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Studenti&Reporter 8 – Bologna e i suoi giovani, fra graffiti e hip hop

Per l’inchiesta di Studenti&Reporter, uscita ieri su Repubblica Bologna, ci siamo occupati di gruppi giovanili, spazi urbani, graffiti e cultura hip hop.

Il mio pezzo introduttivo:

In viaggio nel conflitto tra i giovani e la città

L’inchiesta di Daniele Dodaro, Gloria Neri, Valentina Scattolari:

Dal mercato delle erbe alla Minganti: così i b-boys sono diventati un’attrazione

Un’intervista di Daniele Dodaro:

Eka, mamma e b-girl: «La bimba balla con me»

Riporto qui il mio pezzo introduttivo, che ha qualche dettaglio in più di quello uscito sul quotidiano:

Bologna è sempre stata ambivalente verso i gruppi giovanili che chiedono spazi per attività di socializzazione, svago, sperimentazione: a volte li accoglie e addirittura li coccola, offrendo strutture, risorse, visibilità; a volte si fa indifferente e perfino scostante, negando permessi e imponendo divieti.

Negli ultimi anni le polemiche sui graffiti e i muri sporchi hanno restituito un’immagine fuorviante del rapporto fra la città e i suoi giovani: come se i ragazzi, da un lato, portassero solo sporcizia e degrado; come se la buona amministrazione, dall’altro, fosse solo una questione di intonaco sui muri.

Abbiamo deciso allora di fare una ricognizione sui gruppi giovanili che vivono gli spazi del centro e delle periferie bolognesi, sui loro simboli e rituali.

E abbiamo deciso di cominciare dalla cultura hip hop, perché è connessa ad alcune pratiche di graffitismo e writing, ma solo a quelle che gli esperti classificano come «artistiche», non agli scarabocchi che il commissario Cancellieri promette di ripulire, riprendendo iniziative avviate – e interrotte – da Cofferati nel 2007 e Delbono prima delle dimissioni.

Ma il mondo hip hop non si esaurisce nei graffiti. Sono parte integrante di questa cultura, infatti, alcune pratiche legate all’ascolto e alla produzione di musica funk, breakbeat, rap: ad esempio il cosiddetto MCing, che è il canto rappato dei Masters of Ceremonies, capaci di improvvisare rime su qualsiasi base musicale e pure sul silenzio, e il DJing, che è l’attività dei Disc Jockeys volta a creare mix di suoni limpidi e definiti. Ma è hip hop anche un certo abbigliamento informale, contraddistinto da magliette colorate, pantaloni larghi con tasconi (i dickies) e gazzelle Adidas ai piedi, unico marchio che i ragazzi si concedono, perché il resto deve essere rigorosamente povero e non griffato (a Bologna si riforniscono in Montagnola, dove trovano pezzi vintage a basso prezzo).

È infine tipica della cultura hip hop soprattutto la danza di strada detta b-boying, a tutti meglio nota come breakdance, che nelle palestre si semplifica e combina con la danza jazz e contemporanea, finendo nei cosiddetti corsi di hip hop.

Allora ci siamo chiesti: dove si incontrano, in quali strade e piazze si allenano i b-boys e le b-girls bolognesi? Come li vedono i cittadini e i commercianti? E abbiamo scoperto una storia che comincia con la danza, passa dai graffiti e finisce nella civile convivenza. Per fortuna Bologna e i suoi giovani sono molto più interessanti e vivaci di come a volte la politica li rappresenta.

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Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 7 – Il tramonto di Bologna visto dagli studenti

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

Il sorriso dei candidati

Ieri su Repubblica Bologna è uscito – senza immagini e col titolo «Giudichiamo i candidati sindaco dal sorriso» – un mio articolo. Eccolo nella versione integrale, destinata al blog.

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La campagna per le amministrative si sta scaldando e le facce di due candidati sindaco, più degli altri, campeggiano per le strade di Bologna. Da metà febbraio, grigio su fondo arancio per Flavio Delbono; da qualche giorno rosa-rosso su blu per Alfredo Cazzola.

In fila sui viali intasati, cerco di capire cosa non va. Nelle due facce, intendo: sull’uso del colore arancio nei manifesti di Delbono mi sono già espressa QUI. Ma quelle facce… più le guardo meno mi convincono. Provo disagio, perché? (clic per ingrandirle.)

del-bono-manifesto

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La fila di auto è lunga e ho il tempo per riflettere. In entrambi i casi è un sorriso intenzionale, voluto; nel caso di Cazzola è anche un po’ tirato. Non sembra spontaneo, insomma, ma frutto  di una posa davanti a un fotografo che ha detto cheese. Da cosa si capisce?

Paul Ekman, noto studioso americano di espressioni facciali, spiega che per distinguere un sorriso spontaneo da uno intenzionale devi guardare le sopracciglia: se si abbassano mentre la persona sorride, con le tipiche zampe di gallina intorno agli occhi, allora il sorriso è spontaneo. Se invece la fronte e gli occhi restano tendenzialmente statici, o addirittura immobili, allora ci sono buone probabilità che il sorriso sia forzato. È chiaro che si può sempre fingere, ma per farlo in modo credibile bisogna sapere come si fa, ed essersi pure allenati. Bisogna essere un po’ attori, in sostanza.

Ma c’è di più. Il sorriso di Delbono, oltre che intenzionale, è anche «smorzato» perché ha le labbra strette e gli angoli della bocca abbassati. È come se stesse trattenendo qualcosa, come se non volesse esprimere emozioni. Risultato: Delbono appare compresso, distante.

Cazzola, dal canto suo, ha le sopracciglia aggrottate, cioè ha contratto quel muscolo della fronte che Darwin chiamava «muscolo delle difficoltà»: già questa definizione fa capire quanto possa essere controproducente fotografare un candidato corrugato. Come non bastasse, Cazzola mostra i denti, trasformando il sorriso in un ghigno un po’ aggressivo, beffardo. Ricorda lo Stregatto disneyano di Alice nel paese delle meraviglie, la cui dentatura esposta, preludio di beffe e tranelli, era tutt’altro che rassicurante.

stregatto-beffardo

Torno a casa e, per par condicio, cerco su Internet i sorrisi degli altri candidati, perché per strada ancora non ci sono. E scopro cose interessanti.

I sorrisi di Pasquino e Guazzaloca sono spesso accompagnati dall’abbassamento delle sopracciglia, e dunque sembrano più autentici. Meglio quando hanno la fronte distesa, per le ragioni già viste. Anche di Flavio Delbono si trovano foto con sorrisi spontanei: perché non le hanno usate per le affissioni?

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Meglio ancora quando i candidati sorridono alla gente. In questa pratica Guazzaloca è maestro. Non a caso, la sezione «foto e video» del suo sito è collegata a Flickr, dove diversi album fotografici lo ritraggono in mezzo alle persone comuni: donne uomini anziani ragazzini, tutti lo ricambiano e perfino lo abbracciano nei luoghi di lavoro, nelle piazze, nei centri sociali in cui li va a trovare. Ottimo. Se fossi in lui userei quelle immagini per le affissioni. Se fossi negli altri candidati, farei una cosa analoga.

Restano Monteventi, Morselli e, ultimo arrivato, Mazzanti. Che dire? Dei loro sorrisi, su Internet, ci sono scarse tracce. Monteventi ne ha fatto un marchio, il che implica, evidentemente, che i suoi lo riconoscano in quella stilizzazione; ma implica pure, purtroppo,  una certa chiusura verso l’esterno. In tempi di spiccata personalizzazione della politica, se non «ci metti la faccia» – quella vera, non disegnata – vuol dire che non sei abbastanza interessato a presentarti a chi non stia già dalla tua parte.

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Quanto a Morselli, sul sito della Destra federale la sua faccia c’è. Ma di sorrisi, neanche a parlarne. E per Mazzanti, candidato solo da qualche giorno, staremo a vedere.

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