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A cosa servono le petizioni online?

Change.org 2 milioni

In questi giorni Change.org sta festeggiando i 2 milioni di utenti registrati in Italia: persone che ogni settimana ricevono via mail la notizia di una nuova campagna e che si mobilitano quando lo ritengono opportuno. È una comunità che ha lanciato in un anno e mezzo oltre 15.000 petizioni, e ce ne rendiamo conto tutti: da quando, nel luglio 2012, Continua a leggere

Ancora su pubblicità, sessismo e paradossi: il caso dei salumi calabresi

Salumi calabresi

Lunedì Annamaria Testa ha pubblicato un approfondimento sul sessismo nelle rappresentazioni mediatiche, utilissimo per fare il punto della situazione e chiarirsi le idee su alcune sfumature e distinzioni a partire da esempi concreti. Riprendo qui “Il caso dei salumi calabresi, le buone intenzioni, i pessimi risultati”, perché sono ancora molti, in rete, a fare questo tipo di errori: Continua a leggere

Basta! Fermiamo la pubblicità sessista #adci

Quest’anno, nella manifestazione “Giovani leoni” organizzata da Sipra, il brief per la sezione stampa ha invitato i giovani concorrenti a immaginare una campagna per diffondere una petizione contro la pubblicità sessista. La petizione è firmata da Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano (ADCI) ed è rivolta al Ministro per le Pari Opportunità Josefa Idem, a cui si chiede di tradurre in poche norme semplici e vincolanti la “Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini”. Continua a leggere

Spot ingannevoli: vince la nostra petizione. Ma non basta

Premessa: non amo il clic-attivismo da salotto, quello per cui se ti unisci a qualunque gruppo di indignati su Facebook o clicchi «mi piace» per qualunque causa ti paia buona e giusta, ti senti subito un rivoluzionario. Così, senza nemmeno aver capito se la causa e l’indignazione fossero sensate.

Però è insopportabile anche l’atteggiamento degli apocalittici che se la prendono di principio con qualunque iniziativa parta da una raccolta di firme online. O gridano allo scandalo se, per raggiungere un certo target e un certo numero di adesioni, si usano tecniche di internet marketing (vedi: «Clicktivism is ruining leftist activism»). Insomma la penso un po’ come Ben Brandzel, grande organizzatore di mobilitazioni on line che ha lavorato come dirigente per MoveOn, Avaaz e Organizing for America:

«The value of any tool is only clear when one understands the context, purpose and effect; and while all online organising tactics start on the internet, every good tactic ends with offline, real-world impact.» (The Case for Online Organising)

Perciò il 23 agosto ho fatto il mio primo esperimento di petizione on line,  rivolgendone una all’Agcm (Antitrust) affinché facesse ritirare gli spot ingannevoli del 4.81.82 che giravano sulle reti Mediaset da luglio. E per farlo, ho scelto la sezione italiana di Change.org, aperta da poco, perché sono riuscita a condividere con il direttore Salvatore Barbera e il suo staff la stessa concretezza e serietà che emerge dalle parole di Ben Brandzel.

Change.org Italia

Ebbene, in cinque giorni abbiamo raggiunto 10.000 firme (ora sono quasi 12.000) e venerdì 7 settembre abbiamo ottenuto una risposta dell’Antitrust, che ha ordinato, come richiesto, la sospensione immediata (entro cinque giorni) della campagna. Ora, tenendo conto del fatto che era agosto, quando tutti erano distratti e l’Antitrust era in ferie, non è male.

E tuttavia non basta, perché:

  1. Dato il periodo di ferie, l’Antitrust è intervenuto troppo tardi, quando probabilmente gli spot sarebbero comunque cessati: le aziende che fanno questo tipo di campagne le programmano in agosto proprio per questo. Accadrà di nuovo.
  2. L’Antitrust non ha comminato nessuna sanzione pecuniaria, mentre per legge avrebbe potuto farlo, fino a 500.000 euro.
  3. Le sanzioni previste dalla legge (vedi Codice del Consumo, art. 27) sono comunque troppo basse per essere un deterrente serio. Spesso, quando le grandi aziende decidono di lanciare campagne ingannevoli, mettono in bilancio dall’inizio la probabile multa, perché è irrisoria rispetto ai guadagni che la campagna porterà.

Perché allora ho lanciato la petizione? Perché le 12.000 firme ottenute con Change.org sono comunque meglio, in termini di attenzione diffusa, delle decine di denunce che avevo ottenuto con un articolo QUI e sul Fatto Quotidiano. Perché bisogna tenere alta la guardia (di tutti: consumatori, media, lo stesso Antitrust) contro la pubblicità ingannevole, da cui siamo circondati: dai cosmetici e alimenti che fanno miracoli, alle tariffe telefoniche incomprensibili. E perché se l’attenzione diventasse un po’ alla volta più alta e le firme molte di più, si potrebbe anche far cambiare la legge, rendendola più incisiva. Chissà.

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.