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Milano, Italia: meglio aspettare, per cantar vittoria

Credo che sulle amministrative di Milano – e sul fatto che siano l’inizio della fine del berlusconismo – il centrosinistra italiano farebbe meglio a non cantar vittoria con voce troppo alta.

Per due ragioni:

  1. Più la voce di fa squillante, più gli avversari si allarmano, e più in fretta – e meglio – si adoperano per riorganizzare le truppe, in modo da non perdere al ballottaggio («Non perdiamo – ripete Bossi  – non perdiamo»).
  2. Martedì scorso a Ballarò Nando Pagnoncelli di Ipsos Italia ha mostrato un cartello (su cui nessuno si è soffermato) da cui appare chiaramente quanto gli italiani siano cauti su questo punto. Alla domanda «Cosa accadrà dopo questa tornata elettorale?» il campione statistico di Ipsos Italia ha risposto così (clic per ingrandire):

Dopo questa tornata elettorale...

La somma di coloro che hanno detto «Non cambia nulla» e «Berlusconi deve ripartire con un profondo rinnovamento» (che comunque implica che lui resti) è ben il 56% del campione.

E se questa cautela si traducesse in voto al ballottaggio?

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.

Ma per fare comunicazione politica non bastano un logo, due colori e uno slogan

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio articolo, col titolo «Merola contorto, Aldrovandi generico. Gli slogan dei candidati non fanno centro». Lo riporto anche qui, perché le considerazioni sui candidati sindaco bolognesi valgono per molti altri politici in Italia, che intendono la comunicazione come superficie estetica, belletto.

MEROLA CONTORTO, ALDROVANDI GENERICO. GLI SLOGAN DEI CANDIDATI SINDACO NON FANNO CENTRO

Con la primavera in arrivo e le margherite nei prati, anche le prime affissioni dei candidati sindaco fanno capolino in città. Ma per chi si occupa di comunicazione non c’è nulla di cui rallegrarsi – a parte le pratoline – perché la situazione è chiara subito: niente da fare, anche stavolta i politici bolognesi dimostreranno di non saper comunicare.

Ci provano, è chiaro che ci provano: scelgono un grafico, un consulente, un’agenzia, chiamano i più stretti collaboratori, li chiudono in una stanza dove loro stessi, magari, passano qualche ora, e tutti assieme cercano di produrre un logo, scegliere due colori, inventarsi uno slogan. Perché «il logo e lo slogan ci vogliono», qualcuno deve avergli spiegato, e «ci vuole pure un bell’accostamento di colori». Ecco allora i risultati.

Che il logo di Virginio Merola ricalcasse la stella di Virgin Radio, l’hanno visto tutti già nelle primarie. Che un candidato sindaco c’entri poco con una radio è stato pure notato. Perché Merola è rock, ha risposto lo staff. Ah già, l’idea era consolidare l’immagine di Merola nell’area semantica e valoriale del giovanilismo in cui da sempre si colloca: un sindaco che «pensa giovane». Peccato che la stella – rossa su fondo nero per Virgin Radio, rossa su bianco per Virginio Sindaco – sapesse anche di bibite San Pellegrino. Vuol dire che Merola è buono come l’aranciata? Forse. Ma ora che la stella è blu? Viene in mente anche quella dello sceriffo: pessima associazione, perché Merola fu assessore con Cofferati, da molti detto «sceriffo» (foto Eikon Studio, Bologna: clic per ingrandire):

Affissioni Merola

E che dire dello slogan «Se vi va tutto bene, io non vado bene», con il «non» marcato? Come minimo è contorto, perché contiene una subordinata condizionale (se…) e una negazione nella frase principale. Il contrario di quello che bisogna fare quando si pensa uno slogan, che deve essere semplicissimo, diretto. In più, la negazione rischia di ritorcersi contro il candidato: dopo il crampo mentale, è facile resti in mente che Merola «non» va bene, punto e basta.

Ma neppure con le prime affissioni di Stefano Aldrovandi siamo messi meglio. Un poster diviso in due: a sinistra un rettangolo bianco, con sopra scritto «O così», a destra un rettangolo più grande, che contiene una foto in bianco e nero del volto sorridente di Aldrovandi, con sovraimpressa la scritta arancione «O Aldrovandi» (foto Eikon Studio, Bologna: clic per ingrandire):

Affissioni Aldrovandi

Viene in mente il celeberrimo «O così o Pomì»: significa che Aldrovandi è cremoso come una passata di pomodoro? Certo che no, credo che il suo staff avesse in mente qualcosa del genere: o il nulla, l’anonimato di un fondo bianco, o il pieno del volto e nome di Stefano Aldovrandi. Un pieno che è per giunta colorato di arancione. Peccato che l’arancione fu il colore della campagna di Flavio Delbono. E che al vuoto del fondo bianco non si opponga nessun contenuto.

Il vuoto, appunto, è ciò che accomuna le immagini e gli slogan dei due candidati, che sono giochetti fine a se stessi, per nulla collegati alla storia personale e al programma dei candidati. Un vuoto che deriva da un’idea sbagliata della comunicazione politica, come se fosse solo un obbligo estetico, o peggio, cosmetico.

Nessuno ha spiegato loro che comunicare è entrare in relazione con gli altri. Mettersi nei panni degli altri. E che gli altri, nel caso della comunicazione politica, sono i cittadini e le cittadine che li voteranno. Ai quali i giochetti non bastano.

 

L’immagine di Amelia Frascaroli

Ieri sera ero a sentire l’intervento di Nichi Vendola a sostegno della candidata alle primarie del centrosinistra bolognese Amelia Frascaroli. Volevo immergermi, oltre che ascoltare e vedere.

Gli spazi del cinema Nuovo Nosadella erano stracolmi (ieri gli organizzatori hanno detto 1200 persone, oggi i giornali 2000): moltissimi studenti («Salve prof!»), tantissime donne e uomini di tutte le età. La maggioranza era lì per Vendola, mica per Amelia Frascaroli, come lei stessa ha umilmente riconosciuto, salutando e ringraziando il pubblico.

Io invece ero lì per lei: i discorsi di Vendola li conosco bene, e da un po’, purtroppo, non mi riservano novità.

Mi incuriosisce l’immagine femminile di Amelia Frascaroli: capelli candidi, rughe evidenti, abbigliamento casalingo, quasi dimesso. È nata solo nel 1954, ma fa di tutto per sembrare più anziana e gioca con lo stereotipo della nonna (dolce e buona, ma quando ci vuole sferzante), mentre le sue coetanee stantuffano per sembrare più giovani.

Un ribaltamento mica da poco, no? Guarda qui (clic per ingrandire):

Amelia Frascaroli 1 Amelia Frascaroli 2 Amelia Frascaroli 3

Comincia il discorso dicendo di aver bisogno di leggerlo, data l’emozione, e degli occhiali, sennò non ci vede (uhm, ammette le debolezze e ci gioca… bene! ). Poi racconta due storie (uso spontaneo o consapevole dello storytelling, bene! ), con l’aria della nonna, appunto, che ti racconta la favola prima di dormire. Il tono è mite, l’understatement continuo, ma gli occhi azzurri ammiccano spesso alla telecamera (bene! ), e tutto il discorso è accompagnato da battute ironiche – alcune taglienti – sul Pd, su ciò che i media dicono di lei, sui problemi di Bologna e sulla sua stessa candidatura (è pure autoironica, bene! ). (Trovi QUI il testo del discorso).

Nel perbenismo e salottismo bolognese, un’aliena. Una mina vagante. Che Bologna sia pronta ad accoglierla?

Stavo ancora crogiolandomi in questa domanda, stavo già pensando che la «forza mite» di Amelia, come l’ha chiamata Vendola, possa forse risanare quella frattura fra società civile e politica che il Pd ha creato a Bologna, quando, sulla via del ritorno, inciampo in una studentessa – bolognese, di buona famiglia – che mi fa:

«Ha visto Vendola, prof. Figo, eh?»
«Eh.»
«Quando parla è magico, una resta a bocca aperta, vero prof?»
«Mah. E la Frascaroli?»
«Un disastro prof. Dài una non può leggere il discorso: Vendola non legge. E poi, ha visto prof, come va in giro vestita? Dài, una non si può presentare a quel modo…».

Umpf. 😦

 

I paradossi di Bologna dopo Maurizio Cevenini

Nelle scorse settimane le vicende politiche di Bologna hanno guadagnato di nuovo l’attenzione nazionale. Breve riassunto per chi non sta a Bologna: dopo le dimissioni di Delbono il 25 gennaio (vedi anche Flavio Delbono: l’epilogo), la città è tuttora commissariata e, in vista delle amministrative nel 2011, a sinistra come a destra si fa molta fatica a trovare un candidato.

In settembre la candidatura di Maurizio Cevenini alle primarie del Pd aveva ridato speranza al centrosinistra locale. Vale la pena ripercorrere questa vicenda perché ben rappresenta anche la situazione nazionale, pur con altre persone e altri obiettivi.

Cevenini scaldava i cuori perché – dopo la freddezza di Sergio Cofferati e le ombre di Flavio Delbono – era un candidato di centrosinistra finalmente, realmente, e aggiungerei quasi fisicamente, popolare: uno che chiunque può fermare per strada, abbracciare, toccare, uno che si fa fotografare in tuta e sorride alle persone, non alla macchina fotografica.

Atteggiamenti e modi che ai bolognesi che votano (o vorrebbero votare) a sinistra piacciono da sempre, ma che negli ultimi dieci anni abbiamo potuto apprezzare solo in Giorgio Guazzaloca, sindaco dal 1999 al 2004 che però «sta dall’altra parte»: fu infatti il primo, dal dopoguerra, a portare una coalizione di centrodestra alla guida di Bologna.

Purtroppo il 18 ottobre Cevenini è stato colto da un malore. Per fortuna non era nulla di grave (ischemie transitorie) e Cevenini si è ripreso in fretta, ma dopo una settimana di incertezze, ha annunciato di non potere né più volere sottoporsi allo stress di una candidatura, prima, e di un’eventuale (molto probabile) elezione a sindaco, poi. Dunque si è ritirato dalla corsa, gettando nello sconforto i vertici locali del Pd, a questo punto privi di candidato.

Il problema è che quegli stessi vertici ora sconfortati avevano tentennato a lungo prima di appoggiare Cevenini, rendendo la sua strada verso le primarie molto faticosa. Non solo faticosa, direi addirittura paradossale: Cevenini era infatti un candidato Pd, ma il Pd lo teneva a distanza perché lui aveva poco da spartire con le pastoie del partito. Il che per i bolognesi era una forza, ma per il partito evidentemente no.

Insomma Cevenini era un candidato del Pd, ma anche no: ecco il paradosso. Non a caso i media lo definivano un «quasi civico». Solo alla fine, in mancanza di altri candidati che avessero la men che minima speranza di vincere, il Pd locale ha finito per «quasi appoggiarlo» nella corsa alle primarie.

Gettandolo, con questa mossa, in un secondo paradosso. Lui che dalle primarie del Pd era sempre uscito vincitore morale, perché arrivava sempre secondo prendendo un sacco di voti «nonostante» il partito, rischiava ora di finire in una vittoria inquinata dallo stesso «quasi appoggio» che il partito gli dava.

Se avesse vinto le primarie infatti (e le avrebbe vinte), tutti avrebbero parlato di ennesima vittoria annunciata: «Pure lui come Delbono e gli altri», avrebbero detto avversari e non. Cevenini insomma sarebbe stato un vincitore per modo di dire, un vincitore e non: altro paradosso.

Un buon modo di risolvere i paradossi è uscirne. A fare uscire Cevenini ci ha pensato la malattia che, costringendolo a fermarsi, gli ha indicato la strada. Saggezza del corpo.

Un’altra soluzione è non entrarci. Non a caso, negli ultimi giorni tutti i candidati civici interpellati dal Pd – e persino supplicati, come hanno fatto con Romano Prodi – hanno finora rifiutato: nessuno vuole diventare un «quasi civico». Come dargli torto: i paradossi sono ancora tutti qui. Pronti ad attanagliare il prossimo candidato di centrosinistra.

Quando la politica cerca lo slogan

Ieri su Repubblica Bologna è uscito questo mio pezzo, col titolo «Quando la politica e il candidato vanno a caccia dello slogan»:

Facciamo un gioco: mettiamo assieme tutti gli slogan politici che sono sparsi per Bologna e vediamo l’effetto che fa. Be’ non proprio tutti: con dodici candidati sindaco (dimentico qualcuno?), più le elezioni europee faremmo notte. Mi limito ai sindaci che si vedono di più.

Cominciamo da destra. «Onestà, competenza e amore per Bologna» dice Guazzaloca; Cazzola invece si autoproclama «Il sindaco del fare» e sbandiera «L’energia delle nuove idee». Uhm. Mi viene in mente che lo slogan della «Tua Bologna», che sosteneva Guazzaloca nel 2004, era «La parola ai fatti». Forse Cazzola gli ha soffiato i fatti? Non proprio. Il punto è che ormai tutti i politici si rappresentano come uomini del fare: chi mai vorrebbe un parolaio? E allora Guazzaloca ha cercato altrove, restando però sul generico: quale candidato negherebbe di essere onesto, competente e amare Bologna? «Riaccendiamo Bologna» dice infine Morselli, presupponendo che sia spenta. Resta da capire dove stanno il buio e la luce, naturalmente.

Vediamo a sinistra. Qui, per catturare l’attenzione, si è cercato il gioco di parole. «C’è Delbono a Bologna» punta sul cognome del candidato per tirare fuori tutto il bene possibile dagli stereotipi bolognesi: il buon senso (sulla faccia di Delbono e su una nonna con la nipotina); le buone relazioni (con due ragazzi che si baciano); il buon vivere (con una sfoglina sorridente); la buona sanità (con tre operatrici sanitarie e tre neonati). Poi c’è «la Bologna che vince» della Ducati: non si parla più di bontà ma non importa, abbiamo capito. Anche gli slogan di Delbono potrebbero funzionare per qualunque candidato; ma il gioco sul cognome è possibile solo con lui, ed è questa la forza della campagna.

Pasquino non ha potuto puntare sul cognome, ma ha ugualmente cercato il doppio senso, proponendo un sindaco «che fa bene a Bologna», dove la città è sia luogo che beneficiaria. Monteventi, dal canto suo, vuole una Bologna libera da molte cose: dall’inquinamento, dall’ignoranza, dalla precarietà, dalle ingiustizie e da altro che ora mi sfugge. Giuseppina Tedde, infine, sottolinea la diversità del suo essere donna e chiama «Altra città» la sua lista civica, ripetendo il concetto nei manifesti: «La diversità è Altra città».

Ma perché questa carrellata? Per simulare su carta quello che la gente prova per strada: se va bene indifferenza, se va male nausea e rifiuto. Parole parole parole, diceva la canzone. Insomma, quest’anno i politici locali (come quelli nazionali) sembrano ammalati di sloganite. Anche a sinistra, che di solito non lo facevano. Credo sia colpa di Obama. Anch’io voglio comunicare come lui, devono aver pensato. Al che, ognuno si è industriato come ha potuto, a seconda dello staff e dei soldi che aveva.

Il problema è che gli slogan non bastano. Neppure se sono arguti. Per cominciare, ci vogliono contenuti e programmi chiari, semplici e ben calibrati sulla realtà. Poi bisogna saperli comunicare, certo, ma non basta moltiplicare slogan e affissioni: occorre coinvolgere i cittadini nella costruzione dei programmi, farli discutere, partecipare. E per ottenere questo bisogna sapersi muovere in una grande varietà di mezzi e modi: dalle apparizioni tv ai discorsi in piazza, da Internet (sito, blog, facebook) alle visite nei quartieri.

È questo il senso profondo della lezione di Obama: la buona politica oggi funziona così, multimediale e multimodale. Multitutto. E confrontare i nostri candidati con Obama non è mischiare la lana con la seta: anche i bolognesi – ci scommetto – sceglieranno il sindaco che con più perizia, passione e coerenza sarà andato in quella direzione.

La colomba di Casini

Ieri su Repubblica Bologna è uscito un altro mio pezzo col titolo «Quella colomba della pace che significa tutto e niente». La mia analisi si riferisce, nella seconda parte, alla realtà bolognese.

Ti va di estenderla alla tua città?

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Una colomba stilizzata su sfondo bianco, un ramoscello verde nel becco e un titolo rosso: «Smettetela di litigare». Sembra la campagna teaser di un’azienda dolciaria, che approfitta della Pasqua imminente per lanciare un nuovo prodotto. Una di quelle misteriose campagne senza marchio, di cui non capisci nulla fino alla prossima puntata.

Poi guardi meglio e vedi che stavolta il marchio c’è, con tanto di firma come fosse scritta a mano: Pier F. Casini. I dolci non c’entrano: è il leader dell’UDC. Accidenti, ti aveva fregata. Sorridi e pensi: ha ragione, dovrebbero smetterla. Ma chi?

La campagna ha già fatto discutere molti. Alcuni la ritengono geniale, altri ne sono infastiditi, altri ancora dicono boh. In questo senso è furba: parlino bene o male, purché parlino. Ma vediamo come funziona.

Innanzi tutto il manifesto propone un simbolo religioso. Dall’episodio biblico dell’arca di Noè, sappiamo tutti che la colomba con l’ulivo simboleggia la pace. Nelle raffigurazioni della Trinità, la colomba è simbolo dello Spirito Santo; nei vari testi della tradizione cristiana ora rappresenta la purezza, ora la semplicità, ora l’anima che aspira al divino, ora la bellezza femminile. Il simbolo ricorda anche la democrazia cristiana, certo: è a quella che l’UDC si rifà esplicitamente. Ma allude a una religiosità blanda, indefinita, perché i valori della colomba possono essere condivisi anche da cattolici non praticanti, laici, agnostici.

E poi c’è il titolo: «Smettetela di litigare». Talmente generico che si potrebbe applicare quasi a qualunque situazione. Chi dovrebbe smettere di litigare? Il centrodestra con il centrosinistra? Un leader con l’altro? Ogni partito al suo interno? Non solo questi, ma molti di più: i dirimpettai durante l’assemblea condominiale, gli automobilisti al semaforo, la zia con la nonna, l’amica col moroso. Tutti dovrebbero smettere di litigare. Persino un bimbo potrebbe gridarlo ai suoi genitori.

Riferito alla realtà bolognese, il manifesto esprime significati ancora diversi. Innanzi tutto fa appello al buon carattere del bolognese medio, al suo essere sorridente, tranquillo, accomodante. In realtà i bolognesi non sono più così da anni, ma amano raccontarsi ancora questa favola, e il manifesto non fa che alimentarla.

Quanto alla politica locale, Casini, si sa, sostiene l’amico Guazzaloca contro Cazzola, appoggiato dal PdL. Appena uscito, il manifesto sembrava dunque riferito alla spaccatura del centrodestra locale: esortare alla concordia significava parteggiare per Guazzaloca, il cui fair play è noto da anni, e stigmatizzare Cazzola che fra tutti i candidati, a destra come a sinistra, è di sicuro il più aggressivo.

Passa qualche giorno e litigano anche nel Pd: prima Delbono, che dà un misero 6+ ai cinque anni di Cofferati sindaco; poi Cofferati, che contrattacca dicendo che Delbono è indietro col programma, e se continua così finisce male; infine strali da tutte le parti, sempre nel Pd, contro l’ipotesi che Cofferati vada in Europa. Nel frattempo, dall’altro lato della barricata, si placano le acque: Guazzaloca e Cazzola dicono di volersi mettere d’accordo (forse) su certi quartieri. E dal congresso nazionale del PdL, Berlusconi invita Casini a fare pace.

In men che non si dica, il manifesto cambia di nuovo significato: smettetela di litigare, dice al Pd, e fate come quei paciosi del centrodestra, che si vogliono tutti bene.

Non so in altre città, ma a Bologna il manifesto vuol dire tante cose. È questa la sua forza: come si fa a non essere d’accordo? E la sua debolezza: significa tutto e il contrario di tutto.

smettetela-di-litigare-casini

Le primarie del Pd a Bologna… e sul Web

QUANDO E COME

Domani 13 e dopodomani 14 si potrà votare a Bologna per il candidato sindaco del Pd alle prossime amministrative. Possono votare i residenti a Bologna che abbiano compiuto 16 anni e i cittadini stranieri, comunitari e non, purché in possesso di regolare visto e permesso di soggiorno. Se non sei residente, dunque, puoi votare solo se sei iscritto a un circolo bolognese del Pd o hai già votato a Bologna per le primarie del 14 ottobre 2007.

Chi si presenterà al voto dovrà versare un contributo di 2 euro e firmare una dichiarazione in cui, oltre ad autorizzare il trattamento dei dati personali, «s’impegna a sostenere alle prossime elezioni amministrative il candidato che uscirà vincente da questa consultazione».

I candidati sono, in ordine di apparizione sulla scheda elettorale (dicono per sorteggio): Flavio Delbono, Maurizio Cevenini, Andrea Forlani, Virginio Merola.

Parte favorito fin dall’inizio Flavio Delbono, inneggiato e sostenuto dagli apparati di partito (assessore al bilancio del Comune di Bologna dal 1995 al 1999, assessore regionale alle finanze nel 2000 e vicepresidente della Regione dal 2003, riconfermato in queste ultime cariche nel 2005).

Non a caso, un sondaggio della Dmt Telemarketing su un campione di 1.055 bolognesi, diffuso tre giorni fa dall’emittente televisiva 7Gold, conferma i pronostici di partenza: Delbono risulta in nettissimo vantaggio, con il 59,62% dei voti, ed è seguito, a grande distanza, da Cevenini con il 19,23%, Merola con il 13,46% e Forlani con il 7,69%.

COME COMUNICANO SUL WEB I CANDIDATI?

Un giornalista di 7Gold mi ha chiesto di esprimere un parere su come questi candidati usano Internet per comunicare. A un giorno dal voto, dopo aver esaminato i loro siti per qualche settimana, posso dare una risposta unica: tutti e quattro usano Internet più che altro perché “si deve farlo” – specie dopo Obama – per apparire giovani, nuovi, alla moda.

Ma i loro siti sono:

(1) troppo istituzionale e dunque freddo quello di Delbono;

(2) inutilmente ammiccante (specie in certi video), per quanto semplice e ben organizzato, quello di Forlani;

(3) talmente arretrato rispetto agli attuali standard di comunicazione web da far quasi tenerezza quello di Cevenini.

(4) Solo il sito di Merola, seppure non innovativo e a tratti ingenuo, mi sembra oggi – ma solo dal 20 novembre, come vedremo – più adeguato degli altri rispetto agli obiettivi minimi che siti come questi dovrebbero prefiggersi: integrare con informazioni utili la comunicazione off line dei candidati e fornire un archivio ben organizzato e facilmente consultabile di queste informazioni (testi, immagini, video).

BLOG

Solo Delbono e Merola hanno un blog: si chiamano Delbono Vox (che fa tanto “gggiovane”) e Bologna cambia faccia (si noti la retorica della faccia di cui abbiamo detto QUI). In entrambi i casi riportano notizie di appuntamenti col candidato, resoconti di eventi, commenti ufficiali, stralci di programma.

Delbono ha aperto il blog il 22 ottobre e non lo aggiorna in modo assiduo: ha postato in ottobre solo 3 volte, in novembre 11, in dicembre 7. Merola ha aperto l’8 luglio, postando 1 sola volta in quel mese, poi 2 volte in settembre, 10 in ottobre, 14 volte in novembre, prima di incorporarlo, il 20 novembre, nel sito Bologna cambia faccia.

Da quel giorno, il blog di Merola è migliorato: buona l’integrazione con le pagine statiche, quasi quotidiano l’aggiornamentto dei post, più leggera e fruibile l’impaginazione (frequenti a capo e interlinee doppie, pagine ariose, parole chiave in grassetto).

Nel complesso, tuttavia, dietro a questi blog non si sente la persona. Infatti i cittadini non vi partecipano e i blog restano spesso senza commenti o ne ottengono pochissimi: 1, 2 o 3 commenti, solo eccezionalmente qualcuno in più (ne ho contati al massimo 8 in un post di Merola). Laddove invece, quando ad esempio Repubblica Bologna riporta interviste ai candidati, i commenti – spesso polemici – fioccano a centinaia (vedi ad esempio QUI).

FACEBOOK

A quanto pare, i candidati godono di maggiore successo su Facebook, dove tutti hanno aperto un profilo personale: qui il numero dei loro amici cresce di ora in ora e si attesta, mentre scrivo, a 1214 per Delbono, seguito  da Merola con 1138, Cevenini con 602, Forlani con 529 (qualche giorno fa la classifica vedeva Forlani al penultimo e Cevenini all’ultimo posto).

Ma cosa vogliono dire gli amici su Facebook? Non maggiore o minore vicinanza dei candidati ai cittadini. Casomai, maggiore o minore familiarità con Facebook dei volontari che sostengono questi candidati. D’altra parte, è molto più facile animare un profilo su Facebook che rendere credibile un blog, specie se si usano gli stessi testi, immagini e video nei due ambienti.

Fra l’altro, ciò che in un blog è lungo, noioso o vacuo, su Facebook deve per forza essere eliminato o abbreviato, col che sparisce il difetto più comune. Inoltre Facebook è un mezzo molto più agile per dare informazioni sugli appuntamenti e appendere foto e video quando gli eventi sono passati: soprattutto alle immagini gli utenti non negheranno una sbirciatina, data il voyerismo imperante su Facebook.

YOUTUBE

Tutti i candidati tranne Maurizio Cevenini hanno aperto un canale su YouTube. Nel caso di Cevenini, un suo (suppongo) sostenitore si è preoccupato di rendere disponibili alcune riprese amatoriali di eventi cui il candidato partecipa.

I video migliori? Sicuramente quelli di Virginio Merola: sono brevi e preceduti da una sigla, hanno un commento musicale, un montaggio gradevole e persino un filo di regia.

I video peggiori? Sicuramente quelli di Delbono: spesso sono soltanto riprese buie, e con pessimo audio, degli eventi a cui il candidato prende parte. Anche il video cha sta in homepage su www.flaviodelbono.it, in cui Delbono presenta la sua candidatura, è privo di regia e montaggio, e il candidato vi appare rigido e monotono.

In generale il problema di questi video è che mostrano in modo impietoso i difetti che i candidati hanno quando parlano in pubblico. E, purtroppo per loro, questi difetti sono davvero molti. (Ne parleremo più avanti.)

Unica eccezione è l’ultimo video di Forlani, costruito per essere irriverente e fuori dagli schemi, con tanto di risatine da sit-com americana. Nel complesso il video suscita simpatia (a parte qualche battuta un po’ da “spirito di patata”), ma temo che sarà un boomerang per il candidato.

Chi mai voterebbe seriamente (cioè non per protesta) un candidato che si presenta così?