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La rarità dell’ascolto

Quando Marina Mizzau e Luisa Lugli mi hanno detto che stavano preparando un libro sull’ascolto – ascolto della parola altrui, non quello musicale – mi sono detta: «Ce ne vorrebbero dieci, cento, mille, non uno solo».

Intere sezioni di librerie e biblioteche dedicate alla scrittura. Poca roba sulla lettura. Intere pareti tappezzate di volumi sulla parola in pubblico. Quasi niente sull’ascolto. Finalmente qualcuno che ci abbia pensato, allora, in questo mondo in cui tutti parlano e scrivono e nessuno più legge né ascolta.

Quando poi Marina e Luisa mi hanno chiesto di contribuire all’impresa, sono stata a maggior ragione felice. E onorata di partecipare alla rarità.

Il libro è uscito da poco, con Il Mulino. Lo puoi comprare QUI.

L'ascolto, Il Mulino

Indice: Introduzione, di M. Mizzau e L. Lugli.

Parte prima: Teorie e metodi. – I. Come l’ascoltatore interagisce col parlante, di L. Lugli. – II. Il dialogo faccia a faccia, di J. Beavin Bavelas e J. Gerwing. – III. La distribuzione dell’ascolto, di M. Mizzau.

Parte seconda: Attività di ascolto. – IV. L’ascolto nel counselling amicale, di A. Zuczkowski e I. Riccioni. – V. Ascolto attivo in psicoterapia, di F. Bercelli. – VI. L’ascolto nella didattica universitaria, di G. Cosenza. – VII. Il giudice in ascolto, di R. Galatolo. – VIII. Ascoltare il silenzio, di L. Lugli.

Conclusioni. – Appendice. Convenzioni di trascrizione. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.

Come vedi dall’indice, ho scritto un capitolo sull’ascolto nella didattica universitaria. Però succede che, quando lo dico in giro, quasi tutti reagiscono così: «Eh, già. Gli studenti non ascoltano…». Al che mi tocca precisare: «Nooo, non ho parlato dell’ascolto che gli studenti devono rivolgere ai docenti, ma di quello che i docenti devono dedicare ai ragazzi.»

Perché è solo dando ascolto che si può sperare di riceverlo. Il che vale per tutti. Anche per i docenti. 😀

Ancora su Fini e Bersani

Il collega e amico Fabrizio Bercelli mi ha proposto altri stimoli per continuare a ragionare assieme sulla comunicazione di Gianfranco Fini, mettendola a confronto con quella di Pier Luigi Bersani. Ieri infatti Bersani ha chiuso la festa del Pd a Torino. Ed è a partire da questo discorso che Bercelli scrive:

«Non so se deciderai di confrontare, come verrebbe naturale, il discorso di Bersani ieri a Torino con quello di Fini di domenica scorsa.

Ti anticipo la mia impressione:

  1. La sostanza mi sembra la stessa, anche se richiami storici ed etichette ideologiche sono contrapposti.
  2. Idem il buon equilibrio fra passione e ragione.
  3. Bersani va di più nei dettagli tecnici, dando l’impressione di una maggiore competenza economica (dichiarata con efficacia “sappiamo dove prendere i soldi e dove metterli”). Però affastella troppi dettagli su troppe cose, col risultato di rendere meno chiara la linea complessiva della sua proposta. Tutto sommato non malissimo, ma retoricamente meno efficace.
  4. La tua distinzione “noi come voi” vs. “io per voi” regge in parte. Mi sembra più un “noi con voi” vs. “io per voi”. Importante la differenza fra il “noi” di Bersani e lo “io” di Fini. Meglio “io”, tutto sommato.»

Premettendo che non ho ancora analizzato il discorso di Bersani, mi limito a qualche rapido commento sui punti sollevati dal collega:

  1. Sono d’accordo con Bercelli, se per «sostanza» intendiamo la consonanza di contenuti di cui s’è detto in «Perché Fini sembra di sinistra (anzi meglio)».
  2. Ho trovato più convincente la passione dimostrata da Fini a Mirabello (specie alla fine) rispetto a quella di Bersani, che in fondo non ha fatto altro che metterci la carica emotiva che spetta a qualunque comizio di fronte ai propri elettori e simpatizzanti.
  3. D’accordo con Bercelli: il tecnicismo e il linguaggio involuto sono, appunto, alcuni problemi della comunicazione di Bersani.
  4. Mhm, non so. Mi riservo di pensarci. Ci torneremo.

Trovi tutto il discorso di Bersani, a puntate, sulla home di YouDem (al momento l’embedding non funziona).

Verona, immigrati e stereotipi

Da una ricerca condotta dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti e dalla Bocconi fra settembre e novembre 2009 in otto città italiane (Alessandria, Bologna, Brescia, Lucca, Milano, Prato, Rimini e Verona), emerge che a Verona gli immigrati regolari, quasi 26 mila su 265 mila residenti, si sentono meno discriminati che nelle altre città esaminate, mentre si sentono più a disagio i clandestini, la cui percentuale massima (11%) è inferiore alla media nazionale (14%) e più bassa di altre città del nord Italia con forte presenza di immigrati.

I risultati dell’indagine, basata sulla distribuzione di 1037 questionari anonimi, sono stati presentati a Verona il 29 aprile dal sindaco Flavio Tosi e da Tito Boeri, docente della Bocconi e direttore della Fondazione Debenedetti. Dalla ricerca emerge inoltre che:

  1. a Verona gli immigrati regolari si sentono meno discriminati (16,9%) che nel resto d’Italia (20,3%);
  2. gli immigrati irregolari si sentono più discriminati a Verona (42,9%) che nel resto d’Italia (27,8%);
  3. la città è in grado di attrarre immigrati mediamente più istruiti;
  4. molti immigrati clandestini che hanno avuto problemi con la legge li avevano già prima di arrivare in Italia;
  5. i bambini immigrati sono ben accolti nelle scuole comunali dell’infanzia.

La sintesi della ricerca, che ho tratto da una notizia sul Gazzettino e da un’Ansa, mi è stata segnalata dal collega Fabrizio Bercelli, il quale ha aggiunto un commento che – essendo io siciliana di nascita ma avendo vissuto per anni a Verona – rispecchia anche la mia esperienza diretta. Lo riporto qui sotto, perché mi pare un interessante spunto di riflessione per tutti:

«Perché segnalo questa notizia? Sono veronese d’origine e, conoscendo abbastanza bene i veronesi, trovavo inverosimili le accuse di diffusa ostilità agli immigrati rivolte loro un po’ dappertutto: Verona simbolo del razzismo leghista, e il sindaco Tosi suo emblema vivente.

Poi mi capita di avere, dall’anno scorso, per ragioni d’affari, intensi rapporti con vari immigrati regolari in un paese della bassa veronese (Vigasio), e un’esperienza diretta dei loro rapporti quotidiani con la gente del posto.

Ne ho ricavato l’impressione di un’accoglienza estremamente rispettosa e perfino affettuosa da parte di vicini di casa, coinquilini, amministratori di condominio, negozianti, datori di lavoro, colleghi, nonché impiegati e funzionari del comune – gente che per lo più vota Lega, alcuni leghisti militanti.

Molta freddezza, invece, verso i clandestini, e nessuna indulgenza con i pochi immigrati anche regolari che violano regole fondamentali per (molti di) noi. Ad esempio (esempi reali), un marito arabo che maltratta la moglie in casa, un gruppo di maschi indiani conviventi che regolarmente buttano la spazzatura dal balcone, altri che sistematicamente non pagano l’affitto e vandalizzano il condominio in cui abitano. Comportamenti di questo genere non godono di nessuna tolleranza e suscitano dure proteste e sanzioni. Ma gli immigrati “che i fa pulito” (che si comportano bene) sono festeggiati e quasi coccolati – questa la mia personale impressione.

La mia ipotesi, prima di avere notizia dei risultati di questa ricerca, era che il modello veronese di accoglienza “a due facce” fosse eccellente, oltre che assai poco razzista. Un’ipotesi, certo, basata su esperienze limitate e su una certa conoscenza della cultura locale, niente di più.

Ora i risultati di questa ricerca suggeriscono che questa ipotesi (ovviamente non solo mia) sia meno assurda di come la qualificavano i miei amici emiliani “di sinistra” quando osavo dirla, venendo trattato da provocatore.

Se Verona e Nord-Est razzisti, oltre che leghisti, sono falsi stereotipi, alimentati da giornalisti inetti e politici interessati, di quanti altri stereotipi simili siamo vittime o complici?»