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Una vetrina a Damasco

Correggo in parte ciò che ho detto nel post precedente. L’ossessione per il maculato non affligge solo l’occidente.

Questa è una foto che ho scattato l’anno scorso nel suk di Damasco, Siria. Là per strada le donne (quasi tutte) girano intabarrate col capo coperto, ma a volte sotto i lunghi abiti scuri spuntano tacchi a stiletto come questi. Facci clic, che vale la pena.

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Una tesi selvaggia

È dall’inizio degli anni Novanta (forse prima, non ricordo) che l’occidente subisce, a corrente alterna o continua, la moda del maculato (pardon, animalier).

Ed è da anni che me lo chiedo: perché? Cosa induce stilisti a disegnare, industrie a produrre, ma soprattutto donne e uomini di tutte le età/provenienze/estrazioni/professioni a comprare finte macule? A bardarsi/accessoriarsi/arredarsi casa con qualche tigrato/leopardato/zebrato? E per di più, a perseverare?

Sicché ho deciso: voglio una tesi di laurea. No, di più: ne voglio tante, una non basta.

Voglio qualcuno che disegni la storia, scovi i percorsi, snidi le più nascoste origini di questa iattura. Voglio spiegazioni: che siano antropologiche, storiche, geografiche, sociologiche, semiotiche, psicologiche non importa. Voglio capire.

Capire perché alla gente possano piacere cover ptelefonino-zebrato.jpger telefonini zebrate come questa.

 

 

 

 

 

Stivaletti leopardati come questo (Manolo Blahnik).

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Abiti verde-tigrati (Versace).

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Copriletti muccati così.

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Sandali giaguarati come quelli di Roberto Cavalli (il principe della macula).

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Persino tazze e candele animalier… guarda che roba.

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Ma non mi si dica, per favore, che è il richiamo della foresta: l’attrazione di donne e uomini, prigionieri della civiltà, per il selvaggio. Cosa c’entra, allora, la povera mucca?

Cercasi tesi disperatamente.