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Ebay e gli stereotipi di genere

Televendita di Ebay

Segnala Antonino nel gruppo Facebook degli studenti di Scienze della comunicazione di Bologna la telepromozione di Ebay, definito “il centro commerciale più grande d’Italia”. Gli stereotipi di genere piovono a catinelle. Ne elenco alcuni: Continua a leggere

Real doll, ovvero bambole (e bambolotti) reali

Ho scoperto che Sabrina, una mia studentessa, si occupa di bambole e bambolotti realistici. Cioè li crea e li vende su questo sito. Allora fra lei e me è nato uno scambio, che le ho chiesto di pubblicare, perché credo possa essere interessante per tutti. (Clic per ingrandire.)

Real doll 1

Sabrina:

«Sono bambole realizzate con la tecnica del reborning. Rientrano nella categoria “real doll”, ma la differenza sta nel fatto che sono giocattoli. Anzi, queste bambole sono considerate, nelle loro espressioni migliori, opere artistiche poiché sono lavorate a mano e richiamano i criteri dell’iperrealismo.

All’estero (soprattutto nei paesi anglosassoni) esistono gilde che ne stabiliscono gli standard qualitativi e decretano i reborn artists.

Generalmente infatti chiunque crei queste bambole tende ad autodefinirsi con l’appellativo di “artista”. Le gilde, che spesso assumono anche la forma di community on line, raccolgono adesioni da parte di appassionati amatori e realizzatori di tutti i paesi, e fanno una scrematura tra artisti professionisti e artigiani-hobbisti, oltre a certificare la qualità della lavorazione e della presentazione delle bambole.

Penso sia soprattutto un fenomeno web, perché è proprio grazie a Ebay che negli ultimi 10 anni si è diffusa la moda di queste bambole e ha raggiunto anche l’Italia; inoltre, la compravendita dei materiali necessari per costruirle avviene in larghissima parte su Ebay e le aste sono particolarmente curate. In Italia è comunque ancora di un fenomeno di nicchia. Mi piacerebbe avere un suo parere sull’argomento. Grazie mille.»

Rispondo a Sabrina:

«Cara Sabrina, non sapevo quasi nulla dei bambolotti realistici, se non che esistono. Posso dirti realmente ciò che penso? Così, d’istinto? Li trovo inquietanti.

Qual è il punto di tanto realismo? Sostituire un bambino? Sollecitare la stessa tenerezza di un bimbo vero senza però averne le rogne, tipo cacca, pianto, strilli, e domanda di attenzione a tutti i costi? In un mondo, come quello ricco occidentale, in cui i bambini veri sono sempre meno?

Capisco e apprezzo la capacità artistica che realizzare queste bambole richiede, dal lato della produzione. Ma dal lato della fruizione? Che tipo di bisogni soddisfano? Cosa sostituiscono? Perché? Sono domande che mi angosciano. A te no? Che ne pensi?»

Ed ecco cosa racconta Sabrina:

Real doll 2

«Certo, capisco. Il senso di inquietudine è condiviso da molte persone. Una domanda che mi fanno spesso è se le persone che acquistano queste bambole siano impossibilitate ad avere figli e cerchino in queste opere un surrogato. A questo proposito noi reborner siamo state accusate di lucrare sulle disgrazie altrui. (Specifico che chi intraprende questa strada con l’idea di facili guadagni si ricrede presto e in genere desiste nel giro pochi mesi, almeno per quanto riguarda il panorama italiano.)

I media che hanno parlato di queste opere le hanno spesso definite “sostitute dell’amore”, “figli finti”. Una componente di tutto questo senz’altro c’è.

Il film “Lars e una ragazza tutta sua” raccontava la storia di una ragazzo probabilmente sociofobico, che non riusciva a trovare una fidanzata e si era appunto comprato una real doll in silicone, dalle fattezze di una ragazza, con cui aveva instaurato la messa in scena di una relazione, in cui la accudiva, le parlava, la portava in giro, eccetera.

Nella realtà dei fatti, credo che le persone con un qualche problema legato all’affettività o alla sterilità che si avvicinano a queste bambole siano un’esigua minoranza.

Da anni incontro (anche personalmente) le acquirenti delle mie creature. Ho notato che appartengono alle più svariate categorie: mamme e nonne, mamme con figli grandi di cui mi portano la foto che li ritrae da neonati, chiedendomi di riprodurre una bambola che gli somigli come se volessero fermare in eterno quel periodo; ragazze giovani che ancora non hanno figli ma li vorrebbero, collezioniste di bambole di vario genere e vari materiali, a cui manca il pezzo unico, bambine che giocano a fare la mamma e, infine, non sono rari nemmeno i mariti e fidanzati che vogliono fare un regalo originale alla propria compagna.

Per rispondere in maniera più pertinente alla sua domanda, nei primi casi che ho citato a mio avviso non sono persone che si sono sottratte agli oneri che comporta l’accudire un bambino vero, e di certo ne hanno avuto anche le gioie, che una bambole non potrebbe mai dare.

Come reborner, abbiamo creato bambole col corpo riscaldato, bambole che respirano, neonati con la pelle in silicone, di consistenza quasi “umana” ecc., ma credo che nessuna bambola, per quanto realistica e tecnicamente perfetta riesca a sostituire anche solo in minima parte le emozioni che può dare un bambino vero e il rapportarsi con lui o lei.

Mi sono chiesta spesso cosa spingesse all’acquisto di questi oggetti (prima di iniziare a produrle, anch’io sono stata collezionista ed è accaduto, sì, in un momento di vulnerabilità personale). Io direi che può essere anche semplicemente una collezione come un’altra.

Molte appassionate acquistano o realizzano queste bambole con le modalità di una collezione: possedere l’ultimo modello uscito, quello del tal artista, quello lavorato dalla tal reborner, in edizione limitata, e così via. O può anche essere un giocattolo per adulti, al passo coi tempi, un gadget ricercato insomma. Un po’ come i cagnolini da borsetta, quelli di piccola taglia che vengono vestiti e agghindati all’unico scopo di accessoriare, con la loro presenza, ragazze più o meno giovani. Almeno le bambole non provano disagio né protestano (per ora…).

Al momento mi limito a considerare questa duplice ipotesi: da un lato sono giocattoli alla moda, dall’altro sono, a volte, “placebo affettivo”. Ma non è un’ipotesi confermata da numeri, ovviamente. La ringrazio ancora per l’interessamento e la disponibilità, Sabrina.»

Il linguaggio della crisi economica

Gaël – che ringrazio – mi segnala questo articolo del Sole 24 ore di ieri, sugli eufemismi che la crisi economica ha introdotto nelle imprese americane:

LA CRISI CAMBIA LE «LETTERE» PER I LICENZIAMENTI

di Monica D’Ascenzo

«Dear employee, you are simplified». Suona di certo meglio del celebre «You are fired» che Donald Trump gridava in faccia agli sfortunati partecipanti al reality finanziario «L’apprendista» che ha spopolato sulla tv americana. L’enfasi è diversa, ma la sostanza non cambia: «semplificato» è solo uno dei nuovi termini con cui le imprese americane stanno cercando oggi di addolcire la pillola delle ristrutturazioni aziendali.

Con la recessione che avanza, il problema di come comunicare i tagli al personale è diventato talmente frequente che le società hanno iniziato a creare un nuovo linguaggio per preservare un’immagine positiva nei confronti dei dipendenti e del mercato. Così la scorsa settimana il ceo di American Express, Kenneth Chenault, ha preferito parlare di «re-engineering plan» per annunciare 7mila tagli al personale, pari al 10% della forza lavoro della società. C’è chi invece preferisce «cost improvement plans», cioè piano di miglioramento dei costi che tanto piace agli analisti e agli investitori in Borsa: come nel caso di Rodger Lawson, presidente di Fidelity Investment, quando ha descritto 1.300 tagli in una nota al suo staff.

Ma la lista degli eufemismi continua ad arricchirsi con termini come «rightsizing», letteralmente in finanza la riallocazione delle azioni di un aumento di capitale non sottoscritte. Oppure «reduction in force» o «workforce reduction», riduzione della forza lavoro. Ma anche «streamlining», nel senso di ottimizzazione.

Non manca per altro chi vuole dare all’azione un senso più alto. Lo scorso mese Elon Musk, ceo di Tesla Motors, in un post sul sito della società ha definito i tagli del 10% del team che opera sull’auto elettrica come parte di una «special forces philosophy», ovvero una filosofia di azione rapida. Da eBay preferiscono, invece, parlare di «simplification» (semplificazione) riferendosi a 1.500 posti di lavoro in meno. Le metafore sono comunque varie: Jerry Yang, ceo di Yahoo, in una mail ai dipendenti ha definito i tagli del 10% del personale un modo «to became more fit», per snellire la società. Lo stesso Yang in un’altra occasione aveva parlato di «riallineamento del personale ai risultati».

Coloro che perdono il posto di lavoro poco apprezzano questa ricerca dell’eufemismo giusto, ma i manager ritengono ugualmente indispensabile per il bene della società comunicare al mercato che i tagli fanno parte di un piano e che la situazione è sotto controllo.

Di giorno in giorno si moltiplicano gli annunci di tagli al personale e negli Stati Uniti si è già raggiunto quota mezzo milione di posti di lavoro persi negli ultimi due mesi. Nella sola giornata di ieri hanno superato quota 11mila i licenziamenti annunciati: 2.200 Virgin Media, 1.300 Yell, 900 Volvo, 1.900 Gm oltre i 3.600 di venerdì scorso e 1820 Nokia Siemens. Questo forse si tradurrà anche in un ampliamento del vocabolario usato per l’occasione, di certo non c’è eufemismo che possa consolare quanti si trovano senza uno stipendio e magari con famiglia e mutuo a carico.»

Monica D’Ascenzo, Il Sole 24 ore, 12 novembre 2008