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Perché l’articolo del Corriere sull’uomo che aveva pagato Pamela per fare sesso era sbagliato

Corriere

Oggi è uscita su Valigia Blu questa mia riflessione:

I fatti sono noti: il 7 febbraio esce sul Corriere della sera un articolo di Fabrizio Caccia (inviato a Mogliano) sull’uomo che, poco prima che Pamela Mastropietro fosse orribilmente uccisa nei pressi di Macerata (mentre scrivo non sono ancora chiare le cause della sua morte), aveva avuto con la ragazza un rapporto sessuale in cambio di denaro. In poche ore il pezzo suscita sui social media reazioni di rabbia, sconforto, indignazione e un gran numero di critiche anche ben argomentate, a tal punto che due giorni dopo il Corriere decide di eliminarlo. Così, di colpo, senza commenti né scuse per l’errore. Un errore gravissimo, invece, sul quale una testata giornalistica come il Corriere della sera (che è il quotidiano più venduto in Italia) avrebbe dovuto fare una riflessione pubblica e trasparente, scusandosi con i lettori e le lettrici, facendo autocritica e proponendo una ricostruzione diversa di quanto accaduto alla ragazza prima che fosse barbaramente uccisa.

Cerco di spiegare perché l’errore del Corriere è pesante, innanzi tutto dal punto di vista umano ed etico, poi giornalistico e comunicativo. Continua a leggere

La mania di fotografare i dettagli: piedi, mani, tatuaggi, pizze…

L'estate breve del dettaglio

In attesa di riprendere il blog a pieno regime, pubblico un articolo di Sara Bicchierini, uscito sul Corriere della sera cartaceo e su La 27ma ora sabato, col titolo «L’estate breve del dettaglio», in cui sono stata intervistata assieme ad altri/e.

Caviglie adagiate a bordo piscina. Tramonti romantici che spuntano da dietro l’ombrellone. Pomodorini accarezzati da una goccia di aceto balsamico su piatti immacolati. Immagini dell’estate che volano via veloci Continua a leggere

Quattro chiacchiere su SpotPolitik con Eco e Testa

Domani alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano, alle ore 18:30, ho l’onore e il piacere di chiacchierare di SpotPolitik con Umberto Eco e Annamaria Testa. Clic per ingrandire:

SpotPolitik presentazione a Milano

Colgo l’occasione per raccogliere qui tutte le recensioni, segnalazioni e interviste che il libro ha ottenuto finora, su carta e on line, ringraziando ancora una volta chi mi ha dedicato tempo e attenzione.

Sulla carta (in ordine cronologico decrescente):

Il Mondo, 25 maggio 2012, Antonio Calabrò “Questa pazza, pazza politica”

La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 aprile 2012, Gino Dato “Dimmi come parli e ti dirò che politico sei”

Repubblica, 25 marzo 2012, Luca Sancini “Errori e orrori dei politici in tv”

Europa, 17 marzo 2012, Roberto Fagiolo “Perché la casta non sa comunicare”

Repubblica, 13 marzo 2012, Anais Ginori “Uomini che copiano le donne”

Repubblica, 3 marzo 2012, Giovanni Valentini “Quando le donne non fanno notizia”

Corriere della sera, 2 marzo 2012, Maria Antoniettà Calabrò “McLuhan aveva torto: nei discorsi dei politici serve più sostanza”

On line (in ordine cronologico decrescente):

Blog Adci (Art Directors Club Italiano), 6 giugno 2012, Massimo Guastini “Giovanna Cosenza ‘one of us'”

Server Donne, 28 maggio 2012, “SpotPolitik. Marzia Vaccari intervista Giovanna Cosenza” (video)

Nybramedia, 19 maggio 2012, Armando Adolgiso “Intervista su SpotPolitik”

Il corpo delle donne, 5 maggio 2012, Lorella Zanardo “Votate domani? Leggete SpotPolitik!”

Spinning Politics, 22 aprile 2012, Walter Di Martino “Oltre la SpotPolitik”

Tafter Cultura e Sviluppo, 17 aprile 1012, “Recensione a SpotPolitik”

Lipperatura, 30 marzo 2012, Loredana Lipperini “Ciao, casalinga leccese”

Il mestiere di scrivere, 26 marzo 2012, Luisa Carrada “SpotPolitik: se la conosci la eviti”

Nybramedia, 16 marzo 2012, Armando Adolgiso “Recensione a SpotPolitik”

Valigia Blu, 14 marzo 2012, Matteo Pascoletti “SpotPolitik. Perché la ‘casta’ non sa comunicare”

Nuovo e utile, 8 marzo 2012, Annamaria Testa “La destra, la sinistra, il web e una bella storia cominciata su NeU”

Nazione Indiana, 7 marzo 2012, Orsola Puecher “SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

Il Comizietto, 5 marzo 2012 “Recensione a SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

I giovani sono davvero così deprimenti come dicono le statistiche?

Dopo gli scivoloni del presidente Monti e della ministra Cancellieri sul «posto fisso» e sul fatto che i giovani preferiscano un lavoro vicino a mamma e papà, ieri sul Corriere Renato Mannheimer ha presentato i risultati di una ricerca del suo istituto, da cui emergerebbe un’immagine dei giovani fra 18 e 34 anni che conferma appieno i pregiudizi espressi dal governo.

Bamboccioni siete voi

Poiché la ricerca completa non è stata pubblicata, devo attenermi alla sintesi di Mannheimer:

«Alla richiesta di scegliere qual è l’aspetto più importante in una occupazione, più di uno su tre cita senza esitazione il “posto fisso” che risulta contare assai più dello stipendio e ancor più dell’interesse del tipo di lavoro. […]

Questi orientamenti sono confermati anche dalle risposte al quesito relativo alla preferenza tra un lavoro “sicuro anche se meno redditizio” e uno “meno sicuro con più prospettive di reddito”: quasi nove giovani su dieci (per l’esattezza l’84%) optano senza esitazione per la prima alternativa. […]

Di qui una netta (per il 75%, con una diminuzione, comunque, rispetto a due anni fa quando era l’84%) predilezione per un mercato del lavoro “meno flessibile, con meno possibilità di licenziamenti, anche a costo di stipendi più bassi” piuttosto che uno “più flessibile, ma che favorisce stipendi più elevati”. Invece solo poco più di metà (56%) dei giovani italiani dice sì all’idea di un posto di lavoro, anche se fisso, in un altro Paese europeo: l’apertura appare molto maggiore tra i giovanissimi fino a 24 anni, mentre si attenua, forse a causa di famiglie già formate, tra chi ha tra i 25 e i 34 anni. È curioso notare che la disponibilità a trasferirsi appare relativamente più elevata tra chi possiede un diploma di scuola media superiore. I laureati, invece, forti del loro titolo di studio, appaiono paradossalmente più restii a spostarsi.

Questa è, dunque, la cultura del lavoro prevalente nelle nuove (ma anche nelle vecchie) generazioni del nostro Paese. Se è vero, come molti autorevoli studiosi e osservatori hanno sottolineato in queste settimane, che la prospettiva del posto fisso a vita è ormai sulla via del tramonto, travolta in particolare dai processi di globalizzazione e dalla sfavorevole congiuntura economica, è vero anche che questo mutamento pare accolto con grande sfavore e ostilità dagli italiani (e non solo da questi ultimi).»

Ora, è chiaro che, in un momento in cui tutti soffiano sul fuoco dell’incertezza e della paura, se chiedi a qualcuno: preferisci un posto «sicuro anche se meno redditizio» o uno «meno sicuro con più prospettive di reddito», questo qualcuno è molto probabile che scelga la prima alternativa. Ma siamo sicuri che non otterremmo la stessa risposta anche in altre fasce d’età, ben oltre i 18-34 anni? Sicuri che non risponderebbero così tutti coloro che vedono a rischio il loro posto di lavoro, indipendentemente dall’età che hanno? Io non lo sono, e nemmeno Mannheimer lo è, visto che mette fra parentesi «ma anche nelle vecchie generazioni».

E aggiungo: in un quadro di incertezza globale sempre maggiore, non solo italiana, siamo sicuri che la scarsa propensione a muoversi che esprimono i 18-34enni che hanno riposto al questionario non sia frutto, invece che di mammoneria, di una valutazione razionale del fatto che, poiché anche all’estero le cose non vanno meglio, tanto vale restare in Italia?

Insomma sono perplessa, perché l’articolo sembra confermare troppo facilmente i pregiudizi sui «bamboccioni». Quasi volesse giustificare gli ultimi scivoloni del governo. Ovviamente, prima di giudicare, vorrei vedere la ricerca completa.

Ma nel frattempo mi chiedo: a chi e cosa serve confermare di continuo questa rappresentazione recessiva e deprimente dei giovani italiani? Sugli stessi toni, pur mitigati dal pentimento finale, è l’articolo di Ilvo Diamanti oggi su Repubblica. A cosa serve tutta questa insistenza, se non a frustrare ulteriormente i giovani, a convincerli che non valgono nulla? Perché si continua a farlo? Io per mestiere incontro tutti i giorni ventenni che contraddicono questo stereotipo. Vivo e lavoro in una bolla fortunata?

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Le lacrime di Elsa Fornero: significati, reazioni e automatismi di massa

La commozione di Elsa Fornero mentre pronuncia la parola «sacrificio» in conferenza stampa si guadagna, com’era prevedibile, la prima pagina di quasi tutti i quotidiani.

Le decine di commenti sulle lacrime, fra ieri e oggi, si dividono in due:

  1. quelli/e che le valorizzano positivamente, vedendo la commozione di Elsa Fornero come un segno di grande coinvolgimento personale e sottolineando come l’episodio sia servito a scaldare la complessiva freddezza della conferenza stampa (vedi per esempio «Anche i tecnici hanno un’anima» di Filippo Ceccarelli su Repubblica, ma anche le dichiarazioni di Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare, riprese da La ventisettesima ora del Corriere);
  2. quelli/e che al contrario ne sono infastiditi, perché «siamo noi a dover piangere, non lei», perché «basta con questa storia che le donne piangono in pubblico», o addirittura perché «è chiaramente una messinscena per tenerci buoni»: vedi per esempio Libero, che oggi titola «Il governo chiagne e fotte», e il Giornale che titola «Piange il governo, noi di più».

Su entrambi i fronti stanno anche alcuni estremismi: dal lato dei favorevoli, c’era ieri chi salutava le lacrime di Elsa Fornero come (prendo a caso da Twitter e Facebook) un «evento storico», «il momento più alto della politica italiana da decenni»; dal lato dei denigratori, c’era invece chi si scandalizzava perché «ora tutti si concentreranno sulle lacrime e nessuno parlerà dei contenuti della manovra», perché «un ministro non deve piangere», o perché «un ministro non deve piangere, specie se donna, perché altrimenti tutti dicono che le donne sono deboli».

Volendo stare al di qua degli estremismi da ambo le parti, vale la pena precisare alcune cose:

  1. Elsa Fornero non è «scoppiata a piangere», né Monti ha «dovuto consolarla», come ha scritto ad esempio il Corriere (ma fa’ una ricerca su internet e vedi quanti blog – tantissimi – hanno usato espressioni analoghe): è stato un momento di commozione assai contenuto (una lacrima o due), di cui subito la ministra si è scusata con grande compostezza; inoltre Monti ha semplicemente proseguito per pochi secondi in sua vece, mettendoci subito dell’ironia per sdrammatizzare («commuoviti, ma correggimi»).
  2. Tutti i media hanno ripreso – è vero – le lacrime di Elsa Fornero, ma non è accaduto, come alcuni temevano, che le lacrime siano diventate pretesto per non parlare dei contenuti della riforma delle pensioni: di questi contenuti parlano oggi tutti i media, con numerosi approfondimenti (sulla carta, in rete, in televisione). Basta aver voglia (e tempo) di seguirli.
  3. Sarebbe il caso che coloro che si sono scatenati contro l’«ipocrisia» di queste lacrime, supponendo di assumere una posizione «di sinistra», perché «la Fornero è ricca, mentre i poveri pensionati non arrivano a fine mese, eccetera» riflettessero sulla coincidenza della loro posizione con quella di Libero e il Giornale, e si chiedessero se non sono proprio loro, a essersi troppo concentrati sulle lacrime a sfavore dei contenuti.
  4. Inviterei tutti, da ambo le parti, a scollegare le lacrime dalle questioni di genere: il tema non è se Elsa Fornero si sia commossa «in quanto donna», né se «le donne usino il pianto per manipolare», e neppure se «a una donna sia concesso di piangere più che a un uomo». Elsa Fornero si è commossa «in quanto persona», punto. Poteva commuoversi anche un uomo, al posto suo? Certo: nella nostra cultura gli uomini sono educati a non piangere e dunque sono in media più capaci di trattenere le lacrime delle donne, ma può accadere anche ai politici, non solo alle politiche, di piangere in pubblico, in momenti di grande tensione e stanchezza. Penso ad esempio alle lacrime di Fassino, appena eletto sindaco (vedi L’emozione (mostrata e nascosta) di due sindaci neoeletti: Fassino vs. Merola).

Ora, dal punto di vista comunicativo che un personaggio pubblico si commuova non è certo cosa negativa, anzi, perché non solo esprime coinvolgimento personale, ma lo suscita negli altri e lo fa per una sorta di automatismo psico-antropologico: vedere qualcuno piangere ci tocca sempre, sia nel senso della vicinanza empatica, che per alcuni arriva addirittura al contagio, sia nel senso del rifiuto viscerale (per evitare il contagio, appunto). Il che in parte spiega perché le reazioni siano state anche estreme.

Certo, alcuni politici conoscono i vantaggi del pianto in pubblico e lo simulano, se ne sono capaci, al momento opportuno. Ma per simulare il pianto in pubblico in modo credibile, occorre essere attori molto bravi, altrimenti le persone si rendono conto della finzione: ricordo ad esempio quanto sembrò fasulla la commozione di Luca Barbareschi alla convention di Futuro e Libertà nel novembre 2010 (vedi La confezione di Barbareschi e i contenuti di Fini).

Ma Elsa Fornero non è né attrice né politica consumata e la sua commozione era visibilmente autentica. Che la conferenza stampa ne abbia tratto vantaggio dal punto di vista comunicativo è indubbio: senza di lei Monti sarebbe apparso ancora più freddo e Passera ancora più consigliere di amministrazione. Ma chi l’accusa di strategia manipolatoria soffre evidentemente di allucinazioni.

E chi la sbeffeggia «in quanto donna» non vede che la commozione di Elsa Fornero è stata molto più maschile – se di differenze di genere vogliamo parlare – di quanto voglia ammettere, perché subito seguita da scuse, e soprattutto compensata da una chiarezza e lucidità di esposizione – prima e dopo le lacrime – che i suoi colleghi uomini non sono riusciti a eguagliare.

Neolaureati e mercato del lavoro

Bachelor è un’azienda milanese con quattro sedi operative in Europa (Lausanne, Stuttgart, Madrid, Goteborg), nata nel 1998 e specializzata in ricerca e selezione di neolaureati nei primi 48 mesi di lavoro.

Il 24 settembre è uscito il primo Rapporto Bachelor «Neolaureati e mercato del lavoro», un’indagine sul percorso universitario e l’inserimento in azienda di un campione di 2.000 neolaureati che hanno conseguito il titolo tra il 2004 e il 2008 (grazie a Mariella Governo per la segnalazione). Il campione è stato estrapolato dalla banca dati di Bachelor, che contiene i profili di circa 22.000 laureati, provenienti soprattutto dalle università milanesi. Gli atenei più rappresentati nel campione sono il Politecnico e la Bocconi.

Questa è la sintesi dell’indagine, che ho rielaborato dal sito di Bachelor (QUI anche il pdf):

  1. Il settore che offre maggiori possibilità di lavoro è quello privato e la retribuzione mensile media è di circa 1.300 euro netti.
  2. Il 48% dei laureati ha svolto come primo impiego uno stage della durata di 6 mesi, mentre il 25% ha trovato subito un lavoro a tempo indeterminato. Sono stati soprattutto gli ingegneri a trovare contratti a lungo termine.
  3. Chi ha svolto uno stage o ha lavorato prima di finire gli studi, ha avuto il 17% di probabilità in più di trovare il primo impiego a meno di un mese dalla laurea. Circa il 30% dei laureati ha fatto uno stage cosiddetto “curricolare” (cioè precedente il conseguimento del titolo), di durata medio-lunga (tra i 2 e i 5 mesi).
  4. Informatici e ingegneri trovano spesso lavoro prima di finire gli studi. I settori presso cui i  trovano più impiego sono quelli dell’Information Technology e della Ricerca & Sviluppo.
  5. L’89% dei laureati pensano che lavorare all’estero sia meglio che in Italia, perché all’estero ci sono maggiori possibilità che i propri meriti siano riconosciuti e maggiori sbocchi professionali.
  6. Anche se l’estero attira i giovani laureati, il 58% di loro vive ancora nella famiglia d’origine. I laureati che non vivono sotto il tetto familiare non sono di Milano, ma si sono trasferiti per motivi di studio o lavoro.
  7. A laurearsi nelle università milanesi, specie al Politecnico e alla Bocconi, non sono solo i figli di papà: la condizione familiare non sembra influenzare la scelta di iscriversi o meno all’università. Solo il 34% dei laureati ha almeno un genitore con la laurea. Il 33% ha la madre casalinga. Piuttosto, la famiglia d’origine sembra condizionare le aspettative dei neolaureati: alto livello di capitale sociale e culturale può significare avere aspettative maggiori, il che porta a rifiutare i posti di lavoro meno vantaggiosi o qualificati anche in assenza di alternative. Secondo i dati, infatti, i più veloci a trovare lavoro sono i figli di artigiani, dirigenti e professionisti meno qualificati.
  8. L’essere maschi o femmine influisce ancora sulla scelta del percorso di studi. Nei corsi di laurea ingegneristici il 78% sono uomini. Qualche cambiamento è avvenuto nel settore degli studi economici, fino a qualche anno fa frequentati soprattutto da ragazzi. Qui oggi le donne hanno toccato punte di presenza attorno al 49%.
  9. A parità di candidature maschili e femminili per lo stesso lavoro, le donne hanno il 46% di probabilità di essere assunte. I settori in cui trovano più impiego sono quelli di tipo amministrativo-finanziario e nell’area marketing e comunicazione.
  10. Per quanto riguarda le retribuzioni, invece, la parità di genere si dà solo all’inizio. Appena laureate, le ragazze guadagnano in media 1390 euro netti, contro i 1340 dei ragazzi. Per raggiungere questo traguardo, però, le laureate hanno dovuto mostrare di essere più brave negli studi, di laurearsi con voti più alti e in tempi più brevi. Inoltre, l’iniziale (piccolo) vantaggio retributivo non si protrae negli anni: nella fascia 30-35 anni le donne si trovano di fronte al dilemma carriera o famiglia.

Sulla questione di genere nel mercato del lavoro, leggi anche l’intervista che Umberto Torelli ha fatto sul Corriere a Salvatore Corradi, fondatore di Bachelor: «Stipendi: il sorpasso delle donne».

La partenza in salita di Pier Luigi Bersani

Pier Luigi Bersani è il nuovo segretario del Pd. Qualcuno sperava in un risultato diverso? Io no. Qualcuno si sentiva confortato dal tam tam mediatico degli ultimi giorni, che parlava di un possibile «ribaltone»? Io no.

Il risultato era chiaro dall’inizio, come sempre nelle cosiddette primarie del Pd. E le chiacchiere mediatiche dell’ultim’ora servono solo ad aumentare il numero dei votanti, per dare più forza alla nomina del predestinato.

Anche questo, tipico del Pd.

Il problema fondamentale di Bersani è la comunicazione. (Qualcuno pensava un’altra cosa? 😀 ) Anche gli altri due candidati, Dario Franceschini e Ignazio Marino, erano (sono) messi male, con una differenza: non sono capaci, ma ci provano (o hanno l’aria di provarci), mentre Bersani non ci prova nemmeno. È rimasto fermo all’era preberlusconiana. Il che può fare simpatia ai nostalgici pre-Pd, ma non lo aiuterà a costruire un’alternativa all’attuale centro-destra.

Fra l’altro, giusto una settimana fa il centro-destra ha mostrato di essere ben preparato all’avvento di Bersani, scippando al suo linguaggio – e, più in generale, a tutta la sinistra – uno degli ultimi temi di sua proprietà: il posto fisso.

È in quest’ottica che va letta l’unanimità con cui Berlusconi e Tremonti si sono all’improvviso profusi in dichiarazioni sull’importanza del posto fisso, blandamente corretti solo da Emma Marcegaglia. Un titolo a caso, dal Corriere del 20 ottobre: «Berlusconi: Io sto con Tremonti. Posto fisso e partite IVA sono un valore».

Come dire: verrà Bersani? e noi gli freghiamo i temi in anticipo.

Naturalmente il segretario neoeletto fa come se nulla fosse.

Da Repubblica di oggi:

«Pier Luigi Bersani è già attivo di buon’ora nonostante la lunga notte spesa ad attendere i risultati delle primarie. E in un’intervista radiofonica ai microfoni di Cnr, spiega che “il primo gesto da segretario sarà quello di occuparmi del lavoro e della precarietà, poiché credo che abbiamo bisogno di riportare la politica ai fondamentali”» (La Repubblica, 26 ottobre 2009).

Dal punto di vista comunicativo, cominciare sul terreno predisposto dall’avversario è una partenza in salita.

Spero che Bersani abbia fiato.