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Lo spot BP per le Olimpiadi 2012: ci vuole un bel coraggio

La British Petroleum (BP) – il colosso petrolifero responsabile l’anno scorso del disastro ecologico nel Golfo del Messico (ne abbiamo parlato QUI) – ha diffuso uno spot autocelebrativo sulla sponsorizzazione delle Olimpiadi di Londra 2012.

Così commenta lo spot Mariella Governo, che si è occupata a lungo del caso British Petroleum nei suoi corsi di formazione sul crisis management:

BP: dopo il danno la beffa in uno spot

«Non potevo credere ai miei occhi ieri sera guardandolo dal mio iPhone. Così questa mattina ho riguardato con calma sul grande schermo del computer di casa lo spot di un minuto che British Petroleum ha realizzato per sponsorizzare le Olimpiadi di Londra del 2012.

Oltre ad atleti in palestra (anche con disabilità) o ripresi durante diverse discipline sportive, lo spot riprende immagini di spiagge incontaminate sulle quali corrono felici giovani atlete o quelle di surfisti ripresi nell’acqua mentre tornano a riva (giusto per fare vedere ancora un po’ di spiaggia pulita). E trovo particolarmente beffardo il payoff finale “BP Olimpiadi 2012. Fuelling the future”.

Che sia chiaro, è corretto che un’azienda – anche dopo un crisis senza precedenti (*) cerchi di rifarsi l’immagine visto che deve vivere nel mercato. Ma c’è modo e modo. Il passato non si cancella per nessuno. Se la crisi riguarda un farmaco o un prodotto di largo consumo, è buona norma che l’azienda lo ritiri dal mercato e che possibilmente non lo promuova qualche mese ripittandolo con un altro colore.

Quando hai prodotto un disastro ambientale che ha tenuto aziende, governi e l’opinione pubblica con il fiato sospeso per mesi, quando ti sei reso ridicolo nella gestione dell’immagine durante i mesi della crisi (difficilissima!), quando hai speso o impegnato decine di miliardi di dollari per sanare il problema che hai creato (e che hai gestito male), io dico almeno stai alla larga da immagini che, a chiunque, compreso a un bambino, possono ricordare i motivi dei danni irreparabili compiuti.

Nello spot – dando spazio a immagini rassicuranti come spiagge e acqua pulitaBP insiste nel voler far finta di nulla, nel cancellare il passato e riprendersi la propria vita rispolverando in un certo senso l’infelice battuta dell’ex Ceo Tony Haward quando il 30 maggio 2010  disse: “Nessuno vuole che tutto questo finisca più di me. Rivoglio indietro la mia vita”.

(*) Fatti e dati in sintesi:

20 aprile 2010: la piattaforma Deepwater Horizon (proprietà della British Petroleum) esplode uccidendo 11 persone e ferendone gravemente 1; iniziava così la tragedia del Golfo del Messico che durò ben 106 giorni.

5 milioni di barili di petrolio si versarono in mare, inquinando le acque del  Mississipi, della Louisiana, dell’Alabama e della Florida.

Persero la vita 6.000 uccelli e 1.700 chilometri di costa vennero devastati dal petrolio.

I costi per BP furono inestimabili: 8 miliardi di dollari più un fondo di 20 miliardi per risarcire le vittime e per pagare la multa al governo federale della Luisiana.

Su questo tema vedi anche: Come la BP (non) ha gestito la crisi.

Come la BP (non) ha gestito la crisi

Dopo l’incendio e il crollo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della multinazionale British Petroleum – il 20 aprile scorso nel Golfo del Messico – la BP si è impegnata a rimediare nei fatti al disastro umano, ambientale ed economico che l’incidente ha determinato: il più grave – si stima – di tutta la storia americana.

La gestione della crisi ha impegnato la BP anche sul fronte della comunicazione, con esiti spesso infelici, visto che la società ha fatto errori, è caduta in contraddizione ed è stata colta in fallo diverse volte.

A oggi la fuoriuscita del petrolio non è stata ancora fermata e le proteste contro la BP sono numerose in tutto il mondo.

Idea per una tesi (triennale o magistrale, a seconda dell’approfondimento): analizzare come la BP ha gestito la crisi dal punto di vista comunicativo, applicando strumenti propri della semiotica e degli studi di crisis management, con particolare riguardo alla comunicazione sul web.

Per impostare la tesi, vieni a ricevimento.

Per una prima sintesi degli eventi vedi la voce di Wikipedia.

Per i primi spunti sugli errori di comunicazione della BP, leggi questi articoli e segui i link che propongono:

Annamaria Testa, «Eh, no, dire bene e fare male non vale», 7 maggio 2010.

Mariella Governo, «Il dolore nella marea nera di BP», 19 giugno 2010.

Per cominciare la ricognizione sul web, vedi la sezione del sito «Gulf of Mexico response», il profilo Facebook, l’account Twitter, l’album Flickr e il canale YouTube della BP, dove i manager cercano di parlare agli americani nel modo più diretto possibile, come fa il responsabile delle azioni di risarcimento danni Darryl Willis, in uno dei video più recenti: