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Quando gli «intellettuali» cancellano le donne

Tutti sanno che in questi giorni molti hanno cambiato l’immagine del loro profilo su Facebook con quella di una donna del passato o contemporanea, che sia rilevante per qualche ragione storico-social-culturale: da Anna Magnani a Alda Merini, da Ipazia a Sibilla Aleramo. L’idea è far riemergere biografie femminili che il modello omologato di donna-corpo proposto oggi dai media tende a dimenticare.

Mi ricorda Rossana Di Fazio – che dirige l’Enciclopedia delle donne – che non solo i mass media, ma anche i cosiddetti «intellettuali» (storici, filosofi, artisti) continuano a cancellare le donne. Che l’abbiano sempre fatto è noto, ma che continuino a farlo così meticolosamente e sistematicamente… speravamo di no.

Ecco per esempio cosa è accaduto al frequentatissimo Museo del Novecento, aperto da poco a Milano:

«Su quattro piani di Museo e centinaia di opere, dipinti, sculture, sono presenti nella collezione solo due artiste: Carla Accardi (con tre opere) e Grazia Varisco (idem). Ho notato una menzione a Margherita Sarfatti, animatrice culturale della Milano degli anni ’30.

Questo stato di cose è probabilmente dovuto al fatto che le collezioni del Museo derivano da collezioni esistenti e donazioni fatte a suo tempo al comune di Milano.

Ma io penso che oggi non si possa aprire un museo del 900 senza porre nella dovuta evidenza la presenza femminile nelle arti, presenza che nel corso del Novecento assume proporzioni che non si possono sottovalutare.

Tanto più che proprio Milano ha ospitato esposizioni fondamentali nella ricostruzione di questo percorso: «L’altra metà dell’Avanguardia» (a cura di Lea vergine) del 1980, o più recentemente «L’arte delle donne» (2007-2008), per non dire delle innumerevoli monografiche dedicate ad artiste di primo piano al PAC, a Palazzo Reale, alla fondazione Prada…

Insomma Milano conosce da vicino le artiste e il loro lavoro e così, certamente, Marina Pugliese, autorevole direttrice del Museo attentissima alle questioni centrali della fruizione artistica. La quale sarà certo sensibile al fatto che ogni museo propone un sistema di riferimento, un discorso, un percorso che è anche un sistema di valori da mettere o rimettere in circolazione.

Se non si poteva fare altrimenti, avendo ben poco nelle collezioni disponibili (per un vizio d’origine evidentemente), era necessario porsi il problema di questo vuoto, renderne ragione, magari lasciando alle artiste “un posto a tavola” che resti al visitatore ben chiaro:

“Qui dobbiamo metterci… Marina Abramovic, Louise Bourgeois, o Toyen, Rebecca Horn, Louise Nevelson e se dovessimo restare in Italia (chissà poi perché) Leonor Fini, Maria Letizia Giuliani, Antonietta Raphael Mafai, Norma Mascellani…” (ma in mezzo agli altri, per carità, non come ghetto di quota rosa).

Sono nomi che scelgo, volutamente, un po’ a caso, perché sono tantissimi, nonostante siano spesso sconosciuti al grande pubblico, che infreddolito nelle lunghe file esprime una necessità oltre che una curiosità, di entrare in una relazione viva con artefatti, materiali, idee, qualcosa di cui ha bisogno per delineare la propria sensibilità e condividerla e dialogare…Questo perché è chiaro che un intervento così significativo nella vita culturale della città ha delle implicazioni vaste, di lunga portata, di cui stiamo pagando le le conseguenze…

Chissà se la proposta del posto vuoto piacerà a Pugliese e ai curatori. Altrimenti avremo allestito un magnifico contenitore nel quale si custodisce un vizio sostanziale, una svista, o piuttosto una rimozione che, si spera, giunti da un po’ nel nuovo Millennio dovremmo proprio essere in grado di riconoscere e sanare.»

Leggi l’articolo intero di Rossana Di Fazio su Golem L’indispensabile.

E proponi – o scrivi tu stesso/a – voci dedicate a personaggi femminili da inserire nell’Enciclopedia delle donne.

Quando il Giurì della pubblicità sbaglia

Il Ministro per le Pari Opportunità ha appena firmato un protocollo d’intesa con l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) «per rendere più efficace la collaborazione nel controllo e nel ritiro di pubblicità offensive e volgari». Ben venga, perché un bollino ministeriale aiuta sempre, ma in concreto sono perplessa: servirà, come dicono, per accelerare le procedure di sospensione delle campagne offensive nei confronti di donne, bambini, etnie, persone? O è solo una mossa di facciata? Se ne discuteva qualche giorno fa su Nuovo e utile di Annamaria Testa.

Da quando ho scoperto che denunciare allo IAP funziona, non faccio che farlo e invitare a farlo: è utile, bisogna insistere e più siamo meglio è (la procedura è questa). Ma a volte lo IAP non coglie il punto (o finge di non coglierlo). Cioè interviene abbastanza puntualmente sulle esposizioni più ridicolmente e gratuitamente volgari del corpo femminile. Ma si ferma nei casi appena un po’ più sottili.

Detto brutalmente: se le tette e il culo sono proprio molto esibiti, censura. Ma se sono appena più nascosti, lascia perdere.

Mi spiego coi casi concreti. Lo IAP aveva ritirato una pubblicità come questa (trovi i dettagli QUI):

Pubblicità Gruppo Torre denunciata allo IAP

Ma aveva ritenuto che «non contenesse elementi, visivi o verbali, tali da veicolare una carica svilente dell’immagine della donna» questa pubblicità di 3, nonostante i corpi fossero persino accompagnati da un prezzario (i dettagli della denuncia QUI):

Annuncio stampa Abbonamenti Power 3

Ora IAP mi dà un’altra delusione. Il 27 dicembre avevo denunciato la donna banner delle assicurazioni Linear. E ieri mi è arrivata questa risposta:

Segnalazione telecomunicato “Linear Assicurazioni” soggetto ‘Banner’ rilevato sul sito internet www.assicurazionelinear.it nel mese di gennaio 2011.

Facciamo seguito alla Sua segnalazione, per informarLa che il Comitato di Controllo, esaminato il messaggio in oggetto, non ha ravvisato profili di contrasto con le norme del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

In particolare, l’organo di controllo ha ritenuto immediatamente percepibile il carattere ironico della comunicazione, che nella “personificazione del banner” non indulge ad aspetti volgari od offensivi della dignità della persona.

Il caso pertanto è stato archiviato. RingraziandoLa per la considerazione, porgiamo i nostri migliori saluti. I.A.P. La Segreteria.

Insomma, lo IAP rispecchia la cultura italiana che, dalle ragazze di Drive In negli anni ottanta a Flavia Vento imprigionata da Teo Mammuccari nella scatola di plexiglass, fino alle veline-letterine di oggi, giustificano con l’«ironia» la riduzione del corpo femminile a oggetto-strumento privo di parola e cervello.

Ma non c’è niente di ironico in questo trattemento delle donne: l’ironia è ben altra cosa, come ho spiegato nel post L’ironia abusata.

E non c’è niente da scherzare, sulla donna-oggetto. Non in Italia, almeno. Non finché siamo vergognosamente al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale del World Economic Forum (i dettagli QUI).

Buon compleanno, Italia

Si diceva – in uno dei primi post di quest’anno (Crisi, bellezza e nostalgia) – che in tempi di crisi la nostalgia ha una funzione rassicurante e consolatoria di assodata efficacia.

In questo quadro va interpretato lo spot che il Ministero della Difesa ha realizzato, in collaborazione con la FIGC, per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia, che ci riporta a una visone idealizzata della provincia italiana anni cinquanta: paesino assolato (del sud?), anziani seduti in strada, ragazzini che giocano al pallone, banda musicale, bella ragazza che si affaccia al balcone (un po’ come quella di Calzedonia, ricordi?).

Il problema non è l’idealizzazione, intendiamoci: uno spot del genere non può prescinderne. Né starei a criticare – con snobismo tipicamente italiota – la retorica nazionalista, se ci aiutasse a recuperare uno straccio di immagine pubblica.

Ma si poteva immaginare un’Italia idealizzata e orgogliosa che, oltre a ricordare il passato (neanche da quello si può prescindere, data la celebrazione), si rivolgesse al futuro: ad esempio rappresentando tecnologie, lavoro sereno, ambiente pulito. Così, tanto per darci una sferzata di vita. Invece per l’ennesima volta si guarda indietro.

Last but not least, come qualcuno ha già notato in rete (ad esempio questa blogger), nello spot le donne sono soprattutto spettatrici: l’anziana, la ragazza alla finestra. Solo la ragazza che suona nella banda è attiva. Ma resta sullo sfondo, perché i veri protagonisti sono i ragazzini che giocano: tutti deliziosi e tutti maschi.

Un’Italia maschile, presa dal calcio e rivolta al passato: ecco come il Ministero della Difesa ci invita a immaginare noi stessi. Peccato, perché la confezione e l’impatto emotivo dello spot non sarebbero male. 😦

Il salto di Barbie

Eleonora mi segnala l’ultimo spot di Barbie, che Mattel sta mandando in onda per le feste natalizie.

È chiaro il tentativo di Mattel di riposizionare Barbie, offrendone un’immagine meno tradizionale per riguadagnare terreno nei confronti delle Winx, che da anni l’hanno superata fra le preferenze delle bambine. È chiaro però che Mattel deve mediare con l’immaginario rosa a cui è associata la bambola: vestiti, trucco, principesse, ballerine, e così via.

Perciò tutte le più svariate professioni che la bambina può sognare (oltre 125, dice il payoff) sono mediate dal volteggio in tutù. E tutto finisce nel salto di Barbie, grazie al quale la bimba ballerina diventa tutt’uno con lei.

Un momento di passaggio, dunque. Che non sarà mai completo finché il corpo di Barbie resta identico.

Buon Natale! 😀

 

 

In cerca di lei: partecipa anche tu

È appena uscito su Nuovo e Utile questo progetto di Annamaria Testa e Azione Creativa, che sottoscrivo e rilancio all’istante:

«Ce lo siamo già detti: bisogna ricostruire un immaginario a proposito delle donne. Ricominciare a lavorare sulle rappresentazioni. E sul linguaggio, sulle storie. Trovare modi nuovi di mostrare e raccontare. Con coraggio, curiosità, sensibilità, humour, passione, etica.

E sì, un po’ di candore.

Proviamoci, tutti insieme.

Si chiama In cerca di lei. Appunti e materiali per la costruzione di un nuovo immaginario sulle donne. È un esperimento di creatività collettiva, progettato da NeU e Azione Creativa.

Ecco di che si tratta.

La sera del 15 giugno, tra le 21.30 e le 24, siete invitati a pubblicare su questa pagina di Facebook immagini originali, testi, video, idee e contributi che possano unirsi in una visione possibile. A partire da oggi e fino al 15 pubblicheremo, sia su NeU che su Facebook, diversi materiali utili ad avviare un ragionamento o un’intuizione. Ecco i primi.

Piccole eroine/nuove visioni: Pink, Stupid girls, il video. E qui c’è il testo. Ritratti: la ballata delle donne. Stereotipi/rapporti uomo donna: Luciana Littizzetto dice la sua. Album: Old Fashion 1930 (come eravamo… forse). Stereotipi/rughe: se fosse tutta una questione di clic

Fa già freddo in pubblicità

Ho dato un’occhiata alle campagne pubblicitarie delle collezioni fashion autunno-inverno 2009-2010. E ho capito che andrà di moda il nero. Bello, mi sono detta, pensando al tubino di Audrey: può essere molto elegante.

Che però un marchio chic come Lanvin metta in scena una donna cadaverica, per pallore e occhi sbarrati (ma ovviamente a gambe allargate), illuminata da luce obitoriale e completa di gatto nero con occhi gialli fissi in camera… be’ siamo alle solite.

Si prevede un inverno freddo in pubblicità, per le donne.

Un freddo da morire.

😦

Fa’ clic per ingrandire.

Lanvin autunno inverno 2009-2010

Lanvin 2 autunno-inverno 2009-2010

Lanvin 3 autunno inverno 2009-2010

Lanvin 4 autunno inverno 2009-2010

Donne e università

L’università italiana è maschilista come il resto della società.

Attualmente i ruoli della docenza universitaria, cui si accede per concorso pubblico, sono tre:

  • ricercatore (il primo gradino della carriera, quello in cui normalmente si è assunti per la prima volta a tempo indeterminato);
  • professore associato (o di seconda fascia);
  • professore ordinario (o di prima fascia).

In questa gerarchia comandano solo i professori ordinari, i cosiddetti «baroni»: decidono concorsi e assunzioni, ottengono e gestiscono soldi, risorse, attrezzature.

In questa gerarchia, le donne occupano soprattutto ruoli subordinati.

Dalle statistiche ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca sul complesso dei docenti strutturati in tutte le università italiane – aggiornate al 31 gennaio 2008 – risulta che:

  • su 23.571 ricercatori, le donne sono 10.658, cioè il 45,22%;
  • su 18.733 professori associati, solo 6.280 sono donne, e cioè il 33,52%;
  • su 19.625 professori ordinari, solo 3.631 sono donne, e cioè un misero 18,50%.

Nei prossimi anni la cosiddetta «riforma Gelmini» farà entrare in università soprattutto ricercatori, bloccando – non è dato sapere fino a quando – gli avanzamenti di carriera. È facile prevedere, allora, che le donne aumenteranno. E che qualcuno oserà festeggiare la crescita di quote rosa in università.

Ma la realtà sarà diversa: pochi capi con uno stuolo di esecutrici.

Attendo con ansia i prossimi dati.