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La moda di usare lo smartphone e il tablet mentre gli altri parlano è arrivata in politica. Ma è solo maleducazione

Conosciamo tutti la situazione di Tizio che parla mentre Caio butta continuamente l’occhio verso il tavolo, dove giace il suo smartphone. Finché: «Scusa, mando solo un messaggio». Ma non è finita, perché dopo qualche secondo l’occhio è ancora lì. Anche se l’aggeggino è silenziato, anche se Caio non scrive più nulla, l’occhio irrefrenabilmente ci torna.

Ma questo è già un caso fortunato, perché Caio chiede scusa e tutto sommato si trattiene dal ripetere il gesto. Va peggio se, mentre Tizio parla, Caio scrive sullo smartphone o sul tablet senza nemmeno scusarsi. Finché di colpo: «Dicevi, scusa?». E va ancora peggio se, mentre Caio si dedica alla tavoletta, assume pure quel tipico sorriso ebete che implica: «In rete sì, che accadono cose divertenti, mica qui». Inutile farla lunga, per definire questa pratica io conosco una sola parola: maleducazione.

Cambio di scena: dalla vita quotidiana alla politica mediatizzata.

«Ballarò», martedì 29 novembre. Angelino Alfano prende a conversare con i suoi fan di Facebook mentre Rosy Bindi parla. Il gesto è importante, perché indica chiaramente la nuova immagine che Alfano sta costruendo per il Pdl: giovane, dinamico e dedito ai social media. La regia di Ballarò infatti lo acchappa al volo, distogliendo l’attenzione (come ha fatto Alfano) dalla Bindi per tuffarsi sul tablet che lui sta consultando. E per una settimana i media non faranno che parlare del tablet di Alfano.

«In onda», sabato 3 dicembre 2011. Ospiti in studio: Concita De Gregorio (giornalista di Repubblica), Giovanni Favia (Movimento 5 Stelle) e Maurizio Gasparri (Pdl). Appena la trasmissione comincia, è subito chiaro cosa ci aspetta: sul tavolo ci sono ben due tablet – uno di Nicola Porro, l’altro di Gasparri – e uno smartphone, in mano a Favia.

In onda 3 dicembre 2011, panoramica iniziale

Infatti per tutta la trasmissione la camera passa di continuo dal volto di chi sta parlando a quello di Porro, Favia o Gasparri che, invece di ascoltare o, nella migliore delle ipotesi, ascoltando solo con un pezzo di cervello, si dedicano a qualche attività in rete. O passa dal volto di chi parla alle mani di chi scrive sul tablet (Porro e Gasparri) o sullo smartphone (Favia).

In Onda, Porro che consulta il tablet

In onda, Gasparri che scrive sul tablet

A meno di una settimana dal gesto di Alfano, il politico che tocca lo smartphone o il tablet significa: (1) «Io sì, che sono gggiovane e social-mediatico», (2) «Io sì, che dialogo direttamente coi cittadini», (3) «Se vieni a trovarmi su Facebook (o Twitter), trovi me, mica uno del mio staff». Wow.

E il conduttore televisivo che tocca lo smartphone o il tablet significa: «Io sì, che conduco una trasmissione innovativa, perché interagisco coi telespettatori usando i social media». Infatti, alla fine della puntata, Porro rivolge agli ospiti un paio di domande che gli «sono arrivate da Facebook». Evviva.

Ma l’ostentazione dell’attività in rete significa anche, per tutti: «Non mi interessa quello che accade qua dentro, né ciò che dice chi mi sta di fronte: preferisco il rapporto coi miei fan (amici, follower) in rete». E questo implica, se chi parla è un avversario politico o qualcuno/a che in quel momento esprime idee diverse, svalutare il dialogo con lui/lei.

Insomma, se nella vita quotidiana tutto ciò è maleducazione, in politica stiamo assistendo all’ennesima celebrazione televisiva della maleducazione, intesa come mancanza di rispetto per l’altro/a, negazione della sua presenza e rilevanza per noi.

Che non è molto diverso dall’interrompersi, urlare o ricoprirsi d’insulti, anche se appare più «sobrio», come si dice ora, e silenzioso.

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PS: mi segnala Dino Amenduni che la settimana scorsa sul Fatto era uscito un pezzo di Federico Mello (che non avevo letto), che parlando di Alfano sosteneva una posizione analoga alla mia: iPad, lo specchio di Alfano.

L’Unità, vista da dietro

Il 25 ottobre, lo stesso giorno della manifestazione del Partito Democratico al Circo Massimo di Roma, è uscita in edicola la nuova Unità. La campagna di lancio è stata affidata a Oliviero Toscani.

Come ha dichiarato l’amministratore delegato Giorgio Poidomani, il lancio è costato 400mila euro e riguarda soprattutto le regioni del centronord, con puntate nelle stazioni ferroviarie di tutta Italia e sui bus di Roma, Bologna e Milano. Obiettivo della campagna è il «rinnovamento nel solco della tradizione», mentre il target sono «i giovani e quella metà del Paese che ‘non ci sta’».

Che? Stai pensando a gruppi di giovani che discutono, facce sorridenti, ambienti metropolitani, motorini e libri? Ma no… è Toscani, baby.

Guarda qua (e clicca per vedere meglio).

unita-toscani2

14 aggettivi che galleggiano sul fondoschiena di una ragazza, che dovrebbe essere «intelligente», «rivoluzionaria», «coraggiosa», «impegnata» eccetera (il «rinnovamento»?), solo perché indossa la solita minigonna, sulle solite gambe perfette ed è, come al solito, fotografata da dietro (il «solco della tradizione»?).

Ma… legge anche l’Unità, per caso? Bah, da quel che vedo si limita a tenerla in tasca, giusto per mostrare che il nuovo formato è davvero «mini» (uh, che doppio senso!). Come dire: un fatto di tendenza, non di contenuti. D’altra parte la ragazza è ritratta, come al solito, senza testa.

Insomma, ero già arrabbiata a vedere la foto, figuriamoci a leggere il duetto che Concita De Gregorio, da agosto direttore dell’Unità, e Oliviero Toscani, direttore della campagna, hanno inscenato per la stampa (dal Corriere del 23 ottobre 2008).

Concita: «Anche Gramsci lo avrebbe fatto. L’immagine scelta non deve destare scandalo. Il corpo di una donna questa volta viene usato per pubblicizzare un prodotto intellettuale. Mi sembra pertinente. È molto peggio quando è utilizzato per accompagnare la pubblicità di un’auto oppure un detersivo per i piatti.»

Oliviero: «Non ho mai pensato a un’Unità femmina perché ha sempre avuto una connotazione maschile. Dobbiamo partire dal concetto di mini, ma anche della donna che questa volta non è in una posizione di sottomissione ma in un atteggiamento forte, non viene strumentalizzata, ma strumentalizza in una posizione di comando.»

Forse qualcuno potrebbe accusarmi di moralismo, perbenismo e finanche oscurantismo. Come se fossi scandalizzata. Lo ammetto, sono stanca di vedere usato il corpo delle donne (peggio ancora se a pezzi) per vendere qualcosa. (Fosse per me, introdurrei un divieto, mica per censura… nooo, solo per mettere alla prova la fantasia dei pubblicitari e dei loro committenti). E comincio a essere stanca di vedere a pezzi anche il corpo maschile.

Ma il punto non è lo scandalo. Usare il fondoschiena di una ragazza in pubblicità non fa scandalo da almeno trent’anni. (E non lo fa neppure se interviene un censore, beninteso.)

Il problema è la noia.

Il problema è che non si sia trovata neppure un’ideuzza nuova (bastava «mini», no?), per pubblicizzare una presunta novità.

Ma un problema ancor più grande è il modo in cui l’Unità, con questa campagna, ha immaginato i suoi lettori: talmente sciocchi da lasciarsi abbindolare da 14 parole scontate e una minigonna dall’aria perbene. Talmente vacui da comprare il giornale per ostentarlo come un telefonino, un borsa griffata, un gadget di tendenza.

È a questi (e)lettori che si rivolge la nuova sinistra?