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«Perpetuare stereotipi di genere è una forma di violenza»

L'immagine e il potere

È questa una delle tesi centrali dell’intervento che Massimo Guastini, presidente dell’Adci, ha fatto il 15 luglio alla Camera del Lavoro di Milano sul tema della pubblicità sessista. Una posizione forte, che sposta il focus da una banalizzazione che ho sentito spesso ripetere negli ultimi mesi, secondo la quale la pubblicità sessista contribuirebbe a “determinare” la violenza sulle donne (quella fisica, che arriva anche a uccidere) a un tentativo di ripensare l’idea stessa di violenza. «Cosa possiamo definire violenza e cosa no? – si chiede Guastini – Trovo retoricamente disonesto circoscrivere  la violenza solo all’atto più efferato, l’omicidio». E prosegue: Continua a leggere

A cosa serve lo sciopero di oggi?

Non è una provocazione. E nemmeno una domanda retorica. È un dubbio che mi assale da anni, sugli scioperi, e a maggior ragione su questo di oggi, indetto dalla Cgil e dalla Fiom, ma contestato dalla Cisl e Uil, sostenuto dall’Idv, da Sel, dalla Federazione della sinistra e dal Pd di Bersani (mentre altri nel Pd non sono d’accordo), ma contrastato da Fli e dall’Udc.

Camusso con cappellino rosso

Osserva giustamente Polisblog:

«Per ragioni che andrebbero analizzate a fondo, lo sciopero sembra svuotato del suo significato più profondo, e sembra essere sempre meno un’effettiva possibilità di ottenere qualcosa quando le concertazioni falliscono.

Anche perché i precari, i contratti a progetto, il popolo delle partite IVA, i lavoratori atipici, tutti coloro che, per prassi e per fatti compiuti, di fatto, non sono più tutelati dallo Statuto dei lavoratori – e che, prima del diritto a non essere licenziati senza giusta causa, dovrebbero conquistare il diritto al lavoro stabile – hanno un’oggettiva difficoltà a scioperare.»

In tema di diritti vanno poi considerati – come sempre si fa in questi casi – anche quelli di coloro che subiscono disagi più o meno gravi per lo sciopero. È in nome di diritti negati, per esempio, che oggi Ferruccio de Bortoli contesta la Cgil, che gli ha impedito di uscire col giornale cartaceo: Effetto sgradevole dello sciopero generale.

Ma il sacrificio di alcuni diritti sarebbe accettabile e pure sacrosanto, se lo sciopero servisse a qualcosa. Intendo: se avesse obiettivi precisi e portasse a risultati concreti.

In realtà, diciamocelo francamente: sono in dubbio proprio i risultati. I sindacati – uniti, e non a spizzichi e bocconi – non potevano trovare modi più efficaci di contrattare la manovra?

Sto assumendo una posizione conservatrice? Sto affondando nel ventre molle del centrismo più moderato? Al contrario, sto cercando di guardare oltre, sto cercando una posizione più innovativa e radicale.

Lo sciopero di oggi è un atto di protesta ritualizzato e irregimentato, che segue ancora codici del primo Novecento. Una forma di comunicazione per dire al governo: «Guardaci, ci siamo» e «Non ci piace quel che fai, vattene a casa». Con l’aggiunta di qualche parolaccia.

È a questo che serve. Anche in un’ottica internazionale: in tutte le capitali europee la gente protesta, e noi? Che figura ci farebbero un sindacato e un’opposizione che non portassero la gente in piazza? Perciò tutti in piazza. Ne parleranno i media oggi e domani. Inizierà il balletto dei numeri: 2 milioni diranno gli organizzatori, 200 mila la questura.

Più grosse saranno le cifre, più potente il simbolo.

E speriamo non ci siano violenze. Tranquilli, non ci saranno: non siamo a Londra e neppure nel Maghreb. Perché non siamo ancora abbastanza poveri, come ho detto più volte. Non oggi. Domani chissà.

Anche la sinistra fa leva sulla paura?

Mentre tutti, a sinistra, si riempiono la bocca di parole come «accoglienza», «apertura», «fiducia».

Mentre anche a Bologna e in Emilia-Romagna arrivano i primi profughi dal nord Africa.

Mentre il candidato sindaco bolognese Manes Bernardini, della Lega, dichiara – com’è ovvio che faccia – che uno dei punti principali del suo programma è la sicurezza.

Ebbene sì: Teorema, la società di servizi fiscali convenzionata con il Caaf della CGIL Emilia-Romagna, ha pensato bene di uscire con lo slogan «Non fidarti degli sconosciuti».

Per mostrare attenzione verso le donne, suppongo (vedi l’immagine), ma in realtà sfruttando – e confermando, e rinforzando – la paura degli «sconosciuti». Che sotto sotto c’è in tutti, donne e uomini. Di destra e sinistra.

Di qui alla paura dell’altro, dello straniero, del diverso, il passo è più che breve, è lo stesso identico passo: quello della Lega. Ma la CGIL non era di sinistra?

Ecco il manifesto con cui hanno tappezzato Bologna (clic per ingrandire):

Manifesto di Teorema, Caaf CGIL