rete, la fa crescere, la rende forte e durevole, perché se tutti partono dalla stessa domanda, lo scambio è reciproco. Qualcosa che però molti stentano a capire, in tempi di individualismo sfrenato; specie in Italia, paese di campanili. Eppure sarebbe facile: le amicizie vanno coltivate, si dice, il che vale in rete come fuori. Idealismo? No, sopravvivenza: se non curi le relazioni, la rete muore.

Economia primitiva del dono? No, business avanzato: è proprio partendo dall’offerta di servizi gratuiti che Google e Facebook sono diventati i colossi che sono. Ed è sulla stessa base che oggi chiunque può far nascere da un’idea, piccola o grande che sia, prima una comunità e poi un lavoro, un’impresa, un cambiamento politico e sociale, un progetto avveniristico. Sapendo fare rete si può.

PS: questo è il Manifesto che ho scritto per il festival RoBOt. Digital Path into Music and Art, che ha aperto ieri a Bologna la sua quinta edizione. L’articolo è uscito anche sul Fatto Quotidiano.

I Radiohead, Greenpeace e l’orso polare

Continua il tour dei Radiohead, che oggi saranno a Bologna e domani a Codroipo, in Friuli, e continua il sostegno della band alla campagna “Save The Arctic” promossa da Greenpeace International.

Greenpeace precisa oggi con un comunicato stampa che l’orso (orsa: pare sia femmina) che si aggira nei concerti non è in carne e ossa: dentro a quel costume ci stanno ben due volontari addestrati. Gli animalisti che hanno protestato – dice Greenpeace – non hanno nulla da temere (ci sarebbe, forse, da protestare per i due poveri volontari là dentro, ma se volontà è, che sia.) 🙂

L'orsa di Greenpeace

Ora, pur essendo l’orso molto realistico, è comunque incredibile che qualcuno abbia potuto scambiarlo per un animale vero (anche se dalla furia pregiudiziale ci si può aspettare tutto). È invece come sempre brillante la comunicazione di Greenpeace: orso e tutto ciò che gli sta intorno, dai manifesti ai banner, dal profilo Facebook al comunicato stampa. Inclusa l’enfasi sulla verosimiglianza nel comunicato:

Greenpeace vuole precisare, in seguito alle mail di protesta e ai commenti ricevuti sulla pagina Facebook, a testimonianza della sensibilità dell’opinione pubblica verso gli animali, che l’orso polare che si aggira per i concerti NON è un animale in carne ed ossa. MAI potrebbe esserlo vista la normativa che tutela gli animali in via d’estinzione e gli animali pericolosi, ma molte persone vengono ingannate dall’apparenza.

NON è neanche un robot, come è stato scritto. Se si muove in maniera così realistica è merito del costumista teatrale di Londra che lo ha progettato e dei due volontari di Greenpeace, appositamente addestrati, che si trovano all’interno del costume e che si muovono in perfetta sincronia.

L’orso chiede ai fan di firmare una petizione per salvare l’Artico, come hanno fatto già un milione e 800 mila persone sul sito www.savethearctic.org.

Greenpeace ha lanciato la campagna “Save The Arctic” con l’obiettivo di bandire le trivellazioni offshore e la pesca distruttiva industriale attorno al Polo Nord, e creare un santuario globale.

La canzone dei Radiohead “Everything in its right place” è la colonna sonora del video in cui si vede come protagonista un orso polare, vittima del cambiamento climatico, che vaga per Londra alla disperata ricerca di una casa e di cibo.

Quando Greenpeace raggiungerà i 2 milioni di firme, inserirà quei nomi in una capsula che verrà collocata nei fondali dell’Artico, a una profondità di 4 chilometri, e contrassegnerà il luogo con la “Bandiera per il Futuro” disegnata dai giovani di tutto il mondo.

Thom Yorke è stato uno dei primi ad aderire: «Dobbiamo fermare i giganti petroliferi che vogliono insediarsi nell’Artico. Una fuoriuscita di petrolio devasterebbe questa regione la cui bellezza toglie il respiro e si sommerebbe al più grande problema che noi tutti dobbiamo affrontare, il cambiamento climatico. Ecco perché sostengo questa campagna. E ogni qualvolta volgerò lo sguardo verso nord, mi ricorderò che il mio nome è scritto nei fondali dell’oceano, in cima alla terra, come dichiarazione solenne di un impegno comune per salvare l’Artico».

L’orsa di Greenpeace al concerto dei Radiohead ieri a Roma:

«Che fatica essere stagisti di se stessi»

Pubblico qui la testimonianza di alcuni ex studenti della magistrale in Semiotica. L’ennesima testimonianza positiva e incoraggiante (altre ne trovi selezionando la categoria Stage e lavoro), che dedico a tutti gli studenti di discipline umanistiche che ogni giorno si sentono dire che tanto “non troveranno lavoro”, che la loro laurea “è inutile”, e perché non hanno scelto di “studiare ingegneria” o, meglio ancora, di “mollare gli studi dopo il diploma”.

«A maggio inoltrato, dopo lezione, eravamo soliti perdere tempo a chiacchierare seduti in un bar. Era un modo per conoscerci meglio, visto che la magistrale in Discipline Semiotiche (allora si chiamava così) raggruppava persone provenienti da un po’ tutte le triennali d’Italia. C’era chi voleva fare il giornalista, chi l’ufficio stampa o il copywriter, chi giocava con il cinema, con il web o la pubblicità. Tutti, però, avevamo una gran voglia di frequentare le nostre passioni.

Il primo passo fu il “pe_Rizoma”, un giornale semiotico satirico fatto di articoli veri, oroscopi verosimili, pubblicità finte e tormentoni autoprodotti. Un piccolo divertissement per addetti ai lavori, ma che palestra! Passavamo nottate a scrivere, fotomontare, impaginare e fare brainstorming per inventarci un titolo, uno slogan, un payoff.

Di lì al “lavoro vero” il passo era (relativamente) breve: bastava togliere il “pe” dal Rizoma e trasferire il nostro know-how su cose più concrete.

Rizoma

Che fatica essere stagisti di se stessi. Oggi però Rizoma è uno studio giornalistico associato e un’agenzia di comunicazione (www.rizomacomunicazione.it): facciamo i giornalisti, i comunicatori, l’ufficio stampa. I nostri clienti sono testate nazionali, aziende private, enti pubblici e musicisti. Abbiamo anche un giornale online di informazione culturale, BolognaCult.it, perché le passioni sono dure a morire.

Non navighiamo nell’oro, ma continuiamo a divertirci quando scriviamo, facciamo brainstorming, progettiamo campagne. Forse una delle cose più importanti che abbiamo imparato è che restando uniti, condividendo rischi e opportunità, si può crescere davvero tanto: creare insieme e poi saperlo comunicare è la chiave del nostro mestiere.»

Stanotte a Bologna si suicidato Maurizio Cevenini, consigliere regionale del Pd

Maurizio Cevenini, consigliere regionale del Pd, si è gettato stanotte dal settimo piano di una torre della Regione Emilia-Romagna. Qui la cronaca su Repubblica di quanto è accaduto:

Maurizio Cevenini, suicidio in Regione. Si è lanciato dalla terrazza, città in lutto.

Nell’autunno 2010, subito dopo il malore che gli impedì di continuare nella corsa alle primarie con cui il centrosinistra bolognese avrebbe deciso il suo candidato sindaco, scrissi che Cevenini «scaldava i cuori». L’ho sempre pensato e lo penso tuttora: aveva una capacità particolare di entrare in relazione autentica con le persone, cosa assai rara nella politica italiana di oggi. Ecco il mio pezzo del 2 novembre 2010:

I paradossi di Bologna dopo Maurizio Cevenini.

Maurizio Cevenini

(foto tratta dal profilo Facebook Maurizio Cevenini 1, © Federico Borella)

Ancora sulla violenza. E sulla comunicazione sociale

Dopo il post «Stai zitta, cretina». E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza, ho ricevuto da Lucia una mail che mi ha colpita molto.

Le lascio subito la parola dopo una breve premessa: nel fare comunicazione sociale su temi gravi e importanti come la violenza sulle donne, non si possono usare immagini e parole violente, come ho già detto, altrimenti si riproduce la violenza che si vorrebbe combattere.

Ma è sbagliato anche usare con leggerezza parole di moda come «festival». Il Festival La violenza illustrata di Bologna ha infatti ferito Lucia. E come lei  – ne sono sicura – molte altre. Molti invece non ci hanno fatto caso, come non ci hanno pensato le organizzatrici del Festival, naturalmente: per abitudine, perché di festival l’Italia è piena (della letteratura, della filosofia, dell’economia…).

Festival La violenza illustrata 2011

Ma anche con le parole, oltre che con le azioni, su può fare del male. Lo si fa involontariamente e «con le migliori intenzioni», ma comunque lo si fa. È per questo che occorre aumentare il livello medio di consapevolezza nel campo della comunicazione. Ed è anche per questo (non solo, come capirai subito) che, col permesso di Lucia (il nome è fittizio), pubblico la sua mail. Ho cancellato, d’accordo con lei, tutto ciò che potesse farla riconoscere:

«Cara Giovanna, ho letto il tuo intervento “Stai zitta, cretina”. E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza” e vorrei condividere con te alcune riflessioni.

Non ti conosco personalmente e forse ti scrivo perché ho bisogno di parlare di me… Sono una donna di cinquant’anni che da qualche mese  è riuscita a denunciare l’ex coniuge per stalking, diffamazione, atti persecutori, violazione della privacy, dopo dieci anni di vita coniugale all’insegna della violenza psicologica e anche fisica. L’ex coniuge era anche datore di lavoro: un doppio esercizio di potere, quindi. È arrivato anche il licenziamento – e meno male – e di conseguenza la disoccupazione oggi, a cinquant’anni. Violenza a catena, quindi, ben oltre i lividi sul corpo.

Oggi è il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ho deciso di non partecipare a nessuna iniziativa perché sento qualcosa che urta contro il mio vissuto: le storie di chi subisce la violenza, del perché spesso ci si resta dentro quasi con pervicacia, non sono mai raccontate fino in fondo e manca sempre, secondo me, l’accento sul disagio psichico di cui è preda chi agisce violenza – disagio che nella realtà sociale che stiamo vivendo non può che aumentare: il primo gesto di violenza è SEMPRE un urlo di aiuto da parte dell’uomo, la manifestazione della sua inadeguatezza. Urlo che non viene ascoltato, raccolto, su cui non si va mai a scavare in via preventiva come si dovrebbe.

Quando la donna arriva a denunciare è sempre troppo tardi, non solo e non tanto per la donna, ma anche per il maschio, che spesso è il primo a subire “violenza” nel rapporto d’origine con la propria madre, che fatica a separarsi dal figlio maschio perché non è in grado di preservare il suo essere donna come eccentrico al suo essere diventata madre, è il suo essere donna che rende il suo essere madre un non essere “solo madre” permettendo quindi al bambino di sganciarsi dalla sua adesione simbiotica alla madre stessa.

Tra bimbo maschio e madre troppo spesso permane troppo a lungo una sorta di cannibalismo reciproco, una continuità tra i loro corpi che spezza l’orizzonte vitale del maschio stesso. E su questo non si riflette – e in giornate come oggi non si fa riflettere – abbastanza; dovremmo forse partire dal nostro essere donna per cercare di comprendere perché arriviamo a subire violenza, non tanto partendo da una posizione di genere, ma da una riflessione profonda sulle dinamiche di relazione che ci vedono coinvolte.

Fatta questa premessa per darti ragione del mio scritto, riprendo quanto dici nel tuo intervento in merito all’immagine “violenta” di quel manifesto. Ma non è altrettanto violenta e subdola la presentazione della rassegna che viene fatta a Bologna sul tema, promossa come Festival?

Origine del termine FESTIVAL: «Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.»

Francamente, cara Giovanna, come donna che ha subito violenza, non mi indigna tanto la bocca cucita di quella ragazza, immagine forte, ma vera… te lo posso garantire è terribile sentirti sulla pelle e dentro l’animo i punti che appaiono su quella bocca…, mi indigna invece molto sapere che nella città sopita in cui vivo venga promosso un “Festival della violenza”.

Quindi se è vero (ma non ne sono così convinta) che non si fanno uscire le donne dalla violenza con immagini che la esprimono, è vero anche (e ne sono convinta) che non è con messaggi confusi che si crea coscienza critica e sensibilizzazione. O forse non è abbastanza chiaro dove vogliamo arrivare. Ma nemmeno da dove vogliamo partire!

Con una stretta di mano, e condividendo queste osservazioni col mio attuale compagno e con mio figlio, 20 anni, spettatore della violenza e quindi oggetto indiretto della violenza stessa (entrambi mi hanno aiutata a scucire quella bocca), ti ringrazio per avermi ascoltata fin qui. Lucia»