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La favola bella di Obama: i soldi

Il trionfo di Obama era già scritto nel suo storytelling. Un trionfo che ha la struttura più semplice di tutte le favole più efficaci: l’eroe vince, sì, ma solo dopo aver superato prove durissime. Una struttura che ha accompagnato tutta la sua carriera politica. Osserva oggi il New York Times (traduco liberamente): «Il suo percorso ha disegnato un arco ricorrente in tutta la sua carriera: vacillare proprio quando sembrava aver raggiunto il punto di maggiore forza – il periodo prima del suo primo dibattito con Romney – e dunque essere costretto a raddoppiare gli sforzi per risollevare se stesso e i suoi sostenitori fino alla vittoria». Peraltro l’avevo scritto io stessa – modestamente – QUI e QUI.

Non sto dicendo «era già tutto previsto»: una realtà desiderata non si prevede né si determina, casomai si fa tutto il possibile per renderla probabile. Sto però dicendo che le buone storie – e la storia dell’eroe che vince dopo grandi avversità lo è, se non altro perché è antica come la storia dell’occidente – aiutano a costruire questa probabilità. Non è detto che ci riescano, ma aiutano.

Certo, le buone storie da sole non bastano: per costruirle e sostenerle, di fronte a un avversario altrettanto abile nel raccontare storie come Romney, ci sono voluti innanzi tutto molti, moltissimi soldi. E infatti questa campagna passa alla storia come la più dispendiosa di tutti i tempi.

C’è un’unica storia, al mondo, che sembra capace di determinare la realtà, non soltanto di renderla più probabile. Determinare? È una parola grossa, lo so, ma intendo dire semplicemente che, a quanto ne so, finora la sua capacità di portare alla vittoria non è stata mai smentita. È la storia dei soldi.

Per la sua campagna elettorale Obama ha speso molto più di Romney, come mostra il sito Opensecrets.org. È una storia assai poco affascinante, poco poetica, ma è necessario raccontarcela anche se siamo più contenti che abbia vinto Obama invece di Romney, per mille e una ragione: senza soldi – e senza comunicazione – Obama non sarebbe andato da nessuna parte, nel 2008 come oggi.

Morale della favola: nelle democrazie contemporanee, persino se vuoi combattere per i diritti di chi soldi non ne ha (ammesso che Obama voglia e possa farlo), devi avere molti, molti soldi. È la storia della realtà (clic per ingrandire):

Quanto hanno speso Obama e Romney

Le tre prove di Obama: una storia avvincente

«Se il Barack Obama che abbiamo visto nel secondo dei tre dibattiti fosse stato al posto di quell’ectoplasma che vedemmo nel primo, le elezioni presidenziali americane sarebbero già finite da giorni», scriveva ieri Vittorio Zucconi su Repubblica. E come lui sono stati in molti, ieri, a tirare un respiro di sollievo dopo aver visto Obama di nuovo tonico e incalzante. Non «l’ectoplasma» che nel primo round aveva sbagliato tutto, perfino la gestualità e la postura (vedi Col linguaggio del corpo ieri Romney ha vinto Obama).

Eppure…

Obama-Romney

Eppure. È più avvincente una storia in cui l’eroe, che deve battersi col nemico tre volte, stravince subito, o è meglio una storia in cui, contro ogni aspettativa, l’eroe perde clamorosamente la prima volta, recupera un po’ – ma giusto un po’ – nella prova intermedia e finalmente – fiuuu – trionfa nell’ultimo duello?

Quale delle due favole ha più probabilità di convincere i democratici delusi – che meditano di astenersi – a tornare a votare Obama? Una in cui lo vedono subito e come al solito dominante, o una in cui prima lo vedono nella polvere, poi in faticosa risalita?

Insomma, se fossi nello staff di Obama, avrei scandito in questo modo lo storytelling delle tre prove: dura sconfitta, faticosa rimonta, trionfo finale. Lunedì capiremo se hanno ragionato così anche loro.

Col linguaggio del corpo ieri Romney ha vinto Obama

Prendendo spunto dall’analisi che Peggy Hackney ha fatto per il New York University Movement Lab sul body language di Obama e Romney in vari discorsi e dibattiti (vedi questo articolo del NYT), ho esaminato i gesti e la postura dei due contendenti nel loro primo confronto diretto. In generale sono d’accordo con la Hockney: i gesti di Obama sono di solito più controllati di quelli di Romney, il che può esprimere padronanza di sé ma, in un momento in cui Obama deve difendersi da chi gli attribuisce tutte le colpe della crisi, tende invece a trasmettere l’idea che il leader sia oppresso dalle difficoltà.

Nel dibattito di ieri, però, i problemi del body language di Obama sono stati ben più numerosi e gravi. Innanzi tutto la postura: sono freqenti le inquadrature in cui Obama sta a testa bassa e con la schiena curva mentre Romney lo attacca o semplicemente parla. Una posizione di sottomissione:

Obama curvo 1

Obama curvo 2

Viceversa Romney, che pur non gode nemmeno lui di schiena dritta, era sempre attento a tener la testa alta e il busto all’indietro. Una tipica posizione di dominanza:

Romney dritto con la testa

Per quanto riguarda i gesti, anche ieri Obama era come sempre controllato, ma lo è sembrato ancor di più perché si è trovato di fronte a un Romney assai sciolto e dinamico con le braccia. Non solo: mentre i movimenti di Obama erano sempre molto raccolti e non superavano quasi mai la sagoma del suo corpo, Romney muoveva le braccia in modo espansivo, agitandole lontano da sé, davanti, di lato e perfino in alto. Gesti di espansione, insomma, di ampliamento del proprio spazio di azione, o addirittura di attacco, con le mani atteggiate come un’arma, da parte di Romney; gesti di chiusura da parte di Obama, tipici di chi sta in posizione di difesa a raccogliere le forze.

Intendiamoci: non c’è mai nulla di deterministico nelle analisi del body language, perché i gesti cambiano significato a seconda dei contesti e perché le parole possono sempre correggere, compensare o addirittura contraddire il comportamento non verbale. Ma il non verbale conta sempre moltissimo, al punto che, se le parole lo contraddicono, le persone tendono a credere più al corpo che alle parole (alcuni studiosi dicono addirittura che il non verbale prevalga sul verbale in rapporto di 5 a 1). D’altra parte, è intuitivo: se dico che sono felice ma ho la faccia triste, chi mai mi crederà?

I gesti chiusi di Obama:

Obama gesti chiusi

Obama gesti chiusi 2

I gesti aperti e di attacco di Romney:

Romney gesti aperti

Romney che spara con le mani

Romney gesti aperti 3

Questo articolo è apparso oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Obama canta. E lo fa di nuovo

Andrà in onda oggi su PBS, il servizio pubblico televisivo americano, il concerto blues che si è tenuto martedì scorso alla White House, con musicisti del calibro di B.B. King, Jeff Beck e Mick Jagger. Che a un certo punto, memori del fatto che un mese fa Obama aveva cantato alcune note di «Let’s Stay Together» di Al Green all’Apollo Theater di New York, hanno invitato il presidente a cantare di nuovo. Obama si è fatto un po’ pregare, ma Jagger gli ha passato il microfono e lui ha intonato «Sweet Home Chicago» per una manciata di secondi.

Grande mossa di comunicazione: Obama è intonato, non esagera in piacioneria e si dimostra, come sempre, a suo agio sul palco. Il frammento con la performance di Obama finisce subito sul canale YouTube TheObamaDiary, come già era accaduto al primo (che in un mese ha ottenuto oltre 5 milioni di views sul solo canale ufficiale). E pure questo – manco a dirlo – si guadagna più di un milione e mezzo di views in neanche una settimana.

Due canzoni, due target: più elitario e intellettuale quello di «Sweet Home Chicago», più esteso e trasversale quello di «Let’s Stay Together», non a caso presentato su YouTube con questo titolo: «President Obama sings Al Green: Let’s stay together in 2012 😉 » (con tanto di smiley ufficiale).

President Obama sings Al Green: Let’s stay together in 2012 😉 (January 19, 2012)

President Obama sings Sweet Home Chicago! (il punto esclamativo sta nel titolo originale su YouTube) (February 21, 2012)