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Si può guardare Fiorello senza essere né qualunquisti, né «rosiconi»

Parlare di Fiorello in questi giorni è difficilissimo. Se lo critichi, passi per «rosicona», come lo stesso Fiorello ha etichettato Sabina Guzzanti che su Twitter lo definiva «noiosissimo». Lui non ha certo dimostrato di saper accettare le critiche, ma lei in effetti aveva fatto la spocchiosa, dicendo di averlo visto solo cinque minuti: come fai a giudicare una trasmissione in cinque minuti?

Ma pure se ammetti che ti piace, finisci male: con la crisi che c’è, come fai a cedere alla nostalgia di un varietà che ricorda quelli di Antonello Falqui, come ha detto Arbore (aggiungendo però che lo fa in modo dichiarato «ed è qui la sua forza»)? E se hai un minimo di cultura, come fai a farti attrarre da uno spettacolo che «innova senza innovare», come ha detto Baudo?

Insomma, se dici che Fiorello ti è piaciuto e ti ha fatto ridere, passi per qualunquista e sempliciotta.

Ma l’audience include tutti, sempliciotti e rosiconi, e dunque i dati di ascolto continuano ad aumentare: prima puntata 39,19% di share, seconda 42,59%, ieri 43,18%.

Vorrei allora focalizzare l’attenzione sull’operazione complessiva della Rai. Ieri Fiorello l’ha esplicitata subito:

«Ma sì, abbiamo voluto fare un inizio così, ma proprio apposta, apposta, amici che siete a casa, per farvi dimenticare almeno per un minuto, due minuti, tutti i problemi, questa crisi che ci affligge. Allora uno vede queste piume, questi ba… (so’ spariti? ammazza), tutti questi ballerini e non ci pensa più.

L’abbiamo fatto apposta per voi, fatevi una risata, pure finta, ma fatevela, via! Che bello, ridiamo in faccia a questa crisi, non ne possiamo più, non ne possiamo più… sempre crisi crisi crisi crisi crisi… l’Italia, siamo noi, siamo noi, quelli che faremo crollare l’Europa, maddeché? dicono a Roma, ddeche? che in Spagna stanno peggio di noi, la corrida la stanno facendo con le pecore, la stanno facendo…».

E così via, passando per l’invito a «capoccione Sarkozy» a «stare sciallo» e finendo con la canzone «E la crisi, la crisi. E la crisi l’è bela, l’è bela…» sulle note di «E la vita, la vita» che Cochi e Renato cantavano all’inizio degli anni 70, anche per esorcizzare – guarda caso – un’altra crisi, quella petrolifera del 1973, che portò l’Italia alle tristezze della cosiddetta austerity (domeniche senz’auto, riduzione dell’illuminazione stradale e commerciale, ecc.).

Questo per dire che la battuta, la risata e la canzonetta sono da sempre il modo più semplice ed efficace con cui la televisione distoglie l’attenzione dai problemi. Il trucco funziona in tutti i paesi del mondo, ma con gli italiani ha una forza particolare.

Vuol dire che Fiorello è un astuto manipolatore? No, è solo un eccellente strumento, uno showman bravissimo ed eclettico che la Rai sta usando anzitutto per mettere una toppa alla sua, di crisi, e guadagnare introiti pubblicitari a gogò, come sta facendo da tre settimane.

Dopo di che, a ben osservare ciò che accade dopo Fiorello, con Bruno Vespa che in «Porta a porta» continua l’autocelebrazione della Rai, si capiscono altre cose:

  1. Vespa esordisce contrapponendo la propria trasmissione alle «reti progressiste»: «Tanti anni fa le reti progressiste dicevano “Adesso finalmente possiamo parlare dei problemi dei lavoratori eccetera, e facevano dei programmi terrificanti, ma concentrati sui problemi eccetera. I lavoratori però, che avevano lavorato tutto il giorno alle presse, tornavano a casa e sentivano dentro alla televisione tutti i loro problemi, si intristivano e cambiavano canale. Fiorello l’ha capito e quindi cerca di esorcizzare e dire “Vabbe’, un momento di allegria, se la piglia con Sarkozy, interpretando un sentimento largamente condiviso, e quindi anche in questo diventa popolare, e cerca appunto di esorcizzare la crisi dicendo che alla fine ce la faremo”».
  2. Vespa approfitta della gag di Fiorello che si rivolge a Putin, per chiarire che «Il lettone di Putin non esiste: Putin ha regalato a Berlusconi un quadro dell’Ottocento, nel quale è ritratto un letto con baldacchino. Berlusconi dice a un amico architetto: “Voglio un letto come questo” e l’amico gli risponde: “Ma io te lo faccio meglio”, e gli fa un lettone con il baldacchino, piuttosto bello, tanto che Berlusconi ha sempre detto “Non ho mai capito se le mie visitatrici vengono per me, o perché è bello il letto”».
  3. Infine spiega che le radici del successo di Fiorello stanno in valori «abbastanza consolidati come la famiglia e l’amore». E lancia un servizio che mostra l’attaccamento di Fiorello alla famiglia d’origine e alla sua, con la moglie che l’ha salvato dalla perdizione, e tutto ciò che sappiamo.

Insomma, con Porta a Porta il centrodestra sta cominciando a ricostruire la sua rispettabilità nel dopo Berlusconi, vale a dire sta ritessendo la rete di valori ed emozioni che faranno da sfondo alla campagna elettorale. Una rete che gli scandali sessuali e la crisi economica hanno sfilacciato e che perciò occorre ricucire. Il tempo per lavorare bene c’è, visto che le elezioni saranno nel 2013, come ha ribadito Berlusconi ieri fuori dal tribunale di Milano, e bisogna lasciare Monti tranquillo a lavorare.

E Fiorello? Lui è uno strumento, dicevo. Ben pagato e certo almeno in parte consapevole, ma convinto – immagino in buona fede – che «non c’è niente di male se gli italiani ridono un po’».

Già, che male c’è? Infatti ieri ho mollato Gad Lerner, che di solito vedo al lunedì, per seguire Fiorello. E mi sono divertita, a parte una certa lentezza di troppo (ma dopo un po’,  se ti lasci andare, non la noti nemmeno).

Qualunquista? Pronta a seguire il riflusso? No, umana. E per mestiere osservatrice: guardo Fiorello, capisco un sacco di cose e, nel frattempo, mi faccio pure due risate.

Fiorello parla della crisi:

Un fermo immagine dal «Porta a porta» di ieri:

Per rivedere tutta la puntata di «Porta a Porta» di ieri, questo è il link al sito della Rai.

La paura dei bambini Diesel

Firenze, stazione di Santa Maria Novella. In attesa di un treno ad alta velocità in ritardo di mezz’ora (!), incupita dalla stanchezza e dallo squallore di una delle più malandate stazioni italiane (e poi dicono del sud), allibisco di fronte all’ultima campagna Diesel Kid.

Non ho mai sopportato la retorica pubblicitaria dell’infanzia caramellosa e paffuta, ma i corpicini smagriti, gli occhi spiritati e le facce terrorizzate di quelle foto… bah. D’accordo, è la tipica scenografia horror del castello ombroso con nebbia e laghetto, ma è inevitabile leggerci altre cose: solitudine, violenza, futuro incerto. Paure degli adulti proiettate sui piccoli, insomma. In una parola: crisi.

Ma fra il balocchi e il terrore, una via di mezzo non si potrebbe trovare?

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Per la campagna completa vedi QUI.

Canzoni e crisi economica

Ieri Giulia Zonca, giornalista della Stampa, mi ha chiesto un parere da semiologa sulle canzoni che parlano di crisi economica. Scorrendo la lista che mi ha fornito, ho un po’ scoperto e un po’ ricordato che ce ne sono diverse, dagli anni ’30 del secolo scorso a oggi.

La cosa non mi ha affatto stupita: si entra in crisi (non solo economica, ma personale, di coppia, famiglia) quando si perde qualcosa e qualunque perdita o mancanza – insegna la semiotica narrativa da Propp in poi – è uno stimolo potente per raccontare storie.

Mi pare che le canzoni abbiano sempre affrontato la crisi economica con tre scopi fondamentali:

(1) per denunciare disagi sociali e indurre alla ribellione, nel solco della tradizione rock;

(2) per consolare, condividendo le emozioni negative che accompagnano ogni crisi;

(3) per riderci sopra e dunque esorcizzarla.

Le tre funzioni – naturalmente – spesso si mescolano.

Riporto un esempio per ogni funzione, ma sono molti di più e l’argomento merita di essere approfondito in una tesi di laurea triennale.

Canzone per DENUNCIARE: “Radio Conga” dei Negrita (il singolo è uscito sabato scorso) (video amatoriale).

Canzone per CONSOLARE: “La crisi” di Ivano Fossati (1979) (video amatoriale).

Canzone per SCHERZARE: “Ma cos’è questa crisi” di Rodolfo De Angelis (1933)

Il linguaggio della crisi economica

Gaël – che ringrazio – mi segnala questo articolo del Sole 24 ore di ieri, sugli eufemismi che la crisi economica ha introdotto nelle imprese americane:

LA CRISI CAMBIA LE «LETTERE» PER I LICENZIAMENTI

di Monica D’Ascenzo

«Dear employee, you are simplified». Suona di certo meglio del celebre «You are fired» che Donald Trump gridava in faccia agli sfortunati partecipanti al reality finanziario «L’apprendista» che ha spopolato sulla tv americana. L’enfasi è diversa, ma la sostanza non cambia: «semplificato» è solo uno dei nuovi termini con cui le imprese americane stanno cercando oggi di addolcire la pillola delle ristrutturazioni aziendali.

Con la recessione che avanza, il problema di come comunicare i tagli al personale è diventato talmente frequente che le società hanno iniziato a creare un nuovo linguaggio per preservare un’immagine positiva nei confronti dei dipendenti e del mercato. Così la scorsa settimana il ceo di American Express, Kenneth Chenault, ha preferito parlare di «re-engineering plan» per annunciare 7mila tagli al personale, pari al 10% della forza lavoro della società. C’è chi invece preferisce «cost improvement plans», cioè piano di miglioramento dei costi che tanto piace agli analisti e agli investitori in Borsa: come nel caso di Rodger Lawson, presidente di Fidelity Investment, quando ha descritto 1.300 tagli in una nota al suo staff.

Ma la lista degli eufemismi continua ad arricchirsi con termini come «rightsizing», letteralmente in finanza la riallocazione delle azioni di un aumento di capitale non sottoscritte. Oppure «reduction in force» o «workforce reduction», riduzione della forza lavoro. Ma anche «streamlining», nel senso di ottimizzazione.

Non manca per altro chi vuole dare all’azione un senso più alto. Lo scorso mese Elon Musk, ceo di Tesla Motors, in un post sul sito della società ha definito i tagli del 10% del team che opera sull’auto elettrica come parte di una «special forces philosophy», ovvero una filosofia di azione rapida. Da eBay preferiscono, invece, parlare di «simplification» (semplificazione) riferendosi a 1.500 posti di lavoro in meno. Le metafore sono comunque varie: Jerry Yang, ceo di Yahoo, in una mail ai dipendenti ha definito i tagli del 10% del personale un modo «to became more fit», per snellire la società. Lo stesso Yang in un’altra occasione aveva parlato di «riallineamento del personale ai risultati».

Coloro che perdono il posto di lavoro poco apprezzano questa ricerca dell’eufemismo giusto, ma i manager ritengono ugualmente indispensabile per il bene della società comunicare al mercato che i tagli fanno parte di un piano e che la situazione è sotto controllo.

Di giorno in giorno si moltiplicano gli annunci di tagli al personale e negli Stati Uniti si è già raggiunto quota mezzo milione di posti di lavoro persi negli ultimi due mesi. Nella sola giornata di ieri hanno superato quota 11mila i licenziamenti annunciati: 2.200 Virgin Media, 1.300 Yell, 900 Volvo, 1.900 Gm oltre i 3.600 di venerdì scorso e 1820 Nokia Siemens. Questo forse si tradurrà anche in un ampliamento del vocabolario usato per l’occasione, di certo non c’è eufemismo che possa consolare quanti si trovano senza uno stipendio e magari con famiglia e mutuo a carico.»

Monica D’Ascenzo, Il Sole 24 ore, 12 novembre 2008