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Astensionismo in Sicilia: abbiamo capito davvero cosa significa?

In questi giorni i commenti sull’astensione dal voto in Sicilia (la più alta nella storia dell’isola, circa il 53% di astenuti) si sono sprecati. La maggioranza dei commentatori ha inquadrato la cosa in questi termini: un misto di sfiducia nella politica corrotta, che più ampiamente c’è anche nel resto d’Italia, e di alcuni tratti tipici della sicilianitudine: indolenza, rassegnazione, incapacità di prendere in mano attivamente la soluzione dei propri problemi.

Da siciliana di nascita e famiglia, la vedo un po’ diversamente. In una terra in cui il voto di scambio (uno dieci cento mille voti a te, n posti di lavoro a me), in una terra in cui la posta in palio è stata soprattutto il posto pubblico (in comune, provincia, regione, a scuola e così via), in un momento storico in cui, data la situazione delle casse statali e regionali, c’era ben poco da promettere e scambiare, che senso aveva, per tutti quelli che hanno sempre votato per ottenere cose precise e concrete, andare a votare?

Il settore pubblico non può più promettere nulla (né lavoro né appalti né simili), e se qualcuno ancora promette, mente in modo spudorato. Dunque sto a casa, si sono detti il 53% di siciliani. Siamo dunque sicuri che l’astensione implichi solo quel segnale di allontamento dei siciliani “buoni” dalla politica “cattiva” che molti dicono? E la domanda vale – attenzione – non solo per la Sicilia, ma per diverse fette d’Italia.

La poesia è nei fatti

Per fortuna, nonostante il caso Fabrizio D’Addario, la Puglia continua a essere un laboratorio interessante per la comunicazione politica. Il merito è sempre di Proforma: avevano perso smalto con le primarie di Bersani (vedi Quando il logo non c’entra. E soprattutto non basta) – d’altronde con lui deve essere dura – ma si sono ripresi con l’attuale campagna di Nichi Vendola.

Vendola, si sa, scrive poesie, e gli avversari, per prenderlo in giro, lo chiamano «poeta», come a dire «poco concreto», «parolaio», «sognatore».

Cosa’hanno fatto quelli di Proforma? Tecnicamente, una «concessione»: si sono appropriati della tesi dell’avversario, ammettendone la verità, ma ribaltandone significati e valori. Così la spiegano sul sito di Vendola:

«Gli avversari lo chiamano parolaio, incantatore. E quando vogliono esagerare, poeta, come se fosse un insulto. […]
E allora, per questa campagna, abbiamo scelto provocatoriamente proprio la poesia. E abbiamo coniato gli slogan in forma di mini filastrocche composte da due ottonari in rima baciata.
Ognuna di esse racconta un fatto importante della giunta Vendola. Ma accanto alla filastrocca, ben evidenziato, c’è sempre un dato concreto, che completa e perfeziona l’informazione. […]
I soggetti, per ora, saranno in numero di sei, declinati su manifesti di tutte le dimensioni. Ma ne sono in preparazione almeno altri dieci. E chiederemo a tutti gli utenti internet di inviarci le loro “rime”, anche se canzonatorie o irriverenti.»

Ecco i manifesti apparsi finora:

Vendola scorie

Vendola giovani

Vendola piattaforme

Vendola co.co.pro

Vendola diossina

Vendola acqua

Candidato Minivip

La personalizzazione della politica è radicata in Italia da oltre 15 anni. Ciò significa non tanto che l’apparenza fisica del leader sia importante (brutto o bello, alto o basso, eccetera), ma che è importante il modo in cui l’apparenza fisica è comunicata: fotografata, videoripresa, inquadrata, incorniciata.

Perché se il comunicatore è bravo riesce a fare della stessa faccia (quasi) qualunque cosa.

Detto questo, non capisco quale forma di autolesionismo abbia indotto lo staff di Vasco Errani, candidato Pd per le regionali in Emilia-Romagna, a scegliere questa fotografia per i poster e manifesti che ci dovranno affliggere fino al 28-29 marzo (clic per ingrandire):

Vasco Errani poster 6x3

Mi ricorda Minivip, il fratello sfortunato del celebre cartone di Bruno Bozzetto Vip. Mio fratello superuomo (1968). Per chi non lo ricordasse, eccolo:

Minivip

Ribadisco: non sto criticando la fisicità del candidato, ma il modo in cui è stata fotografata: posizione rigida (immobilismo), punto di vista dal basso (noi sotto, lui sopra), occhi tristi (Bologna è messa male…), piega sardonica della bocca (ci prende in giro?).

Ogni candidato andrebbe proposto (e dovrebbe poi essere valutato) per ciò che pensa, sa e può offrire ai cittadini. Ma il modo in cui si presenta la sua faccia va sempre ponderato in funzione dei contenuti che le si vogliono fare esprimere e delle emozioni che suscita.

A riprova del fatto non ce l’ho con il volto di Errani ma con la sua rappresentazione fotografica, ho pescato a caso dal web una foto che (pur non ottimale) sarebbe stata più simpatica di quella scelta per le affissioni: sorridente, al lavoro, un po’ stropicciato e dunque vivo. Meglio il caso.

Foto di Vasco Errani

Roberto copia Roberto

Nell’ottobre 2008 Roberto Saviano fu minacciato dalla camorra e per questo ricevette moltissime manifestazioni di solidarietà: da una raccolta di firme indetta da alcuni premi Nobel su Repubblica, a una maratona di lettura di Gomorra organizzata prima da Fahrenheit di Radio 3, poi dai cittadini di Casal di Principe.

Mi colpì l’iniziativa degli allievi delle sezioni di grafica pubblicitaria dell’Istituto professionale Mattei di Caserta, i quali, coordinati dal professor Emanuele Abbate, ricostruirono il volto di Roberto componendo assieme le foto di un migliaio di cittadini casertani che decisero di “metterci la faccia”.

Questo manifesto rimase affisso per giorni a Caserta (clic per ingrandire):

In proposito allora scrissi «Mille volti per Saviano», in cui apprezzavo l’iniziativa di Caserta per almeno un paio di motivi. Innanzi tutto perché veniva dagli studenti di una scuola, ma soprattutto perché il manifesto era affisso nel territorio incriminato e le facce erano di persone che vivono in quei luoghi: ci vuole un certo coraggio, per chi vive da quelle parti, a farsi fotografare col rischio di essere riconosciuti.

Oggi, giocando sull’omonimia, Roberto Formigoni copia quell’iniziativa con un manifesto per le elezioni regionali, cui associa lo slogan «Roberto, uno di noi».

Ora, l’idea che i cittadini “mettano la faccia” a sostegno di un candidato ricorre nella comunicazione politica da anni, tanto da essere diventata ormai un’ossessione. Già non ne potevo più a fine 2008, quando scrissi Facce di supporto. Figuriamoci ora.

Ma il problema del caso Formigoni (che ringrazio Laura di avermi segnalato) non è solo la mancanza di originalità. Il problema è la spregiudicatezza con cui, alludendo a Saviano, si confondono situazioni, ragioni e passioni diversissime.

Manifesto Roberto Formigoni