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Ancora sulla violenza. E sulla comunicazione sociale

Dopo il post «Stai zitta, cretina». E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza, ho ricevuto da Lucia una mail che mi ha colpita molto.

Le lascio subito la parola dopo una breve premessa: nel fare comunicazione sociale su temi gravi e importanti come la violenza sulle donne, non si possono usare immagini e parole violente, come ho già detto, altrimenti si riproduce la violenza che si vorrebbe combattere.

Ma è sbagliato anche usare con leggerezza parole di moda come «festival». Il Festival La violenza illustrata di Bologna ha infatti ferito Lucia. E come lei  – ne sono sicura – molte altre. Molti invece non ci hanno fatto caso, come non ci hanno pensato le organizzatrici del Festival, naturalmente: per abitudine, perché di festival l’Italia è piena (della letteratura, della filosofia, dell’economia…).

Festival La violenza illustrata 2011

Ma anche con le parole, oltre che con le azioni, su può fare del male. Lo si fa involontariamente e «con le migliori intenzioni», ma comunque lo si fa. È per questo che occorre aumentare il livello medio di consapevolezza nel campo della comunicazione. Ed è anche per questo (non solo, come capirai subito) che, col permesso di Lucia (il nome è fittizio), pubblico la sua mail. Ho cancellato, d’accordo con lei, tutto ciò che potesse farla riconoscere:

«Cara Giovanna, ho letto il tuo intervento “Stai zitta, cretina”. E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza” e vorrei condividere con te alcune riflessioni.

Non ti conosco personalmente e forse ti scrivo perché ho bisogno di parlare di me… Sono una donna di cinquant’anni che da qualche mese  è riuscita a denunciare l’ex coniuge per stalking, diffamazione, atti persecutori, violazione della privacy, dopo dieci anni di vita coniugale all’insegna della violenza psicologica e anche fisica. L’ex coniuge era anche datore di lavoro: un doppio esercizio di potere, quindi. È arrivato anche il licenziamento – e meno male – e di conseguenza la disoccupazione oggi, a cinquant’anni. Violenza a catena, quindi, ben oltre i lividi sul corpo.

Oggi è il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ho deciso di non partecipare a nessuna iniziativa perché sento qualcosa che urta contro il mio vissuto: le storie di chi subisce la violenza, del perché spesso ci si resta dentro quasi con pervicacia, non sono mai raccontate fino in fondo e manca sempre, secondo me, l’accento sul disagio psichico di cui è preda chi agisce violenza – disagio che nella realtà sociale che stiamo vivendo non può che aumentare: il primo gesto di violenza è SEMPRE un urlo di aiuto da parte dell’uomo, la manifestazione della sua inadeguatezza. Urlo che non viene ascoltato, raccolto, su cui non si va mai a scavare in via preventiva come si dovrebbe.

Quando la donna arriva a denunciare è sempre troppo tardi, non solo e non tanto per la donna, ma anche per il maschio, che spesso è il primo a subire “violenza” nel rapporto d’origine con la propria madre, che fatica a separarsi dal figlio maschio perché non è in grado di preservare il suo essere donna come eccentrico al suo essere diventata madre, è il suo essere donna che rende il suo essere madre un non essere “solo madre” permettendo quindi al bambino di sganciarsi dalla sua adesione simbiotica alla madre stessa.

Tra bimbo maschio e madre troppo spesso permane troppo a lungo una sorta di cannibalismo reciproco, una continuità tra i loro corpi che spezza l’orizzonte vitale del maschio stesso. E su questo non si riflette – e in giornate come oggi non si fa riflettere – abbastanza; dovremmo forse partire dal nostro essere donna per cercare di comprendere perché arriviamo a subire violenza, non tanto partendo da una posizione di genere, ma da una riflessione profonda sulle dinamiche di relazione che ci vedono coinvolte.

Fatta questa premessa per darti ragione del mio scritto, riprendo quanto dici nel tuo intervento in merito all’immagine “violenta” di quel manifesto. Ma non è altrettanto violenta e subdola la presentazione della rassegna che viene fatta a Bologna sul tema, promossa come Festival?

Origine del termine FESTIVAL: «Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.»

Francamente, cara Giovanna, come donna che ha subito violenza, non mi indigna tanto la bocca cucita di quella ragazza, immagine forte, ma vera… te lo posso garantire è terribile sentirti sulla pelle e dentro l’animo i punti che appaiono su quella bocca…, mi indigna invece molto sapere che nella città sopita in cui vivo venga promosso un “Festival della violenza”.

Quindi se è vero (ma non ne sono così convinta) che non si fanno uscire le donne dalla violenza con immagini che la esprimono, è vero anche (e ne sono convinta) che non è con messaggi confusi che si crea coscienza critica e sensibilizzazione. O forse non è abbastanza chiaro dove vogliamo arrivare. Ma nemmeno da dove vogliamo partire!

Con una stretta di mano, e condividendo queste osservazioni col mio attuale compagno e con mio figlio, 20 anni, spettatore della violenza e quindi oggetto indiretto della violenza stessa (entrambi mi hanno aiutata a scucire quella bocca), ti ringrazio per avermi ascoltata fin qui. Lucia»

Com’è stata Anna Maria Cancellieri a Bologna

A governo Monti fatto e proclamato, i già numerosi accessi degli ultimi due giorni a un post che avevo scritto diversi mesi fa su Anna Maria Cancellieri si stanno impennando.

Ecco allora – a grande richiesta 🙂 – cosa scrivevo il 12 maggio 2011 sulla comunicazione di Anna Maria Cancellieri, e sulla sua capacità di entrare in relazione con i cittadini e le cittadine di Bologna, nel periodo (oltre un anno) in cui è stata commissario qui da noi:

L’esempio di Anna Maria Cancellieri.

A cosa servono le scuole di giornalismo?

Qualche giorno fa Lou, giovane giornalista pubblicista che si è laureata in marzo alla specialistica in Discipline Semiotiche di Bologna, ha scritto sul suo blog un pezzo piuttosto duro sulle scuole di giornalismo in Italia. Ho deciso di riprenderlo, perché credo che Lou abbia avuto il coraggio di scrivere qualcosa che molti pensano e pochissimi hanno il coraggio di esprimere.

È la stampa, bellezza

Mi piacerebbe che nascesse una discussione costruttiva su questo tema:

«Ci sono validissimi motivi, aldilà delle mie peripezie professionali, per credere che la scuola di giornalismo sia un diplomificio con l’unica reale funzione di comprarsi a carissimo prezzo l’iscrizione all’albo (volutamente minuscolo), che tra l’altro oggi non garantisce nemmeno più un lavoro:

  • Oggi nessuno più ti fa un contratto da praticante senza che tu venga dalla scuolina. Oggi, le maggiori testate italiane (vedi questo recente annuncio del Corriere) assumono solo persone provenienti dalla scuolina.
  • Mi sono sentita dire, da un mio vecchio professore dell’università con cui sono rimasta in contatto (ma non solo da lui): “Perché non provi a fare la scuola di giornalismo?”. No, non provo a fare la scuola di giornalismo, perché ho 27 anni, ho un titolo diverso ma che ha lo stesso valore, e soprattutto, conoscendo quello che si fa e che si studia, posso dire di non avere proprio nulla da imparare. E l’iscrizione all’albo non me la compro, perché non me ne frega nulla. Sia chiaro che il mio professore, e tutti coloro che mi hanno consigliato questa strada, intendevano solo suggerirmi il meglio, in totale buona fede.
  • Durante lo scorso Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato per la terza volta, mi è stato presentato non so quale potentone, che di lavoro faceva l’ispettore dell’ordine, e ha passato dieci minuti buoni a concionare su quante scuole aveva fatto chiudere perché facevano schifo. In conclusione, ha sentenziato: “Le scuole sono il futuro del giornalismo italiano, l’unico possibile”. Mi sono permessa di osservare che, dato che stiamo parlando di master che vanno sui 10mila euro, a cui vanno aggiunte le spese di mantenimento e di mancati introiti, solo i ricchi possono permettersele, anche perché non esistono borse di studio a copertura totale. Continuando così, tra cinquant’anni i giornalisti saranno davvero una casta. Ha bofonchiato che certe scuole sono abbastanza economiche (sugli 8000 euro) e poi ha cambiato argomento.
  • Corollario di quanto detto sopra: i diplomati che provengono da questi corsi, essendo appunto di famiglia facoltosa o comunque che può permettersi di mantenerli, non hanno problemi a lavorare gratis, alimentando quel meccanismo deteriore di sfruttamento proprio del settore. In pratica, drogando il mercato.

In ultimo, una nota di merito che più o meno scherzosamente circola nell’ambiente, e che mi sento di sottoscrivere: per avere le stesse opportunità di un diplomato alla scuola di giornalismo, devi essere bravo il doppio di lui.»

 

L’emozione (mostrata e nascosta) di due sindaci neoeletti: Fassino vs. Merola

Ieri sera ho partecipato alla lunga maratona elettorale di Bologna, come ospite del direttore Francesco Spada nello studio di È tv. Il discorso di Merola, poco prima delle 3 di notte, è stato piuttosto convenzionale, se non per la menzione all’«avarizia» dei grillini, che hanno ottenuto quasi il 10% dei voti e festeggiato in piazza, tenendosi ben lontani dal Pd:

«Abbiamo vinto al primo turno – ha detto Merola – malgrado non sia mancata quella che avevo definito l’avarizia del Movimento 5 Stelle, che anche stasera ha festeggiato da solo, ma io insisterò per strappargli un po’ di generosità. […] A costo di sembrare ingenuo, insisterò per un confronto leale sui programmi e una convergenza sui problemi sia con il centrodestra sia con il Movimento 5 Stelle».

Mi ha colpita, del discorso di Merola, la neutralità emotiva: pochi sorrisi e, come al solito, eloquio lento e monotono. Merola è noto per la facilità con cui si emoziona, per cui immagino abbia fatto di tutto per controllarsi, in un contesto in cui la stanchezza poteva giocargli un brutto tiro. Eppure, in questo caso gli avrei consigliato di lasciarsi andare.

Qualche lacrima, nel discorso della vittoria, cattura simpatie, scalda i cuori e scioglie la tensione di tutti. Perché controllarsi?

Piero Fassino a Torino, per esempio, non si è preoccupato di nascondere la commozione e ha pure incluso un ringraziamento alla moglie Anna.

Risultato: Fassino faceva tenerezza, Merola è apparso freddino.

Il discorso di Fassino:

Il discorso di Merola:

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L’esempio del commissario Anna Maria Cancellieri

Con le elezioni amministrative il commissariamento di Bologna sta per finire. Paradossalmente, il mandato bolognese del commissario Anna Maria Cancellieri – da molti definito «uno smacco» per la città – è stato invece apprezzato dai bolognesi, che grazie a lei – un non sindaco – hanno ritrovato la possibilità di dialogare serenamente con chi amministra la città.

Anna Maria Cancellieri

Su questo tema è appena uscito il libro di Ilaria Chia Me lo ha chiesto la città. Anna Maria Cancellieri, l’esperienza di Bologna (Minerva Edizioni). Che contiene anche un’intervista che Ilaria mi ha fatto sullo stile di comunicazione di Anna Maria Cancellieri. Eccola:

Come definirebbe il modo di comunicare del commissario Anna Maria Cancellieri?

Direi che «equilibrio» è la parola chiave. Equilibrio nel gestire il rapporto tra la componente maschile e femminile, per esempio. Ma anche equilibrio fra il suo non essere di Bologna e il suo integrarsi in città. E infine tra pragmatismo dell’ordinaria amministrazione e visione politica.

Può spiegarsi meglio?

Per quanto riguarda il rapporto maschile/femminile, l’atteggiamento di Anna Maria Cancellieri, la sua gestualità, la sua postura non sono leziosamente femminili ma nemmeno prettamente maschili. Ci sono donne in politica, come Rosy Bindi o Angela Merkel, che appaiono molto più mascoline, perché nel volto, nel corpo e nella gestualità tendono a cancellare la loro componente femminile. La Cancellieri invece non si nega la femminilità (si trucca, porta spesso un filo di perle al collo, indossa tailleur e più di rado i pantaloni), ma ha anche tratti di mascolinità (il tono della voce è basso, e ha un’asciuttezza e una severità di modi che ricordano quelli maschili).

Anche nel volto, poi, riesce a realizzare un ulteriore equilibrio, quello tra sorriso e espressioni serietà. Davanti alla telecamera è capace di sorridere e lo fa sempre al momento giusto, ma quando riflette è seria. Il sorriso per un personaggio pubblico è un elemento difficile da gestire, perché se sorride troppo può sembrare falso, ma se sorride troppo poco può sembrare scostante o freddo. La particolarità del sorriso della Cancellieri è che è sempre rivolto all’interlocutore, non è mai un sorriso di autocompiacimento né una posa. E questo è importante, perché indica attenzione verso gli altri, che è ciò che la rende una figura accogliente e simpatica.

Poi ci sono gli altri due aspetti…

L’equilibrio tra il venire da fuori Bologna e l’integrazione nella città. Faccio un esempio: a pochi mesi dal suo arrivo a Bologna, aveva già imparato il significato dell’espressione “dare il tiro”. Cita spesso la sua provenienza romana ma ci tiene a mostrarsi vicina alla città prestando grande attenzione e rispetto a tutto ciò che la circonda, ma senza mai scimmiottare la bolognesità, senza fingersi bolognese quando è chiaro che non lo è. Poi c’è l’equilibrio tra il pragmatismo dell’ordinaria amministrazione e la visione politica, la capacità di guardare al futuro. In più occasioni Cancellieri, pur non superando il confine delle decisioni che spettano a un commissario, ha nello stesso tempo ricordato ai bolognesi la necessità di avere una prospettiva, una strategia politica.

Come le sembra il linguaggio che usa?

È sempre diretto e concreto, il che dipende anche dal fatto che non parla di politica ma di ordinaria amministrazione. Penso però che la concretezza sia un tratto distintivo della sua personalità, indipendentemente dal ruolo che svolge a Bologna

In che cosa si differenzia il linguaggio della Cancellieri da quello dei politici?

La concretezza e il pragmatismo non sono molto diffusi nella politica italiana. C’è da dire però che un sindaco non può volare così basso come un commissario. Se la Cancellieri si fosse candidata a ricoprire un ruolo politico, alla sua comunicazione concreta e pragmatica avrebbe dovuto aggiungere ingredienti di strategia politica e pianificazione. La scommessa per lei, allora, sarebbe stata quella di riuscire a combinare questi due elementi in un nuovo equilibrio.

Il modo di esprimersi della Cancellieri può essere un modello per la politica?

Lo sarebbe, se i candidati fossero in grado di recepirlo. Se fossi un politico farei tesoro dell’esperienza bolognese del commissario, perché non c’è dubbio sul fatto che la Cancellieri abbia saputo interpretare i bolognesi, perlomeno nel difficile passaggio storico della delusione dopo il caso Delbono.

Vedo però, nei politici locali ma più in generale nella maggior parte dei politici italiani, una scarsa capacità di guardarsi intorno, di apprendere dall’esperienza altrui, ma soprattutto una scarsa capacità di ascoltare i cittadini, inventandosi nuovi modi di dosare ingredienti diversi in maniera coerente al proprio programma politico, da un lato, e alle necessità della città – e del paese – dall’altro.

In media i politici italiani – e quelli bolognesi non fanno eccezione – tendono da una parte sola: alcuni sono concreti ma mancano di una visione prospettica o, se ce l’hanno, rischiano di scivolare nell’utopia. Altri si perdono nell’ovvietà, nella sloganistica vacua, in affermazioni talmente generali che non si possono non condividere ma poi non hanno risvolti concreti. Quello che spesso manca, nella politica italiana – locale e nazionale – è la sintesi tra concretezza e sguardo ideale.

Che impatto può avere nel rapporto con i cittadini questo nuovo tipo di comunicazione prodotta dall’amministrazione commissariale?

Se si innescasse il circolo virtuoso tra concretezza e visione ideale, si potrebbe ristabilire la fiducia nella politica, che ormai è la posta in gioco non solo a Bologna ma anche a livello nazionale.

A livello di comunicazione, in chi cosa si differenzia il commissario Cancellieri rispetto ai sindaci che l’hanno preceduta?

La Cancellieri ha dimostrato di essere capace di entrare in relazione con i cittadini, e lo ha fatto con le parole, con il volto, con tutto il corpo. Sergio Cofferati e Flavio Delbono, invece, mettevano un muro fra sé e gli altri. Cofferati, per esempio, non è stato mai capace di risolvere il problema del suo non essere bolognese, di integrarsi davvero in città. E Delbono, dal canto suo, è sempre apparso distaccato, snob, a tratti sprezzante. Ricordo per esempio come si presentò alla piazza che lo acclamava il giorno in cui vinse le elezioni: aveva una faccia talmente seria, una bocca talmente piegata in giù che pareva una smorfia di disgusto. Come se la gente intorno a lui, i suoi elettori e le sue elettrici, gli dessero fastidio.

Ecco dunque Anna Maria Cancellieri in una bella intervista che le fece il giornalista Fernando Pellerano nel maggio 2010:

La città, le strade sporche, i rifiuti

Ho appena trovato su Comunicazione sociale un video realizzato dai ragazzi e delle ragazze delle quinte E e F dell’isArt di Bologna, che si sono chiesti come può, ognuno di noi, contribuire a mantenere più pulita la città in cui vive.

A Bologna ci si lamenta spesso della sporcizia delle strade, che «non sono più come una volta». E i ragazzi – assieme alle loro insegnanti Raffaella Troiero e Paola Sapori – hanno pensato di mostrare come la pulizia delle strade dipenda anche dal senso civico dei cittadini.

Il video si conclude con lo slogan «La città è lo specchio di chi la abita. Fai di Bologna una città civile».

Ma tutto è relativo: Bologna è forse meno pulita di Trento o Verona (lo è?), ma è certo più pulita di Napoli, per esempio. Inoltre, pensa quanta discriminazione pregiudiziale contro “i meridionali” potrebbe implicare l’idea che «La città è lo specchio di chi la abita», se trasferita a Napoli.

Come se le montagne di rifiuti che soffocano Napoli dipendessero dai suoi abitanti.

Lo spot è stato realizzato in collaborazione con FlashVideo.it. È parte del progetto «La città civile» che vede le scuole bolognesi impegnate per il rilancio del senso civico in città insieme a: Centro Antartide, Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Legacoop, Manutencoop, Avola coop, Coop Adriatica, Conad, Ancescao, Arci. Verrà anche trasmesso su Nuova Rete, 7 Gold e su Lepidatv Rtitv.

Per informazioni: Centro Antartide.

Anche la sinistra fa leva sulla paura?

Mentre tutti, a sinistra, si riempiono la bocca di parole come «accoglienza», «apertura», «fiducia».

Mentre anche a Bologna e in Emilia-Romagna arrivano i primi profughi dal nord Africa.

Mentre il candidato sindaco bolognese Manes Bernardini, della Lega, dichiara – com’è ovvio che faccia – che uno dei punti principali del suo programma è la sicurezza.

Ebbene sì: Teorema, la società di servizi fiscali convenzionata con il Caaf della CGIL Emilia-Romagna, ha pensato bene di uscire con lo slogan «Non fidarti degli sconosciuti».

Per mostrare attenzione verso le donne, suppongo (vedi l’immagine), ma in realtà sfruttando – e confermando, e rinforzando – la paura degli «sconosciuti». Che sotto sotto c’è in tutti, donne e uomini. Di destra e sinistra.

Di qui alla paura dell’altro, dello straniero, del diverso, il passo è più che breve, è lo stesso identico passo: quello della Lega. Ma la CGIL non era di sinistra?

Ecco il manifesto con cui hanno tappezzato Bologna (clic per ingrandire):

Manifesto di Teorema, Caaf CGIL