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Contro le Grandi Navi a Venezia: mai demordere

The Monster of the Lagoon

Dopo gli interventi di Adriano Celentano contro le Grandi Navi a Venezia (la canzone, l’appello sul Fatto Quotidiano), l’attenzione dei media su quei mostri che attraversano la laguna centinaia di volte all’anno, che continuano a erodere rive e fondali, a portare inquinamento, a mettere a rischio il patrimonio storico-artistico di Venezia e l’incolumità delle persone, è di fatto cresciuta. Ne parlai su questo blog Continua a leggere

Banche, «mettetevi nei nostri panni»

La Confartigianato di Udine è uscita da qualche mese con questa campagna (clic per ingrandire):

Confartigianato «Mettetevi nei nostri panni»

«Mettetevi nei nostri panni», dice la headline. E continua il bodycopy: «Gli artigiani hanno bisogno delle banche. Anche le banche hanno bisogno degli artigiani. Cambiando il punto di vista si migliorano i rapporti e si facilita il credito.»

Il messaggio è semplice: il mondo delle banche e della finanza, rappresentato dallo smilzo bancario in camicia, si trova d’incanto nella posizione in cui si sentono gli artigiani quando vanno a chiedere un credito che non ottengono o ottengono a condizioni esose: in ginocchio. Viceversa, il mondo degli artigiani, rappresentato dal robusto signore con camicia a quadri e cassetta degli attrezzi, si ritrova dall’altra parte del banco con  la faccia di uno che non aspettava altro per vendicarsi.

Spiega Confartigianato di Udine sul suo sito:

«Il problema è reale: in provincia di Udine negli ultimi sei mesi la stretta creditizia per le micro-imprese artigiane – quelle mono-addetto o fino a 9 dipendenti – è stata pari a 3,9 punti percentuali, un valore quasi doppio rispetto alla media nazionale (-2,1%). […]

L’intento è quello di tradurre il grido d’aiuto che il mondo artigiano lancia a quello bancario in un messaggio positivo: cambiamo il punto di vista per migliorare il rapporto!»

Capisco le intenzioni: mettersi nei panni di un altro è la mossa fondamentale che bisogna fare per cercare di comprenderne il punto di vista. Ma se c’è conflitto (di interessi, esigenze, linguaggi, valori) non è rappresentando la semplice inversione di ruoli che si dà un messaggio positivo, perché il conflitto resta. Tanto è vero che immaginiamo benissimo quanto possa godere, l’artigiano baffuto, nel vessare – finalmente! – il bancario in ginocchio.

Inoltre, il manifesto non è certo credibile come appello alle banche: il mondo finanziario non è fatto di impiegati allo sportello, né l’inversione di ruoli fra bancari e artigiani potrà mai sciogliere la complessità delle regole che lo governano.

Insomma, cosa fa in realtà la Confartigianato di Udine con la campagna? Si rivolge agli artigiani per dire: «State con noi (o associatevi a noi) perché vi siamo talmente vicini da leggere i vostri più intimi desideri, incluso quello di vendicarvi della banca che vi ha maltrattati». In questo senso il manifesto è astuto, e può piacere anche a chi artigiano non è.

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Nella guerra fra generazioni siamo tutti dinosauri

Pd o non Pd, destra o sinistra, semplificare il conflitto fra Bersani e Renzi in «guerra fra generazioni» non fa bene a nessuno in Italia. Se contrapponi i «giovani che scalciano» agli «adulti», come fa Bersani, implicitamente li svaluti come «non ancora adulti», e cioè «immaturi», «inesperti», «incompetenti». Se chiami «dinosauri» i non più giovani, come fa Renzi, stai dicendo che sono mostruosi, brutti e talmente cattivi che andrebbero cancellati in un colpo.

 Dinosauro

Intendiamoci: non è per buonismo che dico che la guerra fra generazioni nuoce all’Italia. È perché non porta da nessuna parte. Il problema infatti è: chi sono i giovani in Italia?

Se sono solo quelli che l’Istat mette nella fascia di età 15-24, allora anche Renzi è un dinosauro da spazzare via. Se invece non sono loro (come si fa a catalogare fra i «dinosauri» un 25-26enne?), allora comincia il balletto: i venticinquenni contro i trentenni, contro i quarantenni, contro i cinquantenni, contro… Che senso ha? Lo osserva anche il trentenne (giovane? adulto? dinosauro?) Giampaolo Colletti oggi, nel suo blog sul Fatto quotidiano: La guerra generazionale fa male ai giovani.

Se invece i giovani sono solo quelli fra 15 e 24 anni, allora poveracci: sono solo il 10% della popolazione – dice l’Istat– e cioè circa 6 milioni. Quattro gatti, che per giunta sono destinati a diminuire se le nascite continuano a calare e non aumentano gli immigrati. Dove vanno quattro gatti da soli? Da nessuna parte, visto che hanno poco rilievo elettorale. Lo dimostrano, fra l’altro, gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione giovanile (quella dei 15-24 appunto): il 29,3% dei ragazzi fra 15 e 24 anni è senza impiego. È la percentuale più alta da quando l’Istat cominciò queste rilevazioni, nel gennaio 2004.

E allora? Allora aveva visto lungo Pasolini, nel 1973, quando individuava nel post-sessantotto l’inizio di un baratro: se manca la «dialettica» fra generazioni, come la chiamava Pasolini, nessuno cresce, non i «giovani» ma nemmeno gli «adulti». Tutto resta immobile, tutti facciamo la fine dei dinosauri.

Le generazioni dovrebbero confrontarsi, scambiarsi saperi e pratiche, anche litigare in modo acceso, ma non auspicare l’una la cancellazione dell’altra.

Ecco cosa scriveva Pier Paolo Pasolini il 7 gennaio 1973 sul Corriere della sera. L’articolo s’intitolava “Contro i capelli lunghi”:

«Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di un’ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti.

Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico.

Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, “superare” i padri.

Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso.

Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre.» (P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975, p. 10)

L’operazione immagine «Vado via da questo paese di merda»

Ieri la home page di Libero era questa (clic per ingrandire):

"Paese di merda. Me ne vado"

Impliciti:

  1. Non è vero che sono attaccato alla poltrona come dicono.
  2. Io sono up, voi siete down.
  3. Sono vittima di una congiura ordita dai magistrati, dai media, dalla sinistra e da tutti quelli che sappiamo.
  4. Senza di me, voglio vedere come ve la cavate.

I primi due impliciti sono i più importanti, perché lo mettono in una posizione talmente superiore da disdegnare tutto e tutti, persino la poltrona su cui è seduto.

Non a caso lo «scoop» è stato lanciato da Libero, testata che sostiene Berlusconi e riprende la «notizia» anche oggi sul cartaceo, assieme al Giornale. Per fortuna non ho visto dedicare molte altre prime pagine all’intercettazione da cui la frase è tratta, anche se ovviamente tutti ne parlano. Bene, non ci sono cascati. Non troppo almeno.

Solo il Fatto Quotidiano cartaceo ha aperto dando massimo rilievo alla «notizia».

Nessuno gli ha spiegato che, così facendo, fa un favore a Berlusconi? O voleva proprio farglielo, questo favore?

(Clic per ingrandire.)

Il Fatto quotidiano, «Paese di merda»

Questo lo stralcio dell’intercettazione, da cui peraltro come sempre Berlusconi emerge come donnaiolo. Altro punto a suo favore:

«…Anche di questo – dice Berlusconi, a proposito di alcuni aspetti della vicenda P4 – non me ne può importare di meno… perchè io… sono così trasparente… così pulito nelle mie cose… che non c’è nulla che mi possa dare fastidio… capito?… io sono uno… che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato… quindi… io sono assolutamente tranquillo… a me possono dire che scopo… è l’unica cosa che possono dire di me… è chiaro?… quindi io… mi mettono le spie dove vogliono… mi controllano le telefonate… non me ne fotte niente… io… tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei… da un’altra parte e quindi… vado via da questo paese di merda… di cui… sono nauseato… punto e basta…» (fonte: la Repubblica, 1 settembre 2011).