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Il cappellino di Aretha

È stato il momento per me più emozionante della cerimonia di ieri, poco prima del giuramento di Obama: Aretha Franklin che – con voce a tratti esitante per la sua stessa emozione – cantava «My Country “Tis of Thee”», celebre canzone patriottica statunitense, meglio nota come «America».

Un’emozione per nulla intralciata – come alcuni hanno malignato – ma anzi rinforzata dalla vistosità del cappellino grigio che Aretha indossava, sovrastato da un enorme fiocco.

Cattivo gusto americano? Ma per favore.

Aretha Franklin ha vinto 21 Grammy awards, è stata nominata da Rolling Stone la miglior cantante di tutta l’era rock, e nel 1987 è stata la prima donna a entrare nella Rock and Roll Hall of Fame. La sua carriera si è svolta in parallelo con il movimento per i diritti civili dei neri e la sua canzone «Respect» è un inno all’eguaglianza.

Con quella voce e quel carisma, Aretha può. Alla faccia di tutti gli snob del mondo.


Questo è il testo di «My country “Tis of Thee”»: Aretha ne ha cantato, con qualche variazione, solo la prima e l’ultima strofa.

My country, ‘tis of thee’,
Sweet land of liberty,
Of thee I sing;
Land where my fathers died,
Land of the pilgrims’ pride,
From every mountainside
Let freedom ring!
My native country, thee,
Land of the noble free,
Thy name I love;
I love thy rocks and rills,
Thy woods and templed hills;
My heart with rapture thrills,
Like that above.
Let music swell the breeze,
And ring from all the trees
Sweet freedom’s song;
Let mortal tongues awake;
Let all that breathe partake;
Let rocks their silence break,
The sound prolong.
Our father’s God to Thee,
Author of liberty,
To Thee we sing.
Long may our land be bright,
With freedom’s holy light,
Protect us by Thy might,
Great God our King.

Anything is possible in America

Oggi è il grande giorno: Barack Obama sta per entrare alla Casa Bianca. In attesa del discorso di insediamento, prenditi 7’26” di pausa per goderti – se non lo hai ancora fatto – il discorso che Obama ha tenuto due giorni fa sul palco del Lincoln Memorial.

Ricordo che i migliori discorsi di Obama nascono da una collaborazione fra lo stesso Obama, il consulente politico David Axelrod e Jon Favreau che, a soli 27 anni, è il più giovane speechwriter che sia mai entrato alla Casa Bianca.

«Anything is possible in America», dice a un certo punto Obama. Anche la collaborazione fra generazioni, per esempio.

 

The best campaign team in the history of politics

Ore 23.00 circa, East Coast statunitense (ore 5.00 in Italia): la Cnn, la Fox, la Nbc e l’Abc annunciano ufficialmente che Barack Obama è il 44esimo presidente degli Stati Uniti.

Ore 24.00 circa, Chicago, Grant Park (ore 6.00 in Italia): col viso un po’ tirato per la commozione, Obama sale sul palco assieme alla moglie e le figlie che, dopo aver salutato la folla, lo lasciano solo.

«Hello Chicago! Se c’è ancora qualcuno che dubita che l’America sia il posto in cui tutto è possibile, qualcuno che si chiede se i sogni dei nostri fondatori siano ancora vivi oggi, qualcuno che ancora si interroga sulla forza della nostra democrazia, stanotte ha trovato la vostra risposta…»

Comincia così il discorso di Obama, che durerà più o meno 17 minuti ed entrerà in tutti i libri di storia. Su questo discorso – equilibrato, commovente, perfetto – si spenderanno fiumi di parole e inchiostro. L’unica osservazione che mi pare sensato fare, a caldo, in un blog che si occupa di comunicazione, è questa.

Obama, dopo aver richiamato all’unità, dopo aver gridato al mondo che gli Stati Uniti non sono una semplice «collection of individuals or a collection of red States and blue States», dopo aver reso l’onore delle armi a McCain, annunciando che lavorerà con lui per rinnovare il Paese, dopo aver ringraziato il suo vice Joe Biden, dopo aver dedicato la vittoria alla moglie Michelle, alle figlie Sasha e Malia («vi amo più di quanto immaginiate») e alla nonna Madalyn appena morta…

Ebbene, dopo 5 minuti da quando ha preso la parola, Obama ringrazia David Plouffe, il suo campaign manager e David Axelrod, il suo chief strategist e tutti coloro che definisce gli «eroi di questa campagna», coloro «che hanno costruito la migliore campagna politica nella storia degli Stati Uniti d’America», e a questo scopo hanno composto – come dice senza falsi pudori – «the best campaign team ever assembled in the history of politics».

È proprio mentre ringrazia queste persone che – facci caso – Obama, prima serio, finalmente sorride.

Questo magnifico staff (che nel 2004 già sostenne Obama nella campagna per il Senato) ci ha insegnato come si fa comunicazione politica oggi. Dalle loro lezioni nessuno potrà più prescindere. Ma il loro livello è talmente alto che la cosa più frequente e stupida a cui assisteremo, prevedo, saranno tristi tentativi di imitazione. Come in parte è già capitato.

Un ultimo esempio di quanto sono bravi? La grandezza si vede nelle piccole cose, come sempre.

Ore 07:30 circa (ora italiana): lo staff di Obama invia un sms sul cellulare dei milioni di persone che lo hanno sostenuto. Testo: «Abbiamo appena fatto la storia. Tutto ciò è potuto accadere perché hai dato il tuo tempo, il tuo talento e la tua passione a questa campagna. Tutto questo è accaduto per merito tuo. Grazie. Barack» (fonte: La Repubblica).

Trovi dettagli sul team di Obama su NationalJournal.com, a questa pagina.

Ma ora goditi la prima parte del suo discorso. I ringraziamenti allo staff sono dal minuto 6:35.

Fidarsi è bene…

… non fidarsi è meglio.

Evidentemente Barack Obama non si fida dei sondaggi che lo danno nettamente vincente, perché manda in onda questi spot: il primo è rivolto ai sostenitori volontari, il secondo alle fasce più indolenti o distratte del suo elettorato che, magari per troppa sicurezza nell’esito del voto («Non vado, tanto la vittoria è sicura»), potrebbero mancare all’appuntamento del 4 novembre.

Don’t Let Up

Make History