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La colomba di Casini

Ieri su Repubblica Bologna è uscito un altro mio pezzo col titolo «Quella colomba della pace che significa tutto e niente». La mia analisi si riferisce, nella seconda parte, alla realtà bolognese.

Ti va di estenderla alla tua città?

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Una colomba stilizzata su sfondo bianco, un ramoscello verde nel becco e un titolo rosso: «Smettetela di litigare». Sembra la campagna teaser di un’azienda dolciaria, che approfitta della Pasqua imminente per lanciare un nuovo prodotto. Una di quelle misteriose campagne senza marchio, di cui non capisci nulla fino alla prossima puntata.

Poi guardi meglio e vedi che stavolta il marchio c’è, con tanto di firma come fosse scritta a mano: Pier F. Casini. I dolci non c’entrano: è il leader dell’UDC. Accidenti, ti aveva fregata. Sorridi e pensi: ha ragione, dovrebbero smetterla. Ma chi?

La campagna ha già fatto discutere molti. Alcuni la ritengono geniale, altri ne sono infastiditi, altri ancora dicono boh. In questo senso è furba: parlino bene o male, purché parlino. Ma vediamo come funziona.

Innanzi tutto il manifesto propone un simbolo religioso. Dall’episodio biblico dell’arca di Noè, sappiamo tutti che la colomba con l’ulivo simboleggia la pace. Nelle raffigurazioni della Trinità, la colomba è simbolo dello Spirito Santo; nei vari testi della tradizione cristiana ora rappresenta la purezza, ora la semplicità, ora l’anima che aspira al divino, ora la bellezza femminile. Il simbolo ricorda anche la democrazia cristiana, certo: è a quella che l’UDC si rifà esplicitamente. Ma allude a una religiosità blanda, indefinita, perché i valori della colomba possono essere condivisi anche da cattolici non praticanti, laici, agnostici.

E poi c’è il titolo: «Smettetela di litigare». Talmente generico che si potrebbe applicare quasi a qualunque situazione. Chi dovrebbe smettere di litigare? Il centrodestra con il centrosinistra? Un leader con l’altro? Ogni partito al suo interno? Non solo questi, ma molti di più: i dirimpettai durante l’assemblea condominiale, gli automobilisti al semaforo, la zia con la nonna, l’amica col moroso. Tutti dovrebbero smettere di litigare. Persino un bimbo potrebbe gridarlo ai suoi genitori.

Riferito alla realtà bolognese, il manifesto esprime significati ancora diversi. Innanzi tutto fa appello al buon carattere del bolognese medio, al suo essere sorridente, tranquillo, accomodante. In realtà i bolognesi non sono più così da anni, ma amano raccontarsi ancora questa favola, e il manifesto non fa che alimentarla.

Quanto alla politica locale, Casini, si sa, sostiene l’amico Guazzaloca contro Cazzola, appoggiato dal PdL. Appena uscito, il manifesto sembrava dunque riferito alla spaccatura del centrodestra locale: esortare alla concordia significava parteggiare per Guazzaloca, il cui fair play è noto da anni, e stigmatizzare Cazzola che fra tutti i candidati, a destra come a sinistra, è di sicuro il più aggressivo.

Passa qualche giorno e litigano anche nel Pd: prima Delbono, che dà un misero 6+ ai cinque anni di Cofferati sindaco; poi Cofferati, che contrattacca dicendo che Delbono è indietro col programma, e se continua così finisce male; infine strali da tutte le parti, sempre nel Pd, contro l’ipotesi che Cofferati vada in Europa. Nel frattempo, dall’altro lato della barricata, si placano le acque: Guazzaloca e Cazzola dicono di volersi mettere d’accordo (forse) su certi quartieri. E dal congresso nazionale del PdL, Berlusconi invita Casini a fare pace.

In men che non si dica, il manifesto cambia di nuovo significato: smettetela di litigare, dice al Pd, e fate come quei paciosi del centrodestra, che si vogliono tutti bene.

Non so in altre città, ma a Bologna il manifesto vuol dire tante cose. È questa la sua forza: come si fa a non essere d’accordo? E la sua debolezza: significa tutto e il contrario di tutto.

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Candidato arancio

È da anni che l’arancio va di moda. Lanciato da grafici e designer lungimiranti nei primi 2000 per scaldare campagne pubblicitarie, immagini coordinate e arredi d’interni, oggi si vede ovunque. Pazienza per quelli che hanno aperto la strada: mica possono cambiare solo perché ormai lo usano tutti. Non subito almeno. Ma se oggi dovessi decidere la linea grafica di qualcosa, tutto farei meno che usare l’arancio. Splendido colore, ma abusato. E allora basta.

Queste considerazioni valgono a maggior ragione se si osserva che in Italia l’arancio impazza nel settore bancario. Dopo il successo di Conto Arancio, tutte le banche che volevano comunicare calore, allegria, vicinanza al cliente se ne sono dipinte. Pensa alle filiali di Unicredit, per esempio, e a quelle della locale Banca di Bologna, che da mesi ha incartato, finanziandone il restauro, le otto porte cittadine.

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Con questo, l’arancio ha un problema in più: il discredito che la crisi finanziaria ha gettato sul settore bancario ha sporcato anche l’arancio. Intendiamoci: preso in sé questo colore non rimanderebbe a crisi e problemi. Ma a furia di frequentare le banche, ha perso la sua originaria freschezza.

Tutto questo un buon comunicatore lo sa. Ma la cosa dev’essere sfuggita a quelli che hanno ideato la campagna affissioni di Flavio Delbono, candidato sindaco del Pd a Bologna. Poiché hanno eliminato ogni riferimento al partito per ragioni che ha ben spiegato Angelo sul suo blog, questi signori non potevano più usare né il rosso né il bordeaux, e allora hanno optato per l’arancio. Geniali.

Per rimanere sullo stesso lato dello spettro cromatico e far esprimere al candidato calore, allegria, vicinanza al clien… pardon, cittadino, avranno pensato.

Per farlo sembrare un bancario intristito dalla crisi, dico io. Specie in cravatta e maniche di camicia, specie con quella faccia un po’ così. Se poi ricordiamo che Delbono è un economista, l’associazione è ulteriormente rinforzata.

In conclusione, guarda il manifesto (clic per ingrandire) e domandati: i bolognesi, vedendo il candidato arancio, penseranno a calore, allegria, vicinanza al clien… pardon cittadino, o penseranno alle molotov contro i bancomat di Unicredit (10 novembre 2008) e agli studenti dell’Onda nella filiale di via Rizzoli (28 novembre 2008)?

La risposta è dentro di te. Ed è quella giusta.

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